“Noi ci permettiamo il lusso di essere aristocratici e democratici, conservatori e progressisti, reazionari e rivoluzionari, legalisti e illegalisti, a seconda della circostanza di tempo, di luogo e d’ambiente nelle quali siamo costretti a vivere e ad agire”.

Quando si dice tutto d’un pezzo.

Un male antico, il trasformismo e opportunismo della politica italiana.

E infatti questa dichiarazione non è stata rubata in un fuori onda di qualche leader dei giorni nostri.

Si tratta dell’editoriale del giornale “Il Popolo d’Italia”, firmato dal suo direttore Benito Mussolini, di poco successivo al 23 marzo 1919, il giorno di nascita del fascismo nella forma del movimento politico del “Fasci di combattimento”, che raccoglieva un gruppetto composito ideologicamente, compatto negli umori, con il suo fulcro nei reduci di guerra, negli ex interventisti, nell’arditismo.

Il 23 marzo, a Milano, al primo piano di un locale in Piazza San Sepolcro, erano in 119, compresi alcuni anarchici e comuni delinquenti, che si trovavano lì solo nel caso che fosse necessario menar le mani a causa di un attacco dei socialisti. A un certo punto Mussolini prese la parola, cominciando così il suo discorso: “La vita nelle società moderne è di una complessità formidabile”, e perorò la causa della competenza. In cinquantaquattro firmarono il manifesto dei Fasci Italiani di Combattimento, e il direttivo fu composto a casaccio, arruolandovi pure gente che aveva il solo merito di sedere in prima fila e applaudire con calore. Mussolini ne fu il primo presidente. Riguardo le premesse della nascita, in un discorso a Bologna il 3 aprile, deplorò la violenza ma ammise che, per imporre le proprie idee, ai fascisti era pur necessario “a suon di randellate toccare i crani refrattari”. Il programma adottato era rivoluzionario, concorrente e in parte convergente con quello socialista. Le elezioni erano prossime, e l’idea era di non affrontarle da soli, però i socialisti massimalisti rifiutarono di formare un’alleanza se nelle liste fosse stato incluso il vecchio nemico Mussolini, che dovette così rassegnarsi a far correre il partito da solo. Tra i 19 candidati milanesi, oltre Mussolini, spiccavano il futurista Marinetti e il direttore d’orchestra Arturo Toscanini, che aveva anche devoluto 30.000 lire per la causa.

Per sollevarsi il morale nell’attesa del voto i fascisti si esercitarono in scorribande violente, come quella nella sede del giornale socialista L’Avanti il 3 aprile, cui venne appiccato il fuoco. Il fumo negli occhi, non meno dei socialisti, era rappresentato da Giovanni Giolitti, che nelle ultime settimane prima del voto proclamava la necessità di pacificare la nazione dalla violenza e tendeva la mano ai socialisti. Si tirò addosso, persino dal Corriere, l’appellativo di “bolscevico dell’Annunziata” (quest’ultimo riferimento concerneva il Collare onorifico che siglava la parentela di “cugino” con il re), oltre a quello di “bandito di Dronero”, coniato da Mussolini nei suoi editoriali.

Per la prima volta le elezioni il 16 ottobre 2019 si sarebbero svolte col sistema proporzionale e i fascisti nutrivano qualche speranza di portare a casa dei seggi. A parte l’annessione di Fiume e della Dalmazia e il sostegno alle associazioni di combattenti, il programma prevedeva una Costituente, la repubblica in luogo della monarchia, l’abolizione del senato, dei titoli nobiliari e del servizio militare obbligatorio, il censimento e la falcidia delle ricchezze, la terra ai contadini, la gestione delle industrie da parte dei sindacati e l’abolizione della diplomazia segreta.

L’esito, tuttavia, fu una cocente delusione. I fascisti non elessero nessun deputato e Mussolini, capolista a Milano, prese appena 457 voti. A Predappio, paese natale del leader, neppure uno depose nell’urna una scheda barrata sul simbolo dei fasci, che era una bomba a mano. Mussolini, sconsolato, si sfogò con Margherita Sarfatti, meditando di cambiare attività, incerto se muratore, aviatore o scrittore finalmente di quel dramma in tre atti che aveva in testa, da intitolarsi Lampada senza luce.

L’orizzonte di riferimento dei fascisti cambiò: l’azione era sempre al centro dell’ideologia ma messa al servizio delle forze padronali che si preoccupavano delle agitazioni contadine e operaie. E così il trampolino di lancio fu la strage di Palazzo d’Accursio, a Bologna, quando una squadra di fascisti attaccò la folla riunitasi dopo l’elezione, come sindaco, del socialista massimalista Enio Gnudi, lasciando sul terreno dieci morti e circa cento feriti. Le tessere decollarono, passando da poco più di mille a diecimila nel giro di pochi mesi, e anche i morti degli scontri, che supereranno i 3000. Come aveva fatto sotto Palazzo d’Accursio, la polizia reprimeva severamente i socialisti e chiudeva un occhio, e qualche volta due, verso la fazione opposta.

Giolitti commise il più grosso errore della sua navigata carriera politica, ritenendo che il modo migliore per disinnescare l’eccesso di turpe energia dei fascisti fosse di inquadrarli nel sistema, di parlamentarizzarli, e ottenne lo scioglimento delle camere e le elezioni per il 15 maggio 1921. Fu così che, ancora scottati dall’insuccesso del 1919 i fascisti furono ben lieti (non tutti in verità, ma Mussolini li convinse) di allearsi in un listone insieme ai liberali, con cui Giolitti voleva contrastare le onde socialista e cattolica che erano state dilaganti due anni prima. Il direttore del Corriere della Sera, Luigi Albertini, biasimò a lungo che i liberali volessero accorparsi con quell’orda, ma due giorni prima, visto che oramai era fatto, benedisse lo sposalizio e scrisse che il listone non si commenta ma si vota.

Il giorno delle elezioni è segnato dalla violenza. Da Mantova e Siracusa si contarono 29 morti e 104 feriti in un solo giorno. Il listone stravince, e i fascisti portano 37 deputati in parlamento. Mussolini è il primo eletto a Milano con 124.918 preferenze e a Bologna con 172.491 preferenze. Pio XI confida in privato che secondo lui Mussolini potrebbe rigenerare la nazione e fondare la pace. All’apertura della legislatura, il 13 giugno, le camicie nere elette cacciano il deputato comunista Misiano, che nel 1915 era stato condannato in contumacia per diserzione, lo bastonano e gli sputano addosso, costringendolo a percorrere il corso con la testa rasata e dipinta. Al termine dell’atto squadristico il neo-deputato Roberto Farinacci consegna a Giolitti la pistola tolta a Misiano. “A te consegno l’arma del deputato disertore”. Con la sua ironica sobrietà Giolitti replica: “Non posso prenderla perché non ho il porto d’armi”. Ad agosto Mussolini, sotto la pressione dei leader liberali, accetta la firma di un patto di pacificazione con i socialisti, che non sarebbe mai stato rispettato. Per vincere la forte resistenza interna al patto, a novembre, trasforma i fasci nel Partito Nazionale Fascista, per inquadrarlo più gerarchicamente.

Un anno dopo, dopo la marcia su Roma, il 30 ottobre 1922 Mussolini viene chiamato a presiedere il governo.

Nel 1924 Mussolini ottiene dal re lo scioglimento delle camere, perché la sua maggioranza non è troppo blindata a causa della scarsa rappresentanza fascista. Una riforma elettorale maggioritaria assicurerà i due terzi dei seggi alla maggioranza relativa che raccoglie il 25%.  Questa volta fu è lui a offrire il listone ai liberali, quelli più fiancheggiatori dei loro, e quelli accettano, anche se i rapporti numerici di rappresentanza vengono rovesciati. La campagna elettorale è segnata da molte più bastonate, fucilate, pugnalate che nel 1921. In alcuni luoghi i fascisti impediscono che il 6 aprile gli elettori sgraditi accedano ai seggi, in altri i fascisti votano due o tre volte. Situazioni che hanno il loro peso, ma il consenso dei ceti medi comincia a essere straripante. Il risultato di due terzi viene raggiunto nelle urne, senza alcun premio. Nella prima seduta della nuova camera il deputato socialista Giacomo Matteotti denuncia i brogli e le violenze e Mussolini lo esorta a parlare prudentemente. Matteotti replica che non vuole parlare “né prudentemente né imprudentemente ma parlamentarmente”. Quando ne viene trovato il cadavere, il 16 agosto, pare per qualche settimana che la crisi possa travolgere Mussolini. Se ne tira fuori, anche per la posizione assunta dalla sinistra che abbandona parlamento, e suggella la fine della sbandata con un discorso in cui assume la responsabilità morale, politica e materiale di quanto è accaduto, indica nel fascismo una superba passione della migliore gioventù italiana, afferma che “l’Italia vuole la pace e la tranquillità, la calma laboriosa. Gliela daremo con l’amore, se possibile, o con la forza se sarà necessario”.

Nel 1926 furono cancellate le elezioni a livello locale, coprendo le cariche con nomine prefettizie. Le elezioni nazionali rimasero tali di nome, ma si trattava di plebisciti: gli elettori erano chiamati cioè a dire sì o no a un’unica lista, scelta dal Gran Consiglio del Fascismo. C’era una certa pressione a partecipare, perché il fascismo teneva allo svolgimento di quelli che pure aveva chiamato “ludi cartacei”, e quindi la partecipazione fu massiccia. Ma dopo un secondo svolto nel 1934, anche i plebisciti vennero a noia e il Parlamento eletto nel 1938 venne sostituito da una permanente Camera dei fasci e delle corporazioni.

Dopo la fine della guerra, alla prima elezione repubblicana, entrò in vigore il divieto di ricostituzione del partito fascista, che non avrebbe però impedito al Movimento Sociale, e alla sua fiamma che nel simbolo in qualche modo simboleggiava una continuità con esso, di celebrarlo e di concorrere alle elezioni nazionali sin dal 1948.

Anche se prevale un tono leggero e una gradevole vena di humor, la documentazione è solida, gli esempi fitti e illuminanti

Corrado Augias, Il Venerdì

Un trattato, mica bruscolini. Il trattato, infatti, tipo quelli di Spinoza o di Wittgenstein, è un’opera di carattere filosofico, scientifico, letterario (...) E così è. Nel suo trattato Bassetti espone il come e perché dell’offesa.

Francesca Rigotti, Il Sole 24 ore

 

C’è un passo in cui di Bassetti dice che questo è un tema sorprendentemente poco esplorato...Non lo è più da quando c’è questo libro

La conclusione del conduttore di Fahrenheit – Tommaso Giartosio

 

Queste sono le tre ragioni per cui ci si offende:

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Dalla democrazia di Atene a quella del web, un atto di accusa verso un regime politico che non riesce più a risollevarsi e mantenere le sue promesse. Una revisione radicale dei concetti di libertà, eguaglianza e giustizia, contro ogni ipocrisia, per salvare l’ideale della democrazia mediante una serie di soluzioni rivoluzionarie senza passare per la rivoluzione. Un tentativo di riconciliare i cittadini e gli stati (entrambi oggi assai lacunosi) nel segno di una nuova democrazia partecipativa responsabile.

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Di |2022-09-23T12:40:45+01:0023 Settembre 2022|5, Limite di velocità|

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