La relazione di paternità è da circa un ventennio una delle trame predilette dal cinema. Mancava l’esplorazione della condizione di zio, e C’mon c’mon di Mike Mills rimedia a questa lacuna: o almeno fa finta, perché quella che mette in scena è una contingente relazione di simil-paternità (d’altronde nelle tribù che studiava l’antropologo Evans Pritchard il ruolo di padre era assegnato allo zio). Jesse è un ragazzino vivace, curioso, introverso riguardo ai sentimenti, prepotente, brillante e logorroico. Il suo padre biologico non se la passa tanto bene: è un valente direttore d’orchestra sopraffatto da problemi mentali che richiedono un trattamento sanitario, e la madre – che sta giusto un po’ meglio di lui – deve partire per assisterlo e convincerlo a sottoporsi alle terapie. Con suo fratello Johnny ha una serie di conflitti irrisolti che si trascinano probabilmente dalla prima fase post-uterina, e i due ha interrotto i rapporti dopo la morte della loro madre, vissuta con comune e divisiva partecipazione. Johnny è un giornalista e attualmente cura, in giro per l’America, una trasmissione radiofonica nella quale intervista bambini e adolescenti riguardo a quello che si aspettano dal futuro. Di fronte alla richiesta di soccorso della sorella, occuparsi per qualche giorno (che poi diventerà qualche settimana) di Jesse, giusto il tempo di rimettere in sesto suo marito, Johnny dapprima va a fargli da baby-sitter a casa e poi se lo porta in giro, a New York e in altri stati, per le sue interviste. Nonostante la migliore volontà di Johnny, all’inizio non sempre efficace in termini di pedagogia o di intrattenimento, il rapporto stenta a decollare. Il film è dunque un romanzo di formazione per entrambi i protagonisti. La grande dolcezza e disponibilità interiore di Johnny, che registra le sue incertezze al microfono come quando intervista i ragazzi per l’inchiesta, riuscirà a domare l’irrequietezza interiore di Jesse, aiutandolo ad esprimere il dolore e le paure, a manifestare le emozioni senza troppe circonlocuzioni strategiche e provocazioni e ad accettare le frustrazioni.

A C’mon c’mon si potrebbero muovere diversi appunti, e tuttavia le critiche si smorzano nel momento stesso in cui le formuliamo. Ad esempio, non è tanto chiara la ragione per cui è girato in bianco e nero: però il risultato estetico è mirabile, e anche l’atmosfera se ne giova, trascinando la pellicola in un cullante dondolio d’intimismo wendersiano. Poi, non sono granché amalgamati il ciclo di interviste e il plot principale: sono un filo piuttosto vago che mette insieme le paure e la fiducia per il futuro dei giovanissimi. Ma quando vedrete scorrere i titoli di coda e invece della colonna sonora ascolterete una sequenza di risposte in fila degli intervistati – a parte la bellezza della trovata – sarete attanagliati dalla commozione, anche per la speciale alchimia sprigionata dalla relazione fra Johnny e Jesse in tutto il film. È proprio quest’alchimia a rendere C’mon c’mon mai stucchevole, nonostante quell’insistenza così mainstream sull’iperprotezionismo educativo e l’accento posto sulla cedevolezza nella gestione dei rapporti adulto-bambino: quel che rende sofferta la crescita di Jessie è proprio la debole autorevolezza degli adulti, e quello stalking che è la loro continua autodenuncia al ragazzo della propria estrema vulnerabilità. Alla fine un po’ funziona, ma giusto perché è un film. E però noi siamo appunto spettatori, e quindi che ce ne frega? Joachim Phoenix, all’ennesima prova di versatilità (il velo di malinconia però è sempre quello) e il notevole Woody Norman riescono a trasmettere un genuino senso di autenticità. Quanto al regista, la scelta tecnica più azzeccata è la conduzione del montaggio attraverso la voce: giocando anche sui feedback un’unica sequenza di frasi viene ad avvolgere e fondere olisticamente scene separate nello spazio e nel tempo.

C’mon c’mon

Mike Mills, Joaquin Phoenix e Woody Norman

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Volevo fare un piccolo regalo ai lettori del wrog, in questa Pasqua tanto strana. Così ho pensato di raccogliere in un eBook tutte le recensioni cinematografiche scritte in oltre tre anni.

 

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Cercate di trarre di buono tutto quel che potete da queste giornate pasquali, e auguri.

Anche se prevale un tono leggero e una gradevole vena di humor, la documentazione è solida, gli esempi fitti e illuminanti

Corrado Augias, Il Venerdì

Un trattato, mica bruscolini. Il trattato, infatti, tipo quelli di Spinoza o di Wittgenstein, è un’opera di carattere filosofico, scientifico, letterario (...) E così è. Nel suo trattato Bassetti espone il come e perché dell’offesa.

Francesca Rigotti, Il Sole 24 ore

 

C’è un passo in cui di Bassetti dice che questo è un tema sorprendentemente poco esplorato...Non lo è più da quando c’è questo libro

La conclusione del conduttore di Fahrenheit – Tommaso Giartosio

 

Queste sono le tre ragioni per cui ci si offende:

  1. Hai detto male di me

  2. Hai violato un confine

  3. Non ti sei accorto di me come, e quanto, avresti dovuto

Scopri le ragioni per non perdere questo libro
Di |2022-04-29T14:42:51+01:0029 Aprile 2022|3, Il Nuovo Giudizio Universale|

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