Recensione del film “Il male non esiste”

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Per fare onore a questa settimana in cui le sale accolgono diverse fra le pellicole che si sono contese gli Oscar, mi sento obbligato ad accendere i riflettori sul miglior film in circolazione: che però non c’entra nulla con gli Oscar. Si tratta de Il male non esiste, uscito in Italia a marzo ma vincitore nel 2020 dell’Orso d’Oro a Berlino, senza che il suo regista Mohammad Rasolouf potesse ritirare il premio, perché è un dissidente del regime iraniano che paga ogni giorno il prezzo della sua libertà intellettuale e ha già affrontato diversi anni di prigione. Un narratore mainstream ne trarrebbe materiale per raccontarci le sue peripezie, ma Rasolouf non è tipo da piangersi addosso ed eleva lo sguardo verso chi se la passa peggio.

Questo film, infatti, parla di impiccati. Ma aspettate ad alzare gli occhi al cielo e decidere che già le cronache ci stanno consegnando giorni sufficientemente tristi per farsi risucchiare in un tema tanto fosco. Gli impiccati, che sono quelli cui viene inflitta la pena capitale in Iran (284 nel 2020, di cui 4 a carico di minorenni), intanto non si vedono mai, se non in una scena terribile, tra le più potenti, in cui la riduzione dei corpi a oggetto meccanico viene colta da una prospettiva di macchina che la trasmuta subito in metafora (insomma uno di quei fenomeni artistici che setaccia l’astrazione dalla più estrema delle materializzazioni). E il punto di vista che propone Il male non esiste non è dei condannati bensì delle persone chiamate a eseguire la pena, premendo un bottone o togliendo lo sgabello da sotto i piedi. Come se si trattasse di un rito d’iniziazione alla complice crudeltà, il regime seleziona i boia tra i soldati di leva, quando non l’affida a miti funzionari che fanno i turni di notte come nelle fabbriche. È soprattutto in questo senso che Rasolouf mette in scena persone che in un certo momento della vita hanno un problema più grande dei suoi: non uomini formatisi progressivamente nella critica dell’oppressione, ma ragazzi semplici che cercano di fare il loro dovere, e vengono improvvisamente a contatto con la rivelazione che quel dovere comprende la cooperazione nel togliere la vita ad un altro essere umano. E se non lo faranno, qualcuno lo farà al posto loro, e l’unico cambiamento nel mondo sarà la loro punizione. Questa apparente giustificazione rende la ribellione un atto più difficile, più sottile, più coraggioso.

Il tema è sviluppato, nell’arco di due ore e mezza che passano senza che le si avverta, attraverso quattro episodi indipendenti che però contengono piccole tracce di apparente rimando, come se una storia potesse cominciare o riprendere dove era finita l’altra e fosse colpa della nostra labile memoria non averla riconosciuta. I protagonisti sono un uomo che, salvo che per pochi secondi, vedremo immerso in un’ordinata vita familiare (con una buona dose di riprese in macchina, vera passione del cinema iraniano) e in una cupa malinconia; un giovane soldato di leva per il quale una notte sta per arrivare il battesimo da boia e si dibatte sulla sua branda togliendo il sonno ai compagni perché proprio non gli è possibile quell’atto (e i compagni un po’ provano pena e un po’ gli ringhiano contro, perché la sua inaccettazione diventa un atto di accusa verso loro); un altro giovane soldato che approfitta della licenza per andare a trovare la sua fidanzata e deve fare i conti con gli inattesi risvolti della morte dell’intellettuale dissidente del villaggio; un uomo maturo e gravemente malato che porta dentro sé un segreto che intende rivelare alla giovane nipote, fatta venire apposta dalla Germania dove vive con il padre. Ogni volta la questione della partecipazione alla pena di morte viene a confliggere con altri e divergenti temi morali: si può commerciare sulla propria esenzione dal ruolo di boia per far sì che un altro lo prenda in carico al posto nostro? Fino a quale punto l’amore può portare con sé la capacità di perdonare e dimenticare? Una posizione che difende, e in modo non decisivo, uno sconosciuto e un principio universale deve prevalere sulla tutela affettiva delle persone vicine? È giusto rivelare una verità e liberarsi di un peso quando ormai le conseguenze psicologiche ricadranno solo sulla persona che ne viene a conoscenza? Rasoluf, che pure riesce a non stringere mai del tutto la tenaglia dell’angoscia addosso allo spettatore, non ha intenzione di offrici né risposte consolatorie né asserzioni incontestabili. Le quattro storie, che sono altrettanti, magnifici apologhi, vogliono solo mostrarci che non possiamo sottrarci alla nostra responsabilità: la scelta giusta, come quella sbagliata, a volte premia e a volte no. Quel che è certo è che per entrambe è impossibile tornare indietro.

Ogni tanto risuonano le note di “Bella ciao” nella versione dedicata alle mondine e cantata da Milva. La recitazione è un prodigio collettivo, la completezza strutturale e la varietà fotografica e stilistica di ciascun episodio è stupefacente, i dialoghi sono cristallini e senza che vada sprecato un alito di fiato, il respiro narrativo della composizione si inserisce, a buon diritto, nella scia di quel capolavoro che fu Il Decalogo di Kieslowski.

Il male non esiste

Mohammad Rasoulof

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Volevo fare un piccolo regalo ai lettori del wrog, in questa Pasqua tanto strana. Così ho pensato di raccogliere in un eBook tutte le recensioni cinematografiche scritte in oltre tre anni.

 

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Cercate di trarre di buono tutto quel che potete da queste giornate pasquali, e auguri.

Anche se prevale un tono leggero e una gradevole vena di humor, la documentazione è solida, gli esempi fitti e illuminanti

Corrado Augias, Il Venerdì

Un trattato, mica bruscolini. Il trattato, infatti, tipo quelli di Spinoza o di Wittgenstein, è un’opera di carattere filosofico, scientifico, letterario (...) E così è. Nel suo trattato Bassetti espone il come e perché dell’offesa.

Francesca Rigotti, Il Sole 24 ore

 

C’è un passo in cui di Bassetti dice che questo è un tema sorprendentemente poco esplorato...Non lo è più da quando c’è questo libro

La conclusione del conduttore di Fahrenheit – Tommaso Giartosio

 

Queste sono le tre ragioni per cui ci si offende:

  1. Hai detto male di me

  2. Hai violato un confine

  3. Non ti sei accorto di me come, e quanto, avresti dovuto

Di |2022-04-01T14:17:54+01:001 Aprile 2022|2, Il Nuovo Giudizio Universale|

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