Volontariato per salvare la scuola

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Sotto certi profili è ripugnante che, nella crisi generata dal Covid, le scuole riaprano dopo tutto il resto: ci sono mille ragioni per cui ci dovrebbero premere più di ogni altra cosa. E tuttavia il fatto che si tratti di un problema mondiale (le scuole sono ancora chiuse in 123 nazioni nel mondo) deve farci riconoscere che grava su di loro una criticità peculiare e una spinta alla riduzione del distanziamento superiore a quella di altre realtà. Non è detto che il problema siano i bambini e gli adolescenti: le cifre (pur raccolte con scarsa sistematicità dovunque, persino in un paese come la Svezia: non è incredibile già questo?) sembrano confermare una debole propensione al contagio fra i minori di 18 anni. E però riaprire la scuola significa mobilitare tutti i componenti della sua struttura, dagli insegnanti al personale amministrativo, e riattivare il principale propulsore della mobilità urbana e dei trasporti pubblici. Ma bisogna pur arrivarci, e i paesi che prima si sono mossi verso la riapertura – su tutti Germania e Danimarca – non hanno pagato alcun dazio in termini di aumento dei contagi, il che è incoraggiante.

 

La riapertura scolastica pone una serie di problemi organizzativi: a parte che alcune misure cardine della strategie sanitarie suscitano repulsione in quel contesto (si pensi alle mascherine nelle scuole elementari), l’attuazione del distanziamento rischia di lasciare fuori dalla capienza una quota di studenti (in Italia ora ipotizzata nel 15%) e imporre, a rotazione, il collegamento a distanza insieme alla lezione dal vivo. Le possibilità alternative sono l’individuazione di spazi diversi (ad esempio i musei, o con la bella stagione i parchi) e la divisione in turni durante la giornata, che però per l’immediato sembra preclusa dalle carenze di organico. A questo si aggiunge la riduzione dell’ora, traducibile evidentemente come una riduzione dell’offerta formativa. La ministra Azzolina è stata duramente criticata, pochi giorni fa, per la scarsa concretezza del suo programma e per la rimessione dei nodi principali all’autonomia degli istituti, che l’hanno letta come uno scarico di responsabilità a loro danno; mentre una parte dei docenti ha evidenziato come ogni delega in bianco rischi di disallineare geograficamente il livello educativo.

 

Il punto più critico rimane la scarsità di investimenti, in proporzione ai fondi stanziati per l’economia più direttamente produttiva. Ora che le già vituperate classi-pollaio sono diventate impossibili per ragioni epidemiche, si potrebbe approfittare dell’occasione per quell’investimento educativo reclamato da tempo; sarà necessario realizzarlo anche nella didattica a distanza, che sin qui è quasi sempre un palliativo piuttosto che un affinamento pedagogico – a parte il fatto che, per via del digital divide, taglia fuori una quantità non indifferente di studenti.

Se però, sul piano politico, è giusto reclamare che la dignità della scuola passi per la valorizzazione delle sue risorse, e in primo luogo degli insegnanti, non è facile immaginare che il malessere di decenni si dissolva nel giro di pochi mesi, sia per ragioni finanziarie sia per la palpabile impreparazione programmatica.

Ebbene, nel piano del ministro sono stati evocati i “patti educativi di comunità”. Nessuno si è preso la briga di spiegare in cosa consistano, ed è possibile che la formula sia stata prescelta perché lasciata a se stessa non dice nulla, e non impegna. Nella prassi, in qualche Comune si è già cercato, negli ultimi anni, di stringere alleanze con enti legati al territorio per proporre esperienza didattiche fuori dal programma. Piccole cose, ma l’idea ha una capacità di germinazione potente, e può essere il modo per far uscire dall’isolamento la scuola e gettare più stabilmente un ponte con la società e anche il mondo del lavoro.

 

Bisogna però che le scuole ci si avvicinino spogliandosi della loro corazza burocratica, contro la quale da anni combattono i genitori più intraprendenti. Non facciamo di questo patto l’occasione per nuovi e ridondanti protocolli, magari stesi insieme a interlocutori altrettanto ingombranti. Io proverei a definirlo abbassandolo (o elevandolo?) a un livello di semplicità estrema. Il patto educativo per la comunità deve rimanere un’astrazione: l’intesa tra la scuole e la comunità che la circonda affinché l’istruzione scolastica diventi un campo che, sotto la stretta direzione dei docenti, coinvolga tuttavia altre competenze del territorio. Astratto il patto, dunque, e molto concreto il suo contenuto: si facciano entrare quanti più volontari possibili a insegnare qualcosa dentro le scuole, ottenendo un obiettivo di breve periodo (tamponare le carenze di organico) e uno di lungo periodo (quando si sarà posto rimedio alla carenza d’organico arricchire l’offerta formativa). E non necessariamente debbono essere i volontari a entrare nelle scuole. Che siano anche le scuole a trasferirsi dai volontari – anche la messa a disposizione di un edificio può far parte del volontariato.

 

Non mi sembra il caso di entrare nei dettagli, è giusto solo precisare che non intendo trasferire a persone che non hanno conseguito il titolo per insegnare (peraltro quel titolo potrebbero pure avercelo: immaginiamo un professore universitario che si presti pure al volontariato) il lavoro che spetterebbe, retribuito, ai precari che da anni attendono un inquadramento. Parlo di interventi spot, lezioni singole, al massimo di brevi seminari. Immagino che tutto si svolga sotto il coordinamento e la selezione dei docenti, che si preoccuperanno anche di farne elemento di valutazione dello studente; e che chiunque voglia praticare questa forma di volontariato civico abbia l’onere di presentare un progetto e poi di conformarlo alle richieste dell’insegnante (e che però poi possa rimanere da solo in classe) ma non abbia bisogno di essere presentato da qualcuno se non dai suoi titoli e dalle attitudini pedagogiche di cui possa offrire indizio. Escludo che mai l’ingresso di un volontario possa essere negoziato all’interno di una logica commerciale, e che qualcuno possa andare a propagandare dei servizi in una scuola. Confido che si possa fr esplodere una scintilla di mobilitazione civica ottenendo che senza troppe distinzioni di blasone (che ci stia meglio un avvocato o un falegname dipende di volta in volta dal progetto e dal contesto) tante persone vivano questa possibilità di rendersi utili all’istruzione con umile entusiasmo. Insomma non una privatizzazione della scuola ma l’esatto contrario.

 

A ben vedere neppure una rivoluzione totale. Come ho già detto alcuni bravi docenti già si sforzano di percorrere questa strada – e io stesso ho avuto occasione, grazie al loro dinamismo,  di accedere a scuola per parlare di consapevolezza digitale o di storia del silenzio o di diritto civile. Si tratta solo di formalizzare una regola per la quale assume responsabilità non il dirigente scolastico che accetta ma il dirigente scolastico che si oppone; e di prevedere incentivi economici per i docenti che rendono l’istruzione più varia e plurale, senza che ne soffra la coerenza dell’apprendimento.

Si tratta di aiutare la scuola a cessare di essere il luogo del vorrei ma non posso, che tante volte qui rappresenta un’abdicazione o una mentalità prima che una mancanza di risorse. A questo si aggiunga che l’iper-prottetivismo delle famiglie ha prodotto un’insana iper-responsabilizzazione giuridica dell’attività: è forse il momento che la sovra-esposizione in termini di responsabilità civile degli insegnanti e degli istituti venga normativamente rivisitata con ragionevolezza.

E dopo, sì, lottiamo tutti insieme agli insegnanti per farle arrivare, pure le risorse.

Di | 1 Luglio 2020|8, Articoli recenti 2, Limite di velocità|

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