Questa sezione raccoglie in primo luogo le “aperture” del sito che sono quasi sempre progetti a partecipazione collettiva esterna. Trovate inoltre le auto-presentazioni di altri siti web (oppure dei post trasposti dai medesimi). Sono quelli che, ritenendoli per qualche ragione interessanti, ho contattato con una proposta: scambiarsi uno spazio per una settimana, con la dichiarata utilità di farci conoscere dai reciproci pubblici e il più largo proposito di indirizzare i navigatori del web verso promotori culturali. Infine, può capitare di trovare in Open Space qualche intervento esterno non inquadrabile in altre sezioni e che però mi intrigava ospitare.

Contro i sedentari. Estratto da “Camminare” di Thoreau

Di |2022-06-10T13:16:16+01:0010 Giugno 2022|Open space|

Libri usati

O che si dovrebbero usare. Brevi passi da sottolineare, a volte da percorrere.

Io, che non riesco a rimanere nella mia stanza neppure un giorno senza ricoprirmi di ruggine, quando mi accade di poter predisporre la mia passeggiata soltanto alle undici, o alle quattro del pomeriggio, troppo tardi per riscattare quel giorno, nell’ora in cui le ombre notturne iniziano a fondersi con la luce del giorno, sento di aver commesso un peccato che devo espiare, e confesso che mi stupisce sempre la grande capacità di resistenza, l’insensibilità morale, per meglio dire, dei miei vicini, tutto il giorno reclusi, per settimane, per mesi e per anni, in botteghe e in uffici, come se ne facessero parte. Non so di che stoffa siano fatti, là seduti alle tre del pomeriggio, come se fossero le tre del mattino. Bonaparte parla del coraggio delle tre del mattino, ma esso non è nulla in confronto al coraggio che alle tre del pomeriggio si accampa con allegria e decisione dinanzi alla nostra volontà, che pure abbiamo tenuto a bada per tutta la mattina, prendendo per fame una guarnigione alla quale siamo legati da così forti vincoli di simpatia. Mi sorprende che all’incirca a quest’ora, o diciamo tra le quattro e le cinque del pomeriggio, troppo tardi per i giornali del mattino e troppo presto per quelli della sera, non si avverta per le strade un’esplosione generale che disperda ai quattro venti, per una boccata d’aria, una moltitudine di idee stantie e di fantasie coltivate tra quattro mura; in tal modo il male porrebbe rimedio a se stesso.

La terapia dello scrivere. Estratto da “Un apolide metafisico” di E.M. Cioran

Di |2022-05-20T08:19:35+01:0020 Maggio 2022|Open space|

Libri usati

O che si dovrebbero usare. Brevi passi da sottolineare, a volte da percorrere.

Scrivo per me stesso. Mi sono accorto che scrivere mi faceva bene. (…) Ebbene, per me lo scrivere è esattamente questo, è attenuare una sorta di pressione interiore, allentarla. Insomma, una terapia. (…)

Ma allora, si potrebbe dire, perché pubblicare? Glielo spiego: anche il fatto di pubblicare è molto importante, contrariamente a quel che si pensa. Per quale motivo? Perché una volta pubblicato il libro, le cose che hai espresso ti diventano estranee – non del tutto, ma in parte sì. Quindi l’alleggerimento sperato è ancora più grande. Non sei più tu. ti sei liberato di qualche cosa. È come nella vita, lo dicono tutti: uno che parla, che racconta i suoi dispiaceri, si libera. Proprio chi tiene tutto per sé, proprio il taciturno è quello che si ammazza, quello che crolla, o che magari commette un delitto. Mentre il fatto di parlare ti libera. E il fatto di scrivere pure. Sono cose molto ovvie, ma io le ho sperimentate. E quindi dico a tutti: pubblicate i vostri manoscritti, per male che vada, vi farà comunque bene. E tutte le ossessioni di cui parlate avranno per voi meno importanza.

E.M. Cioran, brano tratto dal libro-intervista “Un apolide metafisico”

Estratto da “Gli ultimi giorni dell’umanità” di Karl Kraus

Di |2022-04-15T16:05:43+01:0015 Aprile 2022|Open space|

Libri usati

O che si dovrebbero usare. Brevi passi da sottolineare, a volte da percorrere.

LA SCHALEK (entra e si guarda intorno): Di tutti i problemi di questa guerra, quello che più mi interessa è il problema dell’ardimento personale. Prima della guerra ho meditato spesso sull’eroismo, giacché ho conosciuto parecchi uomini che giocavano d’azzardo con la vita: cowboy americani, pionieri delle giungle e delle foreste vergini, missionari del deserto. Ma il più delle volte erano anche figure d’eroi, coi muscoli tirati, scolpiti per così dire nel bronzo. Come sono diversi gli eroi che incontriamo oggi in questa guerra mondiale. È gente che ama le barzelletto più innocenti, che ha una tacita passione per la cioccolata con la panna e nello stesso tempo ha da raccontare esperienze tra le più straordinarie della storia dell’umanità. Eppure… l’ufficio stampa militare è installato su un vapore in disarmo ancorato in una baia. La sera si banchetta, ci si diverte a suon di musica; se chiudi gli occhi… quasi sogneresti di trovarti ancora a un’allegra serata del circolo ufficiali. Be’, sono curiosa di vedere se questo sottotenente di vascello… ah eccolo! (entra il sottotenente) Non ho molto tempo, sia breve. Lei è bombardiere, che sensazioni le dà questo fatto?

SOTTOTENENTE: Di solito incrociamo una mezz’oretta sulla costa nemica, sganciamo qualche bomba sugli obiettivi militari, guardiamo come esplode, fotografiamo lo spettacolo e poi via a casa.

LA SCHALEK: E mai stato in pericolo di morte?

SOTTOTENENTE: Sì.

LA SCHALEK: Che cosa ci ha provato?

SOTTOTENENTE: Che cosa ho provato?

LA SCHALEK (a parte): Mi squadra con una certa diffidenza, cerca di valutare, senza quasi rendersene conto, se sono in grado di comprendere certe crudezze. (a lui) Noi non combattenti ci siamo fatti in materia di coraggio e di viltà delle idee così stereotipate che l’ufficiale di fronte ha sempre paura di trovarci insensibili all’infinita gamma di sensazioni che in lui si alternano continuamente. Ho indovinato?

SOTTOTENENTE: Come? Lei non è combattente?

LA SCHALEK: Non si scandalizzi. Lei è un combattente e io voglio conoscere le sue sensazioni. Soprattutto, come si sente dopo?

SOTTOTENENTE: Sì, è strano. Mi sento come un re che di colpo è diventato uno straccione, voglio dire: ti senti quasi come un re quando ti libri in alto, irraggiungibile, su una città nemica. Quelli di sotto se ne stanno indifesi… in tua balìa. Nessuno può scappare. Nessuno può salvarsi o ripararsi. Ogni cosa è in tuo potere. C’è un che di maestoso, tutto il resto scompare, qualcosa di simile deve averlo provato Nerone.

(…)

LA SCHALEK: Non è quello un uomo semplice, un anonimo? Quello saprà dirmi con parole sue di cosa è fatta la psicologia della guerra. Il suo compito è tirare il cordino del mortaio – sembra una cosa semplice, eppure quali imprevedibili conseguenze, sia per il nemico tracotante, sia per la patria, sono legate a questo momento! Ne sarà consapevole? Sara spiritualmente all’altezza di questo compito? Certo, quelli che se ne stanno a casa, del cordino non sanno altro se non che rischia di venire a mancare, neppure immaginano quali eroiche possibilità di schiudano all’uomo semplice al fronte, che tira il cordino del mortaio (si rivolge al cannoniere) Mi dica dunque, quali sensazioni prova quando tira il cordino? (il cannoniere la guarda stupito) Che pensieri le vengono, allora? Guardi, lei è un uomo semplice, un anonimo, ma deve — (il cannoniere tace, sconcertato) Voglio dire, che cosa pensa quando spara col mortaio, deve pur pensare qualcosa, cosa pensa in quel momento?

CANNONIERE: (dopo una pausa in cui ha squadrato la Schalek da capo a piedi): Proprio niente!

LA SCHALEK (allontanandosi delusa): E questo sarebbe un uomo semplice! Io quest’uomo semplicemente non lo nomino! (procede lungo il fronte)

Altro che smart working. Estratto da “Viaggio al termine della notte” di Louis-Ferdinand Céline

Di |2022-03-18T18:24:15+01:0018 Marzo 2022|Open space|

Libri usati

O che si dovrebbero usare. Brevi passi da sottolineare, a volte da percorrere.

“Non vi serviranno a nulla i vostri studi qui, ragazzo mio! Voi non siete venuto qui per pensare, ma per fare i gesti che vi si comanderà di eseguire… Non abbiamo bisogno di immaginativi nell’officina. L’è di scimpanzè che abbiamo bisogno… Un consiglio ancora. Non parlate mai più della vostra intelligenza! Ci saranno altri che penseranno per voi! Tenetevelo per detto.”

Aveva ragione d’avvertirmi. Era meglio che sapessi come regolarmi sulle abitudini della casa. Di stupidaggini, n’avevo già abbastanza al mio attivo e per dieci anni almeno. Ci tenevo a passare ormai per un essere insignificante. Una volta rivestiti, fummo divisi in file che si strascicavano, per gruppi esistenti inviati di rinforzo verso quei luoghi da cui arrivava il fracasso enorme dei meccanismi. Tutto tremava nell’immenso edificio e anche noi, dai piedi all’orecchie posseduti da quel tremore, le scosse venivano dai vetri e dal pavimento e dalla ferraglia, vibrate dall’alto in basso. Si diventava macchine per forza e con tutta la propria carne ancor tremante in quel rumore di rabbia enorme che prendeva il didentro e il giro della testa e più in basso agitava le trippe e risaliva agli occhi in leggeri colpi precipitati, infiniti, continui. A misura che s’avanzava, perdevamo dei compagni. Si faceva loro un sorrisetto lasciandoli come se tutto quel che succedeva fosse pura cortesia. Non si poteva più né parlare né sentire. Ne rimanevano ogni volta tre o quattro intorno a una macchina.

Si resiste lo stesso, s’ha difficoltà a disgustarsi della propria sostanza, si vorrebbe poter arrestare tutto per poter riflettere e sentire in sé il cuore battere facilmente, ma ormai non è più possibile. Non può più finire. È come una catastrofe quell’infinita scatola d’acciaio e noi si gira dentro con le macchine e con la terra. Tutti insieme! E le mille rotelle e i piloni che non cascan mai e con essi dei rumori che vi schiacciano gli uni contro gli altri e certo così violenti che scatenano intorno a sé come delle specie di silenzi, che vi fanno un po’ di bene.

Se ogni secondo si ripete. Estratto da Milan Kundera, “L’insostenibile leggerezza dell’essere”

Di |2022-03-04T15:37:24+01:004 Marzo 2022|Open space|

Libri usati

O che si dovrebbero usare. Brevi passi da sottolineare, a volte da percorrere.

Se ogni secondo della nostra vita si ripete un numero infinito di volte siamo inchiodati all’eternità come Gesù Cristo alla croce. È un’idea terribile. Nel mondo dell’eterno ritorno, su ogni gesto grava il peso di un’insostenibile responsabilità. Ecco perché Nietzsche chiamava l’idea dell’eterno ritorno il fardello più pesante.

Se l’eterno ritorno è il fardello più pesante, allora le nostre vite su questo sfondo possono apparire in tutta la loro meravigliosa leggerezza.

Ma davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza meravigliosa? Il fardello più pesante ci opprime, ci piega, ci schiaccia al suolo. Ma nella poesia d’amore di tutti i tempi, la donna desidera essere gravata dal fardello del corpo dell’uomo. Il fardello più pesante è quindi allo stesso tempo l’immagine del più intenso compimento vitale. Quanto più il fardello è pesante, quanto più la nostra vita è vicina alla terra, tanto più è reale e autentica.

Al contrario, l’assenza assoluta di un fardello fa sì che l’uomo diventi più leggero nell’aria, prenda il volo verso l’alto, si allontani dalla terra, dall’essere terreno, diventi solo a metà reale e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato.

Che cosa dobbiamo scegliere, allora? La pesantezza o la leggerezza?

Estratto da Milan Kundera, “L’insostenibile leggerezza dell’essere”

Ma solo i bambini? Estratto da “Lo sviluppo sociale del bambino” di Jean Piaget

Di |2022-02-18T18:40:56+01:0018 Febbraio 2022|Open space|

Libri usati

O che si dovrebbero usare. Brevi passi da sottolineare, a volte da percorrere.

“Il soggetto afferma sempre e non dimostra mai”

Un aspetto colpisce nel pensiero del bambino piccolo: il soggetto afferma sempre, e non dimostra mai. Notiamo d’altra parte che questa carenza della prova deriva naturalmente dai caratteri sociali della condotta in quell’età, cioè dall’egocentrismo concepito come mancanza di differenziazione fra il proprio punto di vista e quello degli altri. È infatti esclusivamente nei confronti degli altri che si è portati a cercare prove, mentre a sé si crede sempre subito, almeno sino a quando gli altri ci abbiano insegnato a discutere le obiezioni, e di conseguenza si sia interiorizzata tale condotta in quella forma di discussione interiore che è la riflessione. Quando si interrogano bambini al di sotto dei sette anni si è sempre colpiti dalla povertà delle loro prove, dalla loro incapacità a motivare le proprie affermazioni, e persino dalla difficoltà che provano nel ritrovare retrospettivamente come vi siano giunti. Allo stesso modo, dai quattro ai sette anni, il bambino non sa definire i concetti che usa, e si limita a indicare gli oggetti corrispondenti e a definirli secondo l’uso (“serve a”), ciò a causa della duplice influenza del finalismo e della difficoltà di giustificazione.

Jean Piaget, estratto da “Lo sviluppo sociale del bambino”

Credere per abitudine. Estratto da “Pensieri” di Blaise Pascal

Di |2022-01-28T10:23:12+01:0028 Gennaio 2022|Open space|

Libri usati

O che si dovrebbero usare. Brevi passi da sottolineare, a volte da percorrere.

“… perchè non bisogna disconoscerlo: noi siamo automatismo altrettanto che spirito. Strumento di persuasione non è solo la dimostrazione. Quante poche son le cose dimostrate. Le prove convincono solamente l’intelletto. L’abitudine genera le prove più efficaci e più credute: piega l’automa, il quale trascina l’intelletto senza che questo se ne renda conto. Su quali dimostrazioni riposa la nostra convinzione che domani tornerà a splendere il sole, o che un giorno moriremo? Eppure, c’è cosa più fermamente creduta? Dunque, è l’abitudine a persuadercene, ed è lei a fare tanti cristiani, a fare i turchi, i pagani, i mestieri, i soldati eccetera. Bisogna perciò ricorrere a essa quando l’intelletto abbia veduto dov’è la verità, al fine di abbeverarci e di impregnarci di questa credenza, che in ogni momento ci sfugge: perché averne sempre presenti le prove è troppo arduo. Bisogna acquisire una credenza più agevole, quella dell’abitudine: che senza violenza, senz’arte, senza argomentazioni, ci fa credere delle cose e inclina verso questa credenza tutte le nostre facoltà, di modo che la nostra anima ci cade naturalmente. Quando si crede soltanto per convinzione razionale, ma l’automa tende a credere l’opposto, non basta. Bisogna dunque che tutte e due le parti di noi stessi credano: l’intelletto per opera delle ragioni, che basta aver conosciute una volta: e l’automa, per mezzo dell’abitudine, e impedendogli di inclinare verso il contrario.”

Alexis de Tocqueville, La democrazia in America

Di |2021-02-19T19:46:37+01:0019 Febbraio 2021|Open space|

Libri usati

O che si dovrebbero usare. Brevi passi da sottolineare, a volte da percorrere.

Confesso che è molto difficile indicare la maniera di svegliare un popolo che dorme per dargli le passioni e la cultura che non ha; persuadere gli uomini che essi devono occuparsi dei loro affari è, se non m’inganno, un’impresa assai ardua. È spesso meno difficile interessarli ai particolari di etichetta di una corte che non alla riparazione della casa comune.

Ma io penso anche che, quando l’amministrazione centrale pretende sostituire completamente il concorso libero dei primi interessati, si sbagli o voglia ingannarvi.

Un potere centrale, per quanto lo si possa immaginare civile e sapiente, non può abbracciare da solo tutti i particolari della vita di un gran popolo; non lo può perché un simile lavoro eccede le forze umane. Quando vuol creare e far funzionare, con le sue sole cure, tanti elementi disparati o si contenta di un risultato molto incompleto, o si esaurisce in inutili sforzi.

(…)

L’accentramento riesce senza fatica a imprimere un’andatura regolare agli affari correnti; a regolare sapientemente i particolari della polizia sociale; a reprimere i leggeri disordini e i piccoli delitti; a mantenere una società in uno statu quo che non è propriamente né decadenza, né progresso; a intrattenere nel corpo sociale una sorta di sonnolenza amministrativa che i governanti sono abituati a chiamare buon ordine e tranquillità pubblica.

In una parola esso eccede nell’impedire, non nel fare. Quando si tratta di muovere rapidamente la società o di imprimerle un cammino più rapido, la sua forza l’abbandona. Per poco che le sue misure abbiano bisogno del soccorso degli individui, si resta sorpresi allora della debolezza di questa immensa macchina che d’un colpo si trova ridotta all’impotenza. Avviene talvolta allora che l’accentramento tenti, in mancanza di meglio, di chiamare i cittadini in aiuto; ma ecco cosa dice loro: “Voi agirete come io vorrò. Voi vi incaricherete di questi particolari senza aspirare a dirigere l’insieme; lavorerete nelle tenebre e giudicherete più tardi la mia opera dai suoi risultati”. Ma non a questo modo si ottiene il concorso della volontà umana, la quale ha bisogno di essere libera nei suoi movimenti e responsabile delle sue azioni. L’uomo è così fatto, che preferisce restare immobile piuttosto che camminare senza indipendenza verso una meta che egli non conosce.

Estratto da Alexis de Tocqueville, La democrazia in America

Cesare Pavese, Il mestiere di vivere

Di |2021-02-05T17:23:02+01:005 Febbraio 2021|Open space|

Libri usati

O che si dovrebbero usare. Brevi passi da sottolineare, a volte da percorrere.

L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità – si vorrebbe morire.

È per questo che quando una situazione dolorosa si ripropone identica – appaia identica – nulla ne vince l’orrore.

Il principio suddetto non è poi da viveur. Perché c’è più abitudine nell’esperienza ad ogni costo (cfr. il brutto “viaggiare ad ogni costo”), che nella normale rotaia accettata doverosamente e vissuta con trasporto e intelligenza. Sono convinto che c’è più abitudine nelle avventure che in un buon matrimonio. Perché il proprio dell’avventura è di serbare una riserva mentale di difesa; per cui non esistono buone avventure. È buona quella avventura a cui ci si abbandona: il matrimonio insomma, magari di quelli fatti in cielo.

Chi non sente il perenne ricominciare che vivifica un’esistenza normale e coniugata, è in fondo uno sciocco che, quantunque dica, non sente nemmeno un vero ricominciare in ogni avventura.

Brano da “Il mestiere di vivere” di Cesare Pavese

Della vita degli oggetti di Adam Zagajewski

Di |2020-12-22T14:25:44+01:0022 Dicembre 2020|Open space|

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O che si dovrebbero usare. Brevi passi da sottolineare, a volte da percorrere.

Solo nella bellezza altrui

vi è consolazione, nella musica

altrui e nei versi stranieri.

Solo negli altri vi è salvezza,

anche se la solitudine avesse sapore

d’oppio. Non sono un inferno gli altri,

a guardarli il mattino, quando

la fronte è pulita, lavata dai sogni.

Per questo a lungo penso quale parola

usare: se lui o tu.

Ogni lui tradisce un tu, ma

in cambio nella poesia di un altro

è in fedele attesa di un dialogo pacato.

Brano da Adam Zagajewski “Della vita degli oggetti”

Il sentimento tragico della vita di Miguel De Unamuno

Di |2020-12-15T13:43:36+01:0015 Dicembre 2020|Open space|

Libri usati

O che si dovrebbero usare. Brevi passi da sottolineare, a volte da percorrere.

L’intelligenza è un dono terribile. Tende alla morte, come la memoria tende alla stabilità. Dio che è vivo, l’assolutamente instabile, l’assolutamente individuale, è, a rigor di termini, inintelligibile. La logica tende a ridurre tutto a identità e a generi, affinché ogni rappresentazione abbia un unico e identico contenuto in qualunque luogo, tempo o relazione essa ci si presenti. Non c’è alcuna cosa che sia la stessa in due momenti successivi della sua esistenza. La mia idea di Dio è diversa ogni volta che la formulo. L’identità, che è la morte, è l’aspirazione dell’intelletto. La mente ricerca ciò che è morto, giacché ciò che è vivo le sfugge; vuole solidificare in lastre la corrente fluente, vuole fissarla. Per analizzare un corpo bisogna menomarlo o distruggerlo. Per comprendere qualcosa, bisogna ucciderla, irrigidirla nella mente. La scienza è un cimitero di idee morte, sebbene da essa possa scaturire la vita. Anche i vermi si nutrono di cadaveri. I miei stessi pensieri, tumultuosi e agitati nelle cavità della mia mente, strappati dalla loro radice cordiale, riversati su questo foglio e fissati su di esso in forma inalterabile, sono già pensieri diventati cadaveri. Come può dunque la ragione aprirsi alla rivelazione della vita? È una tragica lotta, è il fondo della tragedia, la lotta della vita con la ragione. E la verità? Si vive o si comprende?

Brano da Miguel De Unamuno, Il sentimento tragico della vita, 1913

Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale

Di |2020-10-16T10:52:24+01:0016 Ottobre 2020|Open space|

Libri usati

O che si dovrebbero usare. Brevi passi da sottolineare, a volte da percorrere.

Si agisce nel modo migliore se si separa a tal punto l’artista dall’opera sua, da non prenderlo altrettanto sul serio quanto la sua opera. In fin dei conti costui altro non è che una condizione preliminare della sua opera, il grembo materno, il terreno, talora il concio e lo sterco sul quale e dal quale essa cresce e quindi, nella maggior parte dei casi, qualcosa che si deve dimenticare se si vuol prendere diletto dell’opera in se stessa. L’indagine sull’origine di un’opera riguarda i fisiologi e i vivisettori dello spirito: mai e poi mai gli esteti, gli artisti! (…) Ci si deve guardare dalla confusione nella quale incappa troppo spesso l’artista, come se fosse lui stesso quel che egli può rappresentare, concepire, esprimere. Il fatto è che se egli fosse tutto questo, non potrebbe rappresentarlo, concepirlo, esprimerlo; se Omero fosse stato Achille e Goethe Faust, un Omero non avrebbe creato Achille e Goethe non avrebbe creato Faust.

Nietzsche, Genealogia della morale

Erasmo da Rotterdam, La felicità è quel che si crede

Di |2020-10-02T14:54:44+01:002 Ottobre 2020|Open space|

Libri usati

O che si dovrebbero usare. Brevi passi da sottolineare, a volte da percorrere.

Lasciarsi ingannare, dicono, è una sventura. Invece, la più grande delle sventure è non lasciarsi ingannare. Insensati sono quelli che pensano che la felicità umana dipenda dalle cose stesse, mentre invece tutto sta in come si pensa. Delle cose umane è così grande la varietà e l’oscurità che nulla si può conoscere chiaramente, e se pur qualcosa si può conoscere non di rado offusca la serenità della vita. L’animo umano è così formato che si lascia accalappiare più dal belletto che dalla verità. Volete vedere una prova chiara e lampante? Andate in chiesa: se si narra qualcosa di servi, tutti a sonnecchiare, sbadigliare, seccarsi; ma se quello strillone, ho detto male, quell’oratore, come di solito, comincia con una favoletta da vecchie, ecco che si destano, si raddrizzano, stanno a bocca aperta. Se si stratta poi di qualche bel santo leggendario e poetico, vedrete che costui è adorato molto più religiosamente di San Pietro, San Paolo e financo di Cristo.

Questa forma di felicità non costa molto davvero! Laddove le cose, anche se di scarso peso come la grammatica, a volte non si acquistano che con grande fatica. Invece un’idea a modo tuo è presto fatta, ma contribuisce alla felicità quanto le cose stesse o anche di più. Se uno per esempio si nutre di pesce in salamoia andato a male, mentre gli altri non ne potrebbero sopportare nemmeno il tanfo, e gli par di mangiare ambrosia, che cosa manca alla sua felicità? e se uno ha una moglie brutta da far paura, e al marito invece par che possa entrare in gara con Venere stessa, non è lo stesso che se fosse veramente bella?

Conosco uno che alla sua giovane sposa regalò delle gemme false, dandole a intendere che erano vere e genuine, e anche di valore singolare, straordinario. Cosa mancava alla donna che pasceva i suoi occhi e il suo cuore di quei vetri e non ne traeva minor gioia, cosa le mancava a tenere serbate presso di sé delle sciocchezzuole né più né meno di un tesoro straordinario? Il marito intanto non solo evitava la bella spesa, ma si spassava all’inganno della moglie, né per questo l’aveva meno obbligata che se le avesse fatto regali costosissimi. Credete che vi sia differenza fra coloro che, rinchiusi in un antro, come immaginò Platone,  della varietà delle cose stanno ad ammirare le ombre e le immagini e quel sapiente il quale, uscito dall’antro, può guardare le cose nella loro realtà?

Brano tratto dal libro “Elogio della pazzia” di Erasmo da Rotterdam

Brano da Saggio sull’uomo di Ernst Cassirer

Di |2020-09-18T17:02:42+01:0018 Settembre 2020|Open space|

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O che si dovrebbero usare. Brevi passi da sottolineare, a volte da percorrere.

Ciò che caratterizza la mentalità primitiva non è la logica ma il suo sentimento generale della vita. Il primitivo non guarda la natura con gli stessi occhi del naturalista che vuole classificare ogni cosa per soddisfare una curiosità intellettuale. Non si avvicina ad essa con interesse puramente pragmatico e tecnico. Per lui, la natura non è un mero oggetto della conoscenza né il campo dove cercare di soddisfare le sue necessità pratiche immediate. Ci si è abituati a dividere la vita in due sfere, nella sfera dell’attività pratica e in quella dell’attività teoretica. Questa divisione ci ha fatto dimenticare che sotto all’una e all’altra vi è uno strato più profondo. Invece il primitivo non lo dimentica. Tutti i suoi pensieri e i suoi sentimenti hanno ancora radice in quel substrato originario. La sua visione della natura non è né teoretica né pratica; essa è una visione “simpatica”. Se non si tiene presente questo punto, l’accesso al mondo mitico ci resterà chiuso. La caratteristica fondamentale del mito non è uno speciale orientamento del pensiero o dell’immaginazione. Il mito scaturisce dall’emozione, per cui un fondo emotivo dà un particolare colore ad ogni sua creazione. Al primitivo non manca affatto la capacità di percepire le differenze empiriche fra le cose, ma nella sua concezione della natura e della vita tutte quelle differenze sono cancellate da un più vivo sentimento, da una insopprimibile solidarietà di vita. Il primitivo non si arroga una posizione unica e privilegiata nell’insieme della natura. La parentela di tutte le forme della vita sembra essere il presupposto generale del pensiero mitico.

Brano da “Saggio sull’uomo”, Ernst Cassirer, 1971

La pubertà permanente. Johan Huizinga

Di |2020-09-11T20:04:48+01:0011 Settembre 2020|Open space|

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O che si dovrebbero usare. Brevi passi da sottolineare, a volte da percorrere.

Nelle fasi primitive della civiltà una gran parte della vita sociale si esprimeva in forma di gioco, e cioè in una temporanea limitazione dell’umana condotta secondo norme liberamente riconosciute. Una rappresentazione stilizzata sostituisce di tanto in tanto l’aspirazione all’utile o all’appagamento (…).

Il carattere essenziale che vale per ogni gioco – sia esso culto, rappresentazione, gara o sagra – sta in ciò, che a un determinato istante esso finisce. Gli spettatori vanno a casa, gli attori depongono la maschera, la rappresentazione è finita. Ed ecco rivelarsi a questo punto la menzogna del nostro tempo: il gioco in certi casi non finisce mai, non è dunque un vero gioco. È avvenuta una vasta contaminazione di gioco e di serietà: le due sfere si confondono. Negli spettacoli che vogliono passare per seri c’è, nascosto e insidioso, un elemento di gioco. Il sedicente gioco, data l’eccessiva organizzazione tecnica e l’importanza cui assurge agli occhi di tutti, non può più affermarsi schiettamente come gioco, ha perduto i caratteri indispensabili di rapimento, di naturalezza, di giocondità. (…)

In infiniti uomini colti o incolti l’atteggiamento di gioco di fronte alla vita, che è proprio del fanciullo, diventa permanente. È uno stato d’animo universale che si potrebbe chiamare di permanente pubertà. Esso si distingue per una mancanza di sensibilità rispetto a quello che è conveniente e umano, per una mancanza di dignità personale, di rispetto verso gli altri e le altrui opinioni, per un’eccessiva concentrazione nella propria personalità. L’universale indebolimento del giudizio e della critica crea il suolo propizio a questa condizione. La massa si trova a suo perfetto agio in uno stato di semilibera esaltazione.

Meraviglia e preoccupa che il formarsi di un tale stato d’animo non solo sia preparato dallo scarso bisogno di giudizio personale, dall’azione livellatrice dell’organizzazione a gruppi, la quale fornisce un corredo di opinioni belle e pronte, dalla distrazione varia e superficiale messa continuamente alla nostra portata, ma venga provocato ed alimentato anche dal prodigioso sviluppo della tecnica.

Johan Huizinga, La crisi della civiltà, 1937

Foto tratta da pinkblog

Anche gli eroi passano di moda. William Shakespeare (da “Troilo e Cressida”)

Di |2020-09-11T15:17:17+01:0031 Luglio 2020|Open space|

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O che si dovrebbero usare. Brevi passi da sottolineare, a volte da percorrere.

(discorso rivolto da Ulisse ad Achille)

 

Signore, il tempo, enorme mostro di ingratitudine

ha una scarsella sulla schiena dove mette le elemosine

per dimenticarle. Quegli scarti sono le buone azioni passate,

che vengono consumate mentre si compiono e dimenticate

appena fatte. È la perseveranza, signor mio,

che mantiene lustro l’onore: avere fatto è rimanersene

appesi lì, fuori moda, come un’armatura arrugginita

in irrisoria monumentalità. Prendete subito la via che si offre

perché la gloria cammina su un sentiero così stretto

che di fronte ci si passa solo per uno. E tenete bene il sentiero,

perché l’emulazione ha mille figli

che si incalzano l’un l’altro. Se date il passaggio,

o sbandate dalla giusta direzione,

si avventano tutti come marea irrompente

e vi lasciano per ultimo;

oppure, come il cavallo generoso caduto in prima fila,

eccovi lì a far da terra battuta alla vile retroguardia,

travolto e calpestato: perché le loro azioni attuali,

quantunque inferiori alle passate vostre, fatalmente le superano;

il tempo infatti è un padrone di casa mondano

che stringe distrattamente la mano all’ospite che se ne va

e accoglie il nuovo arrivato spalancando le braccia

come per spiccare il volo: il benvenuto sorride sempre

e l’addio se ne va sospirando. Oh, la virtù non deve aspettarsi

ricompensa per ciò che era; perché bellezza, intelligenza, nobiltà di nascita,

vigoria fisica, merito conquistato in servizio,

amore, amicizia, carità, tutto è soggetto

all’invidioso e calunnioso tempo.

Nell’indole degli uomini c’è questo di comune:

che tutti impazziscono per gli articoli di nuova fabbricazione,

benché ricavati e imitati dai vecchi prodotti,

e lodano la polvere appena un po’ dorata

più dell’oro impolverato. L’occhio presente

apprezza l’oggetto presente: dunque non ti stupire,

tu uomo grande e completo, se i Greci cominciano

a idoleggiare Aiace; le cose in movimento

attirano l’occhio prima delle immobili.

Un tempo l’urlo era per te, e potrebbe

esserlo ancora, e può esserlo sempre,

se non ti sotterri vivo e non richiudi

la tua fama nella tua tenda, tu, le cui imprese gloriose

ancora di recente su questi campi

hanno suscitato

l’emulazione degli stessi Dei e trascinato il grande Marte

a prendere partito.

Cosa significa scegliere. Aristotele, dall’Etica Nicomachea

Di |2020-09-11T15:17:18+01:0024 Luglio 2020|Open space|

Libri usati

O che si dovrebbero usare. Brevi passi da sottolineare, a volte da percorrere.

Dopo aver definito il volontario e l’involontario, di seguito si deve analizzare la scelta: essa pare strettamente connessa con la virtù, e permette di giudicare i caratteri ancora più delle azioni. La scelta non è identica al volontario, perché ha una maggiore estensione: infatti anche i fanciulli e gli altri animali hanno a che fare con ciò che è volontario, mentre la scelta è cosa a loro estranea; poi noi diciamo volontari gli atti improvvisi, ma non li diciamo frutto di una scelta.

Quelli che dicono che la scelta è desiderio, impulso, volere o una qualche forma di opinione, non ci pare che si esprimano correttamente. Infatti la scelta non si trova anche negli animali irrazionali, ma impulso e desiderio sì. Chi non si sa dominare agisce per desiderio, ma non secondo una scelta, mentre chi si domina agisce per scelta, ma non per desiderio. E il desiderio riguarda il piacere e il dolore, mentre la scelta non riguarda né piacere né dolore.

La scelta non è nemmeno volere, sebbene sia evidente che è della stessa specie: non si dà infatti scelta delle cose impossibili, e se uno affermasse di sceglierle sembrerebbe un insensato. Invece si dà volere degli impossibili, per esempio dell’immortalità. E mentre il volere riguarda anche le cose che non vengono compiute da chi le vuole, per esempio che un certo atleta vinca la gara, nessuno sceglie cose simili, ma ognuno sceglie quelle che ritiene dipendere la lui. Inoltre il volere è soprattutto relativo al fine, mentre la scelta di ciò che porta al fine; per esempio: vogliamo essere sani, vogliamo essere felici, e questo possiamo dirlo, ma non è corretto dire: scegliamo di essere felici; in generale infatti sembra che la scelta riguardi quello che dipende da noi.

Perciò la scelta non sarà nemmeno opinione. Infatti l’opinione pare che sia rivolta a ogni oggetto, alle cose eterne e a quelle impossibili non meno che a quelle che dipendono da noi; e si divide con il criterio del vero e falso, non con il criterio del bene e male, mentre la scelta si divide soprattutto in base a questi.  Noi diventiamo persone buone o cattive attraverso lo scegliere i beni o i mali, e non per il fatto di avere certe opinioni. Inoltre la scelta è lodata per avere per oggetto ciò che si deve, mente l’opinione è lodata per essere vera. E mentre scegliamo ciò che sappiamo bene che è buono, abbiamo opinioni anche su cose di cui non abbiamo alcun sapere. Non pare che siano gli stessi a scegliere le cose migliori e ad avere delle opinioni su di esse; al contrario vi è chi ha opinioni notevolmente buone ma, a causa dei suoi vizi, sceglie ciò che non deve. Cos’è dunque la scelta, e di che specie è dato che non è nessuna delle cose che abbiamo detto? È certo evidente che è una cosa volontaria, ma non tutto ciò che è volontario è un oggetto di scelta.

O forse è ciò che è stato già deliberato? Infatti la scelta è unita a ragionamento e pensiero. Anche il nome sembra indicare quello che viene scelto invece che altre cose.

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