La vigilia virale delle cassiere

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Racconto di Natale

“No, cioè fatemi capire. Per quanto tempo vorreste tenerci qua dentro?”

“Stia calma signora, state calmi tutti per favore. Il mio servizio finisce domattina, e anche per me non sarà esattamente la notte di natale che avrei…”

“Ha detto giusto, maresciallo, lei è in servizio. Noi invece abbiamo appena smontato e vogliamo tornare a casa, e nessuno ce lo può impedire. Per quanto ci riguarda sono dieci ore che affettiamo mortadella e battiamo scontrini e col cazzo che passiamo qui il 24 sera, o chissà forse avete in mente anche i prossimi giorni fino all’epifania dentro il supermercato. Lei…”

“Io eseguo solo gli ordini, applico la legge, io non sono positivo al tampone, e per piacere si metta la mascherina mentre mi parla”.

“È rotta, lo vede? Si è staccato il filo, e comunque ce l’ho sul naso da dieci ore, qui non abbiamo fatto un minuto di pausa. Sono positiva al tampone ma non ho il colera, e non ho intenzione di spargere il virus per la città. Voglio solo infilarmi in macchina e correre a casa, e mi ci tappo dentro anche per l’eternità, se è utile alla nazione. E non so di quale legge ciancia, da quanti minuti l’ha tirata fuori il capo del governo? O che sciocca che sono, minuti! Cinque minuti probabilmente era tre leggi fa, qui le cose cambiano molto velocemente. Ma immagino che l’isolamento e la quarantena esistano ancora, no?”

“Di quello stiamo parlando, signora, per favore non si avvicini troppo con la faccia…nulla più che di isolamento e quarantena.”

“Ma perché non dovremmo farla a casa nostra come tutti?”

“Perché il governo è stato costretto ad assumere misure più stringenti. Come mai il tampone sono venuti a farvelo qui secondo lei? Da questa notte, e per tutto il periodo delle feste, chi è trovato positivo al tampone non si muove da dov’è. Punto. Ci tiene proprio tanto ad andare a contagiare i suoi familiari?”

“Teo, ma tu non dici niente? Non dico te, Aisha, che non te ne frega un cazzo del natale e comunque non apri mai bocca…”

“Non fare la stronza Claudia, lasciala stare. Teo, però, davvero sembra che non sia affar tuo.”

“Prendo la vita con filosofia, Gloria. Pensate se avessimo lavorato da un ferramenta. Almeno non avremo problemi per il cenone, voglio sperare che la proprietà non si attenda che paghiamo la spesa.”

(Giornale Radio del 25 dicembre, ore 9)

I sei dipendenti del Carrefour di via Cimarosa erano stati ieri sera i primi a sperimentare la nuova procedura di isolamento che costituisce il discusso fiore all’occhiello delle nuove misure di emergenza e contenimento: l’isolamento immediato e non necessariamente domestico di coloro che vengono trovati positivi al tampone. I dipendenti in questione erano stati oggetto di un blitz del nucleo mobile antivirus, a seguito della segnalazione di una pensionata di 74 anni che aveva notato come due di essi fossero stati colpiti da violenti accessi di tosse. L’esito positivo del tampone aveva dunque fatto scattare l’obbligo di isolamento a carico dei sei. I carabinieri si sono fatti consegnare le chiavi del locale commerciale e vi hanno rinchiuso i contagiati, che avrebbero lungamente protestato per la prospettiva di trascorrere al suo interno le festività natalizie.

 

“E vai, datemi i bicchieri!”

“Io già non sono sicura che si brindi a mezzanotte, è la natività, non è mica Capodanno, se cominciamo pure alle otto e mezza…”

“È un Natale speciale questo per noi, giusto? Rendiamolo speciale fino in fondo.”

“Quello che è speciale è che questo è l’unico posto al mondo, a parte qualche deserto africano, dove non c’è campo… proprio oggi doveva saltare il wifi.”

“Il maresciallo ha assicurato che avrebbero avvisato tutti. A parte il fatto che c’è da scommetterci, saremo già in televisione e su tutti i giornali. Questo è un caso senza precedenti. Altro che il sequestro dei pescatori che sconfinano in acque libiche.”

“E cosa ne sai che non hanno isolato tutti i supermercati d’Italia?”

“Ma figurati, appena viene fuori la nostra questione si rivolta il paese. Secondo me, tempo un’ora vengono ad aprire con tante scuse.”

“Una ragione di più per non perdere tempo in chiacchiere. Passa il bicchiere, Gloria.”

“Aisha, dai, dì tre parole almeno stasera. C’avessimo noi la tua età! Cosa devo fare per tenerti allegra, far vestire Teo da re magio?”

“Guarda Rosa che i re magi arrivano con l’epifania, non si presentano mica in sala parto il 24 sera.”

“Oh, smettila con la blasfemia. Io, prima che venisse fuori questa storia di restare aperti la domenica, sono andata a tutte le messe di qualsiasi giorno festivo.”

“Eh, ma il prete mica te li dava gli straordinari.”

“Chissà se possiamo usare il wifi di qualcuno del palazzo.”

“Come no, quello del vecchio di sopra. Mi ricordo che quello non ha neppure la televisione.”

“La radio, accidenti, mettiamo almeno quella, siamo talmente abituati a Spotify che mi ero scordato delle fm. La spariamo a mille che al vecchio lo facciamo ballare.”

“Perché non prepariamo dei bei pacchetti per farci un regalo ciascuno? Sarebbe divertente. A mezzanotte ce li scambiamo”

(Telegiornale del 25 dicembre, ore 13)

Eccoci sul luogo dove si è consumata la tragedia. Dunque, dalle 20.15 di ieri sera i sei dipendenti del Carrefour Express si trovavano rinchiusi per esigenze di isolamento, tutti positivi al tampone. Si tratta di due uomini e quattro donne. Gloria Ducco, già pronta per la pensione a metà gennaio, dopo quasi quarant’anni passati tutti come cassiera nei grandi magazzini…

“A me fare la cassiera è sempre piaciuto, ve lo giuro, specie quando si trattava di grandi magazzini. Il primo matrimonio è finito per questo.”

“Non perché lui ti picchiava?”

“Sì e no, mi picchiava perché non volevo mollare il mio lavoro. Un suo amico mi avrebbe assunta come segretaria, ma io ho rifiutato. Era stato proprio mio marito a farmici attaccare. Lo avevo conosciuto così, veniva come cliente, mi piaceva e mi veniva spontaneo fare delle osservazioni gentili, tipo anche a lei piace coltivare i ciclamini oppure come si sta trovando con la dieta…”

“Non per disprezzare, Gloria, ma non ci trovo niente di eccezionale.”

“Ascolta, non è che gli parlavo dei ciclamini quando comprava i fiori o della dieta quando comprava la verdura. Senza stare troppo a pensarci mettevo insieme tutto quel che comprava durante un mese, e d’improvviso mi folgorava la rivelazione, quando non c’entrava niente. Lui sostenne che aveva deciso di invitarmi a uscire quando, una volta che ha comprato un foulard, gli chiesi se andava meglio con la stitichezza. Ci avevo preso in pieno.”

“E come diavolo avevi fatto?”

“Non lo so, a dire il vero non mi ricordo nemmeno di quella domanda. Però aveva ragione, solo le cassiere di un grande magazzino potevano sapere tutto della vita delle persone. Secondo lui i paesi comunisti controllavano le persone attraverso le cassiere, non attraverso le spie. Beh, insomma, siamo venute prima degli algoritmi”.

“Boh, io non so manco cosa passo alla scanner.”

“Eh, ma perché è lo scanner, la tecnologia che ti allontana dall’attenzione verso il prossimo. Non hai più in mano una merce, hai in mano un prezzo”.

…Aisha Bashir, pakistana, ventenne neoassunta, Rosa Castellino, quarantenne testimonianza del precariato intellettuale, una laurea in lettere che ha ormai riposto nel cassetto per un lavoro che non richiede una specifica istruzione  

 

“Aisha, perché ti sei nascosta lì?”

“Ho la nausea.”

“Oddio, cominciano i sintomi. Fai sentire se hai la febbre.”

“No, lasciami, non ho la febbre”

“Perché devi stare sempre così sulla difensiva? Io ti tratto sempre con rispetto, non sono come Claudia.”

“Già, tu sei quella educata, istruita, con una laurea, quella che andava in chiesa, tratti tutti con rispetto.”

“Senti ragazzina, cominci davvero a rompermi le palle. Se non ti piace questo lavoro fattene una ragione, è un mese che ti comporti come un’isterica e…cosa fai, piangi? Scusa, non volevo essere aggressiva.”

“Scusami tu, scusatemi tutti. Sono insopportabile, lo so, ho sempre avuto un carattere strano ma adesso ho anche un grosso problema”

“Ma dici del virus? Non ti devi impressionare, io credo che…”

“Non è per il virus che ho la nausea.”

“Oh! Vuoi dire che…beh, non è una brutta notizia anche se…scusa, non so niente di te, spero che lui, cioè, il padre…”

“Non lo conosco. Non so chi sia. Non mi ha neppure dato modo di guardarlo in faccia. E mio padre mi ammazzerà”.

Claudia Marzano, trentacinque anni, la direttrice interna, molto amata dalla clientela, e i due uomini Teo Marrese, anni cinquantasette, il tuttofare del gruppo, e Saverio Rotundo, anni cinquantuno. Rotundo, con un passato di gravi problemi psichiatrici, pareva da poco recuperato a una vita normale.

“Claudia, tu stai scherzando. Vuoi dire che rifilavamo questa merda ai clienti?”

“Non è merda, è buona uguale. Si sa che la data della scadenza è una cazzata, la mettono per farti buttare la roba e comprarne di nuova, è una truffa.”

“Quella una truffa? Vengo a sapere ora che le date sui prodotti sono alterate di mesi, settimane, anni e parli di truffa? Gente che ha fiducia in noi, che ci sorride tutte le mattine.”

“E non stare a farla lunga. Non mi pare che sia crepato mai nessuno.”

“Ma se solo questo mese ne sono morti cinque nel quartiere!”

“E cosa c’entra con i nostri prodotti. Uno è andato sotto una macchina, un altro aveva cento anni…vuoi vedere che ora pure il Covid è venuto per colpa nostra?”

“Ah, se fosse, ti prego di non dire nostra, io ero in perfetta buona fede. Tu mi stai parlando persino di cibo scongelato e ricongelato. Prendi il vecchio del piano di sopra, si nutre solo di roba che sta in freezer. Ormai mi pare un cadavere che cammina, con la scusa del Covid la figlia lo ha messo al bando da mesi…”

“È tutta la vita che è depresso! Smettila, e non urlare che ti sentono gli altri! Ci manca solo che quella piccola vipera venga a sapere una cosa del genere. Già mi vengono i brividi a guardarla, come tutti questi che potevano rimanere a casa loro e adesso stanno qui per derubarci e sgozzarci nel sonno. Non dovevo dirtelo della data di scadenza. Potremmo mangiarla benissimo. Penso soltanto che con questa tegola che ci è caduta addosso nella notte di natale meritiamo di coccolarci con qualche prodotto fresco di prima scelta. Ah, Saverio, giusto tu. Per favore tira giù quegli scatoloni pesanti che avevi impilato, dietro dovrebbe esserci il caviale”.

(Messa di Natale delle 12, omelia di Padre Liborio)

 

Una giornata nella quale il Signore ci invita a dare un significato anche a tutte quelle sventure che ci sembrano incomprensibili, come una calamità che in tutto il mondo ci costringe a rivedere le nostre abitudini e interrogare le nostre speranze, o quella che ha riguardato alcune persone innocenti, qui nel nostro quartiere, dove c’è il supermercato. E Cristo, che per noi…

 

“Cristo, ora mi ricordo, ho venduto oggi l’ultimo panettone. Alla signora Gallone.”

“Non è possibile, ne avanzano sempre fino a fine gennaio.”

“Quest’anno la gente si doveva pur buttare su qualcosa. Immagino che ce ne saranno un’infinità in magazzino, ma ora questa è la situazione.”

“Ragazzi, forse lavorare qui dentro ci distoglie dall’essenza del Natale. Non è una festa di consumo.”

“Non mi pare consumista il desiderio di un panettone. E non mi pare che siamo mai stati amici.”

“Ecco, questo è il punto. Passiamo metà delle nostre giornate insieme e non sappiamo niente l’una dell’altra”.

“L’una dell’altra. Ci saremmo anche io e Saverio.”

“Amici, amiche, uno, altra, una, altro, che importanza ha? Perché non proviamo a fare di questa strana giornata un’opportunità?”

“Non mi convincono queste stronzate, ne ho sentite già quando è venuta fuori la pandemia. Cos’hai Gloria? Stai tremando.”

“Non mi sento bene. Temo che mi stia prendendo di brutto. Ah, respiro malissimo!”

“Cazzo, capiamo come chiamare qualcuno, è meglio che tu vada in ospedale.”

“No, aspettiamo ancora un attimo, magari mi rimetto in sesto. Mi piace il discorso che stava facendo Rosa.”

“Sì, vorrei portarlo a termine, vi ho detto che passavo tutte le domeniche in chiesa. Claudia, penso che ti non ti stia comportando bene con Aisha.”

“Io non andavo a messa la domenica, non mi va di sentire le prediche.”

“Non è una predica, è una preghiera.”

“Non mi vanno a genio neppure le preghiere.”

“Non ti sto pregando in senso religioso, mi sto appellando alla tua umanità. Questo è il giorno della nascita più importante che sia mai accaduta, e Aisha – mi permetti di andare avanti, Aisha? – ha appena deciso di onorarlo con una nascita.”

“Di che cazzo parli?”

“Aisha porta un bambino in grembo. E tanta pena nel cuore.”

“Ehi, ma stiamo ripartendo dall’annunciazione! E così persino tu hai trovato chi ti scopa, compli…che ti prende stronzo, levami le mani di dosso! Aiuto! Teo!”

“Fermati Saverio, che ti prende? Fermo, lasciala, ti ho detto.”

“Porca merda, mi stava strozzando questo scimmione. Sì, ecco così, fai una carezza a quell’altra minorata. Dove va adesso?”

“Tutto bene?”

“Sì, credo di sì, grazie Teo, solo il collo…”

“Claudia, non dicevo a te. Gloria, Gloria…”

“Oh Dio, ma sta delirando. Porca puttana, scotta.”

“Lei, signore, che ha comprato i semi per l’orto e le calze di nylon una settimana fa, e oggi la confezione sconto di dieci scatolette di tonno in olio extravergine, ho capito che non riesce a ricucire il rapporto con sua figlia.”

“La sentite, sta dando i numeri!”

“Sto scherzando, sciocco…Ahi…La cassa, forse è venuto il momento di un’altra cassa per me…non respiro…”

“È svenuta, dobbiamo fare qualcosa…”

“Chiedere aiuto a Gesù, questo è quello che dobbiamo fare, cercare la nostra salvezza unendoci forte questo è quello che dobbiamo fare, lasciamo tutti i rancori e le indifferenze alle spalle…Claudia, la vogliamo dire a modo tuo? Formiamo una squadra? O vogliamo aprire i pacchetti che abbiamo preparato seguendo il suggerimento di Gloria? Siamo quasi alla mezzanotte.”

“Io vado a battere i pugni contro la serranda, Rosa. Lo capisci o no che se non arriva un’ambulanza in dieci minuti Gloria e bell’e che fottuta? Sapete pensare solo a voi stesse, anche tu Rosa, a uscirtene con questi sermoni hai preso Dio in prestito per pensare a te stessa, la laureata frustata che trova compenso nella cura delle anime, quale vanto interiore! E voi, ognuna che piange per qualche accidente suo, fregandosene di Gloria. Hai ragione, cominciano i miracoli, Claudia proprio non l’avevo mai vista piangere.”

“Vo…glio…solo…(singhiozzo) tornare dalla mia famiglia, a casa mi stanno aspettando, i ra…gazzi (singhiozzo) staranno lì con il piatto vuoto, diranno ma quando arriva la mamma…”

“Ma se sei divorziata da cinque anni e hanno dato l’affidamento dei figli al padre. Sono tre anni che non li vedi!”

“Vai pure, Teo, vai a usare la forza bruta contro la serranda, come se potesse servire a curare piaghe che si incancreniscono. Povera Claudia, poggia la testa cara…anche tu Aisha, non disperarti, no, non così, ti fracassi la fronte se la sbatti in questo modo, ne abbiamo appena parlato, tutto si risolverà…”

“L’odore (singhiozzo)…l’odore (convulsione)…l’odore (singhiozzo e convulsione) …”

“Cosa dici? Deliri anche tu?”

“L’odore di Saverio, ora che si è chinato su di me (singhiozzo), l’ho riconosciuto (convulsione), era l’odore di quella notte (singhiozzo e convulsione).”

(Telegiornale del 25, ore 13)

Il piano originario dei sei era certamente quello di sopportare con cristiana rassegnazione il fardello di cui la sorte li aveva gravati e di festeggiare tra loro il Natale come una famiglia, poggiando su quella affettuosa solidarietà che li univa, che tanto impressionava la loro clientela e che faceva di quel supermercato un punto di riferimento umano in tutto il quartiere. Il piano stava certo procedendo perfettamente, il cenone era stato consumato, certamente i doni scambiati quando…

Saverio è sempre stato bravo ad accatastare gli oggetti. Gli unici ricordi di persone che rimangono lì a guardarlo incantati e poi si sciolgono in lodi e complimenti sono di quando accatastava. Da bambino, ogni mattina, la mamma che entrava in camera sua per tirargli su la persiana diceva: “Saverio, ma di nuovo!”, che teoricamente doveva suonare come rimprovero e però, Saverio lo sapeva, era orgogliosa che lui fosse in grado di rifare in verticale tutta la sua camera e trovare l’invisibile punto di intersezione tra gli oggetti che assicurava alla torre di stare in equilibrio, la sedia sulle scarpe, il lume sulla spalliera della sedia e le camicie appese al bordo della lampada e i quaderni distesi sopra, e le ruote del trenino addosso ai quaderni e i pupazzi ciascuno in piedi sopra il tetto del vagone e poi ancora in alto sino a finire solo perché il soffitto non possiede la generosità di un cielo aperto. Il padre invece non ne era per nulla contento e forse solo per questo li piantò di colpo, lui e sua madre, e fu brutto che accadesse proprio prima della vigilia di Natale, ma la mamma volle distrarlo dall’assenza riempendo il pavimento, ai piedi del pino finto, di mille pacchetti incartati di rosso gioioso. E Saverio disse li voglio aprire domani, e poi la notte, così incartati come erano, li accatastò uno sull’altro, ancora più prodigiosamente perché nella costrizione della carta gli oggetti segreti erano ondulanti e gibbosi, ma Saverio ci riuscì a drizzarli, a farne un campanile proprio mentre la campana della chiesa rintoccava, e rimase a guardarlo nella penombra che penetrava dalla finestra, rimase sino a quando la mamma, inquieta perché non lo aveva trovato nel letto, aprì la porta del salotto con troppo vigore, e il campanile vibrò provando a tenere l’urto e infine precipitò diffondendo un suono di vetri, e chissà perché poi di vetri, chissà cosa ci poteva mai essere in quei pacchetti, la mamma non gli avrebbe certo regalato un servizio di bicchieri, ma quali fossero i regali la mamma non glielo disse mai, e forse quel rumore era solo nella sua testa, tant’è vero che ha continuato ad ascoltarlo, durante la notte, o quando qualcuno gli parla, o quando prende una donna e siccome tintinnano i vetri non è mai chiaro che cosa quella gli stia dicendo. All’ospedale girava per le camere del reparto, e accatastava, accatastava, e i dottori dicevano sì bravo, bravo, ma non erano tanto contenti, e insistevano di non rifarlo, e si arrabbiarono tanto quando ci riprovò una notte di natale, così tanto che i vetri tintinnarono nelle orecchie di Saverio forti come mai era accaduto, e Saverio era felice di avere una nuova opportunità. Si era allontanato dagli altri e aveva realizzato che questa era la cosa da fare, accatastare l’intero supermercato, i clienti non sarebbero venuti per qualche giorno e Claudia non avrebbe potuto obiettare che messi così i barattoli erano scomodi da ficcare nel carrello. La pila saliva che era una meraviglia, Saverio lavorava veloce senza distinguere fra tonno e fagioli, pomodori secchi e marmellata ai lamponi, piselli e carciofini sott’olio, senza distinguere perché a Saverio piace essere giusto, non discriminare, e anzi Saverio è attratto da quel che è diverso, e intanto la catasta prende la forma di un albero di Natale alto almeno quattro metri. Saverio fa un passo indietro, vuole essere certo che la costruzione sia stabile prima di chiamare gli altri per farli ammirare, soprattutto ci terrebbe che vedesse Aisha. Arretra, annuisce compiaciuto, e si stupisce che qualcosa non stia funzionando quando le scatole i barattoli si distaccano rabbiosamente gli uni dalle altre e imboccano mille direzioni, e il suono stavolta è ancora più forte, molto più forte del vetro che s’infrange, e la polvere è strano che voli perché lui non l’aveva accatastata, e anche che voli lui, come se lo avesse appena dipinto Chagall.

Telegiornale delle 13, 25 dicembre

…quando un’esplosione ha distrutto il supermercato e l’appartamento soprastante. Lì abitava da solo Giuseppe Monateri, 81 anni, e c’è il forte sospetto che la fuga di gas sia stata provocata volontariamente dall’anziano per suicidarsi, benché la figlia, intervistata, abbia fermamente negato, sostenendo che il genitore non aveva alcun motivo per togliersi la vita, potendo contare sulla vicinanza sua e dei nipoti. Per quanto riguarda le altre vittime, ha subito scatenato polemiche la circostanza che fossero stati sostanzialmente reclusi dentro il supermercato. Il maresciallo dei carabinieri che ha materialmente disposto l’isolamento insieme al responsabile sanitario, ha dichiarato che le vittime non solo erano state collaborative ma avevano espresso la precisa volontà di facilitare il contenimento del virus con un atto di responsabilità. Il capo del governo ha respinto gli addebiti relativi all’eccesso di questa misura, affermando che si è tratta di una tragica fatalità e che comunque le autorità locali hanno applicato la normativa in modo affrettato, impreciso e troppo rigoroso. Nella tragedia consola parzialmente che, nonostante la violenza dell’esplosione, due dipendenti siano incredibilmente sopravvissuti…

(Casa Vitulli, via Cimarosa, isolato successivo al Carrefour)

…due dipendenti, siano incredibilmente sopravvissuti, e precisamente…

“Mamma, perché spegni? Stavo sentendo.”

“Stanno salendo i nonni tesoro, non è il caso di turbarli con queste notizie.”

“Ma è il supermercato dove andiamo a fare la spesa. Volevo sapere chi era sopravvissuto.”

“C’andavamo l’anno scorso. Non ti ricordi, abbiamo cambiato? Non erano così simpatici quelli che ci lavoravano.”

“Allora è per punirli che Gesù ha mandato l’esplosione?”

“Oh, no, Gesù non manda mica esplosioni. Non penso.”

“Ma a proposito, non siamo andati a messa?”

“C’è troppa gente in chiesa, tesoro. Gesù ti ascolta anche se lo preghi dalla tua stanza, oppure adesso a tavola.”

“Posso dire una preghiera per quei signori del supermercato?”

“Ci sono tante persone per cui pregare in questo momento, tesoro…ma fai come ti senti. Se ci tieni, puoi dirla anche per loro.”

 

Di |2021-01-29T10:35:35+01:0022 Dicembre 2020|10, Lo Storiopata|

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