Nove suggerimenti musicali in attesa che tornino i concerti

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Sono anarchici e hanno preso spunto dalla crisi pandemica per prendere di mira il capitalismo delle multinazionali e degli stati. Testi dissacranti? Manco mezzo. È frequente leggere che i canadesi Godspeed You! Black Emperor riescono a esprimere con la musica gli auspici rivoluzionari che avrebbero richiesto parole, ma non è una tesi convincente. Al massimo le dichiarazioni (poche, non rilasciano interviste) e soprattutto il titolo suggeriscono un indirizzo: questo G_ d’s Pee At States End sta per Piscio di Dio alla fine degli stati.  I brani sono lo spezzettamento di due suite che hanno una progressione da colonna sonora, e in effetti trasmettono un senso di movimento collettivo. Lo sfondo è rumorista ma non industrial, e le chitarre progressivamente purgano l’ambiente degli echi esterni edificando la speranza sopra un cumulo di detriti post-apocalittici. Il suono attinge al metal, e pure vibra il upgrade del rock sinfonico degli Yes. Cupo, spigoloso e però raro segno di pur contenuta innovazione nel panorama rock.

La distopia incombe, oltre che sull’assetto politico e sociale, anche sulla più stretta intimità. La trama dello splendido film Her proponeva lo struggente e desolante innamoramento del misantropo Thomas per Samantha, il suo sistema operativo programmato per la compagnia e che arriva a corrispondere, ma anche a trascendere, il sentimento umano. In quella pellicola funzionava tutto a meraviglia, e la colonna sonora che suona in stile Tortoise o Mogwai di qualche anno fa era invece una prova di versatilità degli Arcade Fire (anche loro, come è noto, canadesi) che giocano con successo a spostare l’accento, nell’evocazione, dall’elettronica e algida esattezza dell’algoritmo verso un misurato ma profondo sentimentalismo, con tracce ambient.

A proposito di ambient, nella categoria “strano ma vero” dobbiamo aggiungere l’episodio dell’ottantaseienne Pharoa Sanders che rimane incantato dal disco Elaenia del dj Floating Points, un elettronico anomalo, molto gentile nel timbro tanto che la title track di quell’album poteva qualificarsi una tiptoe-track. Sanders fu sassofonista ascetico e meditativo insieme a Coltrane in Ascension e Meditations, e poi seguì un suo percorso free-space-funky in Karma, il suo lascito personale più celebre. L’approdo di questa conoscenza intergenerazionale è Promises, in cui Sanders e Floating Points sono accompagnati dalla London Simpony Orchestra: le ultime recensioni lo festeggiano come l’evento musicale dell’anno, sin qui. Si tratta nella sostanza di un unico brano, una base tematica stesa dal producer sulla quale Sanders ogni tanto infila eleganti contorsionismi sassofonistici. La staticità del disco, o almeno la sua programmatica assenza di sviluppo, induce Rolling Stone a domandarsi perché diamine alla gente garbi un disco come questo, e da un giro di opinioni ne ricava pressappoco che il lockdown ci ha resi desiderosi di stabilità e stasi, o almeno omologati ad esse.

Apparentemente nulla meno potrebbe essere meno cosmopolita di un coro a cappella formato da sei amici e parenti che costituiscono il due per cento abbondante della popolazione di un paese sperduto dentro il Massiccio Centrale. La proposta sonora dei San Salvador in La grande folie eccede però la rivisitazione del folk tradizionale, e il canovaccio arricchisce la polifonia vocale con battiti ritmici di mani e tamburi. Sulla progressione ritmica si staglia la lingua occitana, che contribuisce a trascinare l’ascoltatore in uno stato di trance piuttosto affine a quello prodotto da certe danze indiane e non alieno da influenze africane da melting pot marsigliese. I brani sono insolitamente e piacevolmente lunghi, e l’emozione in cui trascina La Lisetta, è una delle più intense di questo prima parte musicale del 2021.

Non sarebbe regolamentare inserire in questa lista i Warsaw Village Band con il loro Waterduction, perché è uscito alla fine del 2020, ma circolava giusto sui loro social. La Vistola e l’acqua in generale vengono dichiarate quali sorgenti d’ispirazione compositiva. Pochissimi gruppi di world music, attualmente, riescono a mescolare tante influenze diverse, benché il baricentro graviti nell’Europa centrale e storicamente attinga a piene mani dalla musica askhenazita. I suoni balcanici richiamano l’area slava e le danze gitane, in un paio di brani ci si approssima al Mistero delle Voci Bulgare. In altre occasioni la band si era spinta sino alle sonorità del reggae giamaicano e mediorientali, in questo disco il legame con il folk polacco sembra considerato con maggiore urgenza. L’intreccio melodico fra archi, fiati (decisivi nell’infondere un timbro jazz) e voce femminile, con l’innesto di strumenti tradizionali polacchi, è irresistibile e infonde una nostalgia non decadente ma rivitalizzante.

Emmet Cohen ha un approccio estroso e a tratti scherzoso al pianoforte che ricorda, per tocco e virtuosismo, Stefano Bollani. Il suo ossequio alla tradizione sconfina nel puro ragtime (la title-track Future stride) ma quando duetta insieme al trombettista Marquis Hill sa ispirarsi anche al Miles Davis di Ascenseur pour l’échafaud. La preferenza complessiva è per un hard-pop rimodulato nei ritmi.  E in più infila una versione di Second Time Around che nulla invidia a quella di Bill Evans in Quintessence, e anzi è persino più calda. Di tutti i dischi di cui qui scrivo, è quello più pacificatore, orecchiabile (ma per nulla banale) e quello che in una serata romantica fa pendere la bilancia dal lato vincente.

Se poi, per rimanere nell’ambito pianistico jazz, preferite l’esplorazione intellettuale, Julie Sassoon, inglese di stanza da dieci anni a Berlino, con il suo If You Can’t Go Outside…Go Inside è quello che vi vuole. Solo per non arrivare impreparati, è come la wittgensteiniana mosca che cerca di uscire dalla bottiglia. Due brani per trentadue minuti complessivi nei quali la ripetizione in modello Steve Reich è spezzata dai sussulti della muscolare improvvisazione. Rispetto alla circolarità reichiana, Sassoon cerca la soluzione e la rottura (e la mosca il collo della bottiglia), e per raggiungerla non si dimena, cosicché la sua densa sonorità si approssima infine a quello che si usa definire suono Ecm.

Periodo di recuperi dall’oblio nel campo della musica classica. La casa discografica Urania si conferma specializzata nel violoncello: Claudio Ronco ed Emmanuela Vozza si assumono il compito di far rivivere in prima mondiale le sonate di Jean Baptiste Janson (1742-1803). Appena pochi mesi fa avevano inciso le sonate del suo rivale Duport, che fu più furbacchione, famoso e tramandato alla posterità. Le cover di queste edizioni sono due ritratti dei compositori, colti in pose buffe. Janson mima con il dito sulla bocca il silenzio, come per riferirsi alla dimenticanza che lo ha cancellato per oltre due secoli, mentre la faccia di Duport ostenta sgomento come avesse visto apparire il fantasma di Janson. Per dire che le composizioni esprimono una sensibilità avanti ai suoi tempi bisogna evidentemente far finta che non siano mai esistite le suite di Bach. Ma davvero Janson era assai più vario e inquieto rispetto al corrente stile galante, oltre che raffinato virtuoso. World music di una volta: in qualche passaggio, ad esempio nella sonata in re maggiore opera 2 numero 3, colgo qualche passaggio che assona con le melodie della canzone ottocentesca napoletana (ma in fondo, oltre che nel nord Europa Jansen fu di stanza a Parigi in ambienti borbonici).

Un altro repêchage, in assoluto non dello stesso livello ma comunque molto divertente, lo regala Grand Piano ritirando fuori Anne Louise Brillon De Jouilly, aristocratica che visse quasi esattamente negli anni di Janson, e compose deliziose e salottiere ma non fatue musiche clavicembalistiche e sonate per piano – che avevano il medesimo eco cembalistico, nascevano insomma già come trascrizioni – un cui florilegio è qui proposto da Nicolas Horvath. Si guadagnò l’ammirazione e una dedica di sonate da Boccherini, un dipinto di Fragonard e la presenza di Benjamin Franklin alle sue soirée, cui sarebbe seguita tra i due una fitta corrispondenza e la scrittura da parte sua di una marcia in omaggio alla Rivoluzione Americana. Con quella francese ebbe qualche problema, invece, e per non caderne vittima se ne andò a svernare lontano dai salotti parigini, per riemergere praticamente solo oggi con questo disco.

Anche se prevale un tono leggero e una gradevole vena di humor, la documentazione è solida, gli esempi fitti e illuminanti

Corrado Augias, Il Venerdì

Un trattato, mica bruscolini. Il trattato, infatti, tipo quelli di Spinoza o di Wittgenstein, è un’opera di carattere filosofico, scientifico, letterario (...) E così è. Nel suo trattato Bassetti espone il come e perché dell’offesa.

Francesca Rigotti, Il Sole 24 ore

 

C’è un passo in cui di Bassetti dice che questo è un tema sorprendentemente poco esplorato...Non lo è più da quando c’è questo libro

La conclusione del conduttore di Fahrenheit – Tommaso Giartosio

 

Queste sono le tre ragioni per cui ci si offende:

  1. Hai detto male di me

  2. Hai violato un confine

  3. Non ti sei accorto di me come, e quanto, avresti dovuto

Di |2021-05-28T11:26:35+01:0016 Aprile 2021|Limite di velocità|

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