Quattro grandi cantanti jazz che in Italia vi tengono nascoste

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Ci vorranno le quote rosa nelle recensioni? Nessuno fra gli ultimi dischi (usciti fra il 2019 e il 2020) della quattro musiciste che vado a indicare è stato segnalato in Italia, nemmeno dalle riviste specializzate.

Eppure si tratta di lavori eccellenti. A parte poche eccezioni, la qualità del jazz di marca femminile è ancora fortemente sottovalutata.
I quattro dischi sono anche una valida testimonianza di come sotto l’etichetta jazz si raccolga oggi una grande varietà espressiva, che lo rende terreno fertile per contaminazioni originali. Visto che domina l’interrogativo “che fare a casa in questi giorni di restrizioni?”, i quattro dischi, ascoltati in streaming oppure ordinati on line (non si fa torto a nessuno sul territorio neanche in prospettiva, perché credo sia quasi impossibile trovarli in un negozio di dischi) possono rappresentare una scelta di intrattenimento non convenzionale.

 

Andiamo per ordine di facilità d’ascolto. Lou Tavano è una giovane cantante francese (che canta per lo più in inglese, e le viene meglio di quando canta in francese), piuttosto classica, con un timbro potente e una ricca coloritura delle note. Il suo compagno nella vita lo è anche nell’arte, e tutto sommato a Lou avrebbe forse giovato che la coppia fosse una di quelle che alla sera, al rispettivo rientro, si domandano: “Cosa hai fatto oggi, caro/a?). Il sostegno creativo e pianistico di Alexey Asantcheeff sembra una cornice modesta e un freno al talento della Tavano. Ciò non toglie che Uncertain Weather sia un disco molto piacevole, quietamente con ammiccamenti al pop, particolarmente riusciti nella dolcissima As We Part, che avrebbe di tutto per essere una hit.

 

Jennifer Leitham è alla soglia dei sessanta, ha alle spalle 130 partecipazioni a dischi di cui 11 a suo nome, ma sino al 2001 li firmava come John Leitham: poi ha cambiato sesso, diventando Jennifer, e il bigotto circuito dei festival ha preso a considerarla ospite meno appetibile. A essere sinceri non è la voce, modestissima nell’estensione, il suo forte: ha quel certo fascino androgino, ma data la biografia è quasi scontato. La Letham però, oltre a cantare, è una grandiosa contrabbassista. La sua ultima prova, Remnants of Humanity, contiene alcuni pezzi suoi e qualche cover. Più che negli standard del jazz, la Leithem eccelle nel rimescolare le carte su materiale nato in un ambito differente. Era da parecchio tempo che non sentivo un adattamento jazz di Bach tanto intrigante (benché molto addomesticato emotivamente) quanto l’aria sulla IV corda in questo disco. E la versione della beatlesiana When i’m A Sixty-Four è un piccolo gioiello.

 

Leila Martial è una performer della voce, che pesca – per sua stessa ammissione – anche a fonti inuit e pigmee, ma è pure saldamente ancorata alla tradizione del jazz-rock alternativo francese risultando una sorta di Christian Vander (il leader dei Magma) al femminile. Descrive il suo cantare come un gioco. In Warm Canto dominano i vocalizzi arricchiti dal looping dentro un’atmosfera da natura nordica di rilassante ma non scontata soavità, che insieme al suo trio la Martial anima di costanti variazioni ritmiche.

 

Più ostica all’ascolto, e però di enorme spessore artistico, è l’indiana Amirtha Kidambi, che con il suo quartetto ha inciso il secondo disco From Untruth, quattro brani lunghi dai contenuti fortemente politicizzati e musicalmente iscritti nel campo della pura avanguardia; una mescolanza ai cui vertici sono un nervoso free-jazz e certe sonorità dei canti religiosi della musica carnatica, propria dell’India meridionale. La personalità aggressiva e alla ricerca della dissonanza rispetto alla linea strumentale – già di suo prodiga di rumorismo e distorsioni elettroniche – ricorda quella della tedesca Dagmar Krause, che fornì le sue migliori interpretazioni nelle canzoni di Bertolt Brecht e nel sofisticato progressive degli Henry Cow. Sempre nel 2019, la Kidambi ha partecipato allo strepitoso Code Girl della compositrice e chitarrista americana Mary Halvorson, uno dei cinque migliori dischi jazz dell’anno. Anche questo, quasi sconosciuto in Italia.

Di | 20 Marzo 2020|9, Ufficio visti|

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