Recensione del film “Animali selvatici”

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Se vi dicessero che la parte più bella di un film è un piano sequenza fisso di diciassette minuti che inquadra un’assemblea cittadina probabilmente lo barrereste dalla lista di quelli da vedere, mugugnando: chissà cosa deve essere il resto. Ma se il regista è il romeno Cristian Mungiu (palma d’Oro nel 2007, fra l’altro), uno dei migliori araldi del cinema europeo d’autore e un maestro assoluto del rigore formale, il discorso è diverso: e in effetti Animali selvatici, che ne segna il ritorno dopo un’assenza di sei anni, è un’opera potente, pur non priva di squilibri. La prima scena si svolge dentro una fabbrica di macellazione in Germania e può sintetizzarsi così: m’hai chiamato zingaro? Tiè, beccati una capata in bocca. Subito dopo, l’emulo di Zidane, l’operaio Matthias, lo ritroviamo nella natia Transilvania, e capiamo subito che nonostante il lavoro appena perso avrà il suo daffare: vuole riallacciare i rapporti con l’ex amante Csilla; intende riprendere il controllo sulla crescita frenatissima del figlio di circa cinque anni, Rudi, che nella prima pre-scena del film abbiamo visto atterrito da qualcosa durante l’attraversamento del bosco, e da allora non ha più proferito parola – e secondo Rudi ha bisogno di un’iniezione di virilità invece della condiscendenza materna che di questo passo ne farà un pappamolle; e dovrebbe dare un occhio al suo anziano padre Ott che tende al mutismo pure lui, per stremo fisico però (l’unico contatto che a Matthias non interessa riallacciare è con la moglie Ana, benché con lei condivida il tetto).

Ma, ciò che più conta in termini programmatici nel film, quei problemi di razzismo che tanto lo hanno irritato in Germania, nel suo paese sono decuplicati: gli zingari sostengono di averli cacciati e già è un miracolo che si sopportino e comunichino fra loro parlando ciascuno la lingua della sua etnia (rumeno, ungherese, tedesco). Sotto sotto hanno mal digerito l’assemblaggio e, per compattarsi sfogandosi sull’esterno, intraprendono una feroce campagna di ostilità verso tre cingalesi il cui arrivo provoca una rivolta nella comunità (senza alcun personale demerito degli immigrati, verso i quali si continua a precisare, nessuno ha nulla contro, basterebbe solo che stessero a casa loro!). La locale industria di panificazione li ha selezionati: la preferenza ha un movente obiettivo (l’assunzione di immigrati è una condizione per l’ottenimento di fondi europei), un dato laterale (l’assenza di pregiudizi da parte della proprietà e della manager Csilla, l’amante di Matthias) e un difetto propulsore (gli immigrati accettano la paga miserrima che i locali rifiutano). Anche se dopo succede altro, il suo vertice il film lo raggiunge nell’assembla cittadina che ho detto, alla quale il piano sequenza fisso, la voce fuoricampo del sindaco che la conduce e alterni uso dello sfuocato, insieme alla formidabile congiunzione astrale di ogni possibile ottusità discorsiva, conferiscono un andamento straniante e memorabile.

Il film, lo si sarà capito, è molto ambizioso e si propone al tempo stesso come storia collettiva, riflessione storico-sociale (con varie diramazioni, dal rapporto sottilmente conflittuale tra l’Unione Europea e i paesi aderenti dell’est alla questione migratoria) e antropologico-politica: lo stato di natura hobbesiano non si estingue affatto con il sorgere di una comunità che rimane homo homini lupus (o al massimo homo homini ursus). La struttura costitutiva del linguaggio nelle relazioni viene trattata con sottigliezza filosofica, cosicché dirsi I love you tra gente che parla altre lingue può essere presentato come un capolavoro di understatement invece che slancio di passione. La scelta del pane come campo di battaglia assurge a non nascosta metafora, tanto più che il rappresentante della chiesa è convinto che non vada spezzato a favore degli stranieri, oltre ad essere in sintonia col suo gregge sul fatto che non debbano impastarlo con le loro luride mani. Le incursioni nel bosco di Matthias e del figlio Rudi, tallonati dalla camera, sono un altro punto di forza del film, ogni volta con una trovata asciutta quanto coinvolgente; Animali selvatici, poi, vuol dire la sua anche sulla mascolinità gretta e fragile e portare in fondo il racconto intimo tra Matthias e Csilla. È incredibile quel che Murgiu riesce a tenere in piedi per due ore e quindici: ma capirete che esiste un limite di capienza, e forse qualcosa avrebbe fatto meglio a mollarla. Tra le sue scelte estetiche (che comprendono pure un asettico anti-erotismo in una scena di sesso), la più discutibile è il lavoro di spoliazione espressiva degli attori, che non sempre restituisce effetti soddisfacenti in termini di realismo, e anzi su qualcuno dei personaggi risulta davvero sgradevole e irritante. Quanto al finale, dico solo che, per quel che mi riguarda, se fossi stato il produttore, avrei invitato Mungiu a ritornarci sopra al mattino dopo, da sobrio.

Animali selvatici

Cristian Mungiu

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

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Cercate di trarre di buono tutto quel che potete da queste giornate pasquali, e auguri.

Anche se prevale un tono leggero e una gradevole vena di humor, la documentazione è solida, gli esempi fitti e illuminanti

Corrado Augias, Il Venerdì

Un trattato, mica bruscolini. Il trattato, infatti, tipo quelli di Spinoza o di Wittgenstein, è un’opera di carattere filosofico, scientifico, letterario (...) E così è. Nel suo trattato Bassetti espone il come e perché dell’offesa.

Francesca Rigotti, Il Sole 24 ore

 

C’è un passo in cui di Bassetti dice che questo è un tema sorprendentemente poco esplorato...Non lo è più da quando c’è questo libro

La conclusione del conduttore di Fahrenheit – Tommaso Giartosio

 

Queste sono le tre ragioni per cui ci si offende:

  1. Hai detto male di me

  2. Hai violato un confine

  3. Non ti sei accorto di me come, e quanto, avresti dovuto

Di |2023-07-21T11:53:19+01:0021 Luglio 2023|2, Il Nuovo Giudizio Universale|

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