Recensione del film “Bohemian rapsody”

>Recensione del film “Bohemian rapsody”

Fino che a punto è lecito alterare eventi dentro un biopic, senza che l’operazione scada artisticamente? La questione si pone pesantemente per l’acclamata (dal pubblico) biografia di Freddie Mercury, il film Bohemian Rhapsody, al quale il successo commerciale ha compensato con ampi indennizzi le sofferenze della produzione che aveva conosciuto ritardi  reiterati, cambi di sceneggiatore, sostituzione del regista verso la fine delle riprese e modifiche nella scelta dell’attore principale (Sasha Baron-Cohen era praticamente già sul set per interpretare il protagonista). L’opera è piena, non di imprecisioni ma di spostamenti cronologici consapevoli. Può essere una ragionevole semplificazione strutturare spostare l’incontro tra il cantante e la sua prima fidanzata Mary Austin di un paio d’anni, e fare altrettanto riguardo all’unione con l’ultimo partner Jim Hutton; e un eguale aggiustamento di economia narrativa immaginare che la sua prima formazione- che avrebbe poi assunto il nome di Queen- avesse la stessa composizione mantenuta nel tempo, come invece non fu. Siccome non si tratta di un documentario è plausibile calcare emotivamente i conflitti, anche se è inventata la figura del produttore avverso al lancio come singolo di Bohemian rapsody, e fortemente scettico sull’intera operazione di A Night at The Opera; e nemmeno è probabile che la figura del manager Paul Prenter che fu a lungo il compagno di Mercury e colui che per primo lo introdusse al suo vero orientamento sessuale, fosse spregevole sino al livello macchiettistico cui lo spinge il regista Bryan Singer.

 

Ma quando gli scarti dal reale toccano il cuore pulsante della trama l’interrogativo deontologico si fa più stringente. Cominciamo da quel che accadde veramente: nel 1982 i Queen decisero di prendersi una pausa e incisero dei dischi solistici. Certamente vi erano delle tensioni ma la band non venne mai sciolta, e nel 1983 presentò un nuovo disco e riprese a girare in concerto. Due mesi dopo un doppio concerto a Rio, nel 1985, i Queen parteciparono al concerto Live Aid e si esibirono in una delle performance tra le più memorabili dei concerti rock, Mercury in particolare. L’anno dopo Mercury scoprì di avere l’Aids. Come viene raccontata nel film? Mercury tradisce i compagni e si orienta a una carriere da solista; torna quasi in ginocchio per ottenerne il perdono e la riunione; un secondo dopo la pacificazione accettano di partecipare a Live Aid, che oramai sta per chiudere la lista degli ospiti, anche se hanno paura perché non suonano insieme da una vita; Mercury scopre la sua sieropositività; durante le prove di Live Aid le svela ai suoi amici della band; nel concerto lui e i suoi compagni commosso portano tutto l’impatto emotivo di questa rivelazione, e grazie a ciò si superano e fanno l’esibizione che sappiamo, ed è mentre cantano loro che le donazioni superano la soglia del milione di dollari (pure questo è falso, ma rispetto al resto ci può stare).

 

Scostamenti dal reale non di poco conto. Torniamo alla domanda iniziale: quale grado di falsificazione è da considerarsi ammissibile, come libertà del narratore, in un biopic? Direi quelle enfatizzazioni che rendono il messaggio complessivo più conforme al vero. In Bohemian rapsody è tutto il climax emotivo che viene manipolato dalle modifiche cronologiche. Con tutte le riserve, si potrebbe giustificare se lo scopo fosse dare conto fino in fondo del personaggio, la cui descrizione si arresta invece alle soglie più estreme della sua personalità, ingentilite per favorire il ritorno commerciale. La droga la intravediamo appena in una parsimoniosa spolverata di cocaina, e la sessualità viene ridotta a qualche sguardo timidamente lascivo, una toccata di sedere, qualche abito stravagante in festini dal sapore goliardico, tutto insomma filtrato piuttosto bigottamente. Né suscita simpatia che la co-produzione in capo agli ex Queen Brian May e Roger Taylor, sia vanitosamente attentissima a pennellare idealisticamente loro stessi.

 

Non è un film brutto da vedere, nonostante una sceneggiatura prevedibile, edulcorata e scolastica: il ritmo è impeccabile, sa toccare le corde della commozione, si attacca alla splendida interpretazione di Rami Malek, in qualche modo riecheggia quel che furono i Queen, una band non eccelsa tecnicamente- come la regia di Synger- ma con un senso teatrale e dell’effetto sonoro che tenevano attaccati al palco, come il film tiene incollati allo schermo. Però tanto valeva ispirarsi al personaggio di Mercury, osare di più sulla libertà narrativa e inventarsi nomi di fantasia. Certo bisognava poi rinunciare ai venti minuti finali del concerto, che sono quelli veri, e tanti saluti ai premi, che hanno omaggiato soprattutto quella parte meravigliosa. Ma così si gioca con le carte truccate, e a vincere sono buoni tutti.

 

Bohemian Rapshody

Bryan Singer

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Di | 12 Marzo 2020|Il Nuovo Giudizio Universale|

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