Che cosa perdiamo quando perdiamo le parole. Per un’ecologia del linguaggio

>Che cosa perdiamo quando perdiamo le parole. Per un’ecologia del linguaggio

Sulla scrittura

Circa un mese fa La Stampa ha titolato un articolo “Piazza Affari in surplace”. Me ne sono stupito, perché erano anni che non sentivo usare questa parola. Ho così interpellato persone di livello di istruzione medio-alto, di età però non superiore ai 35 anni. Nessuno sapeva dire cosa significa la parola surplace.Dal punto di vista giornalistico, dunque, quel titolo deve considerarsi un errore, perché a nessuno verrebbe in mente di consultare un dizionario. Se ne ricava il senso, più o meno come si fa leggendo parole sconosciute in una lingua della quale si ha una competenza parziale: dal contesto.E visto che Piazza Affari quel giorno è rimasta più o meno immobile, si deduce che surplace sta per immobilità (in realtà non si deduce nulla, ci si scorda che c’era un titolo). Ma cosa dobbiamo fare delle parole che escono dal nostro uso? E intanto, nel caso che nemmeno voi lo sappiate: cosa vuol dire surplace?

 

Il surplace è una posizione di assoluta immobilità assunta dai ciclisti nelle gare su pista: lo scopo di tale incomodo virtuosismo, che impone per regolamento di non posare il piede per terra, è di mandare avanti l’avversario per infilarsi alla sua ruota e poter scattare alle sua spalle sorprendendolo. I migliori dizionari riportano ancora l’uso figurato di surplace, anche se non in modo univoco, tant’è che alcuni correttamente si riferiscono all’immobilità mentre altri includono anche lo scatto improvviso, che in realtà è al massimo il seguito del surplace.

 

Parlare/scrivere è azione che si svolge solo in parte mettendo in fila parole che indicano cose e legandole con i verbi e i pronomi. La lingua viva ricorre continuamente all’analogia. Solo che alcune analogie si cristallizzano sino a diventare il preciso riferimento dell’oggetto (e così il pilota passa dalla nave all’aereo). Altre facilmente si consolidano in eterno, perché immutabili sono le situazioni da cui si originano: essendo il fuoco un elemento naturale, l’espressione “ bruciare” di passione non potrà mai essere estirpata. Altre invece muoiono quando cessa il loro orizzonte di riferimento, a meno che non abbiano fatto in tempo a traslocare stabilmente nel linguaggio generico. Così, fra gli intervistati che ho descritto prima, oltre la metà usa l’espressione “gettare la spugna” per arrendersi, ma quasi nessuno sa riportarla al suo habitat originario, l’allenatore del pugile che lancia sul ring l’asciugamano per ottenere l’interruzione definitiva del match, alla luce del fatto che il suo pupillo sta prendendo troppi cazzotti (questa parola è un esempio tortuoso di analogia, e comunque la sua etimologia deriva, secondo il De Mauro, da cazzo più otto). Infatti la boxe, che ancora trent’anni fa riuniva le famiglie davanti al televisore, è uno sport quasi moribondo, con pochissimi praticanti.

Stessa sorte è toccata al ciclismo su pista: se negli anni ’60 ci si alzava di notte pur di seguire la sfida tra i pistard Maspes e Gaiardoni, oggi giusto qualche fanatico delle Olimpiadi guarda una gara del genere, assistendo quindi a un surplace. La parola non ha fatto in tempo a mettere radici, e così è condannata alla stessa invisibilità del ciclismo su pista. Il suo uso può essere solo generazionale, ma anche chi la ricorda evita di adoperarla per non complicare la comunicazione con i più giovani. Che il lessico sia fluttuante non è certo scoperta recente: già Orazio scriveva “rinasceranno tante parole che ormai sono morte e spariranno parole che oggi sono in onore”. Interessante è che il mutamento linguistico funga da osservatorio sociale, poiché dà conto di quali aree di interesse collettivo cadano in disgrazia, trascinando con loro anche i prestiti che fornivano al linguaggio corrente, e quali salgano alla ribalta.

 

Ma il linguaggio serve anche per la memoria, e nella scrittura, contrariamente a quanto temeva Platone, questa funzione si è esaltata. Nel suo libro appena uscito (Il regno della parola), Tom Wolfe descrive il linguaggio “la madre di tutte le mnemotecniche… una sequenza di suoni per ricordare qualsiasi cosa, dalla più piccola alla più grande. Il linguaggio è in sostanza il ricorso a queste particolari mnemotecniche – le parole – per creare significato”.

Surplace

Creare significato e conservarlo. Proprio nelle parole che sono più restie a recidere il cordone ombelicale con il campo semantico originario si mantiene un legame con le emozioni e la storia che l’attraversavano. Se si deve condensare in un titolo che Piazza Affari chiude in pari, tanto vale dire che ristagna: tra l’altro l’analogia è rozzamente tirata per il collo, perché il surplace presuppone che in pista siano almeno in due. Rinvia a una relazione. A un traguardo. A un’abilità. A una strategia. A un esercizio di equilibrio. Nel corteggiamento ci può essere un surplace: arrestarsi per lasciare all’altro la prima mossa, pronti a rilanciare. Fra amici immusoniti, per un equivoco che non hanno il coraggio di far emergere.

Anche se ci sta bene, però, occorrerebbe che i lettori la capissero.

Il guaio è che una malintesa economia della comunicazione tende a sgrossare ciò che non è necessario funzionalmente (nel senso di pertinenza immediata). Proprio così, tuttavia, cala la qualità della comunicazione, e l’attenzione che ad essa si è disposti a prestare. Vale per la scrittura sul web, ma anche per quella giornalistica o per certi filoni letterari in voga.

In Cent’anni di solitudine a un certo punto gli abitanti di Macondo perdono la memoria dei nomi delle cose. Così le etichettano. Però hanno anche dimenticato a cosa servono. Quindi bisogna scrivere anche quello sull’etichetta. Che la mucca va munta per via del latte, per dirne una.

Quando una parola rischia di scomparire senza suo demerito, ma solo perché lo spazio sociale che lo ospitava sta estinguendosi, dobbiamo fare come i personaggi di Garcia Marquez. Dopo avere messo l’etichetta, raccontare a cosa si riferiva. Sarà il contesto dello scritto a suggerire quanto la spiegazione debba essere concisa. Per quanto in forma ridotta, per spiegare veramente quella parola, si dovrà rispondere alla domanda: quale stato emotivo la connotava? Se il surplace fosse solo una tecnica sarebbe normale che morisse, insieme alla passione per il ciclismo su pista. Ma era tutto quello che abbiamo detto sopra. Era anche il paradosso estetico di una sfida sulla velocità basata sulla capacità di rimanere immobili, prima. Era quel manubrio che, nello sforzo di tenere la bicicletta ferma tirava di lato, come una serpe che scarta, un delfino che salta. Era il rannicchiarsi dell’irruenza, dentro la pazienza.

Far rivivere una storia dall’indizio di una parola: la forza di un testo.

Proteggere la memoria di certe parole: ecologia del linguaggio.

 

Provate a ricordare una parola che appartiene al vostro passato. Provate a usarla come analogia in un testo. Spiegatene il senso. Riguardate il testo, con e senza parola e spiegazione annessa. Siete sicuri che sia più interessante il secondo?

Di | 16 Dicembre 2016|Sulla scrittura|

Un commento

  1. Silvana 20/01/2017 at 09:29 - Reply

    Penso a mia madre Franca che ha perso le parole. Nel suo lento processo di afasia ha iniziato prima a descrivere, a fare lunghi giri di parole per descrivere per esempio la funzione degli oggetti che voleva nominare. Il cavatappi era quella cosa per togliere il coso alla bottiglia…Ora è muta ed insieme al linguaggio ha perso il mondo. IL linguaggio è dunque anche il nostro reale.

Questo articolo mi ha fatto pensare a...

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