Parlare d’altro

>Parlare d’altro

Una delle conseguenze immediate di questo epocale virus è che rende apparentemente impossibile parlare d’altro. Persino quando un media propone un diversivo, quale un suggerimento letterario o la visione di un film, è d’obbligo premettere che si tratta di un modo per trascorrere la quarantena. Chi parla d’altro è tenuto a giustificarsi. Se ci si trova impegnati in un’attività differente, come fare la spesa o prelevare dei soldi in banca, è inevitabile che la transazione sia accompagnata dai commenti sulla situazione epidemica: e al tempo stesso la scenografia e le pratiche dell’igienizzazione e del distanziamento coprono ogni spazio di silenzio parlando loro stesse del virus.

 

Diversi argomenti sono venuti meno: non ci sono spettacoli o eventi sportivi da commentare né ristoranti e luoghi ameni da raccomandare; se non siete un medico, un infermiere o la cassiera di un supermercato non ci sono episodi di lavoro da raccontare; i malesseri del mondo e le sue bellezze se ne stanno quiescenti, in attesa di tornare a tirarci cazzotti in faccia o rapirci l’animo. Non si parla di prospettive, perché in assenza di un limite temporale definito e di una chiara progettualità politica sarebbe vano farlo. Ho la sensazione che ci riescano qualche volta i ragazzi, quando si collegano in rete; oltre tutto siccome l’attività didattica in qualche forma procede hanno da parlare di quella, e degli esami. Ovviamente ci sono le riunioni di lavoro in smartworking. Ma nell’agire comunicativo non immediatamente funzionale, il Covid19 è un dittatore. Persino sui social il 99% dei post e dei commenti sono monotematici. Eppure, visto che minaccia di tirarla abbastanza in lungo, dovremmo entrare nell’ordine di idee che sia possibile parlare d’altro. Potrebbe essere il buon intento per la Pasqua, restituirle la specialità di una giornata festiva introducendo argomenti che nulla hanno a che vedere con la pandemia. Cercherò di alimentare questa spinta nelle righe che seguono parlando (scrivendo) d’altro. E precisamente parlando del parlare d’altro.

 

Parlare d’altro è in effetti un vero genere di comunicazione, ingiustamente trascurato dagli studi di linguistica, semiotica, pragmatica, retorica. Se le persone comunicano, in linea di massima, lo fanno per parlare della stessa cosa, o di più cose in sequenza. Il parlare d’altro si può riferire a tre tipi di situazioni:

  1. Parlare d’altro da quello che era nelle aspettative.
  2. Parlare d’altro, scartando dalla comunicazione senza che questa abbia concluso il suo corso.
  3. Parlare d’altro, riavviando la comunicazione con un contenuto differente da quello precedente che, anche per ragioni emotive, sembrava in grado di far cessare l’intera comunicazione.

 

In tutte queste tre forme, il parlante d’altro si appropria di un potere: quello di dirigere la comunicazione. Nel primo caso, è probabile che egli sia già il detentore di questo potere all’interno di una relazione asimmetrica.

 

Immaginiamo che un dipendente entri nell’ufficio del capo, sperando che gli dia notizia dell’aumento di stipendio che aveva richiesto la sera prima. Il capo era parso seccato ma aveva assicurato che ci avrebbe dormito su, e poi dato una risposta. Invece gli assegna un paio di fascicoli e lo congeda. Il dipendente si domanda se non debba insistere, ma probabilmente in prima battuta lo riterrà inopportuno. Senza delicatezza, il capo sta manifestando la sua posizione di potere, e cerca in questo modo di rimarcare la distanza gerarchica in modo da essere favorito psicologicamente in una successiva negoziazione. Potrebbe addirittura commentare una partita di calcio o fare delle considerazioni futili su come è vestito il dipendente, per accentuare l’effetto. Oppure per scoraggiarlo maggiormente, raccontare della perdita che si è verificata nell’ultimo trimestre. Ovviamente non la prenderebbe bene se le parti fossero invertite, se avesse domandato al dipendente di completare un lavoro per il mattino e quello si fosse presentato parlando del caffè della macchinetta. Parlare d’altro dalle aspettative, dentro rapporti formalizzati, è quindi qualcosa che ci si può permettere in funzione di un potere (magari non è un buon modo per esercitarlo, ma questo è un altro discorso).

Fuori dalla formalizzazione, tuttavia, è una situazione che tende a verificarsi ogni volta che pende qualcosa che uno dei due parlanti vorrebbe ottenere dall’altro. A tutti sarà capitato di aver prestato dei soldi a qualche persona con cui si è in buoni rapporti e, trascorso il termine pattuito per la restituzione, aspettare vanamente che fosse lui a rimettere sul tavolo la questione, invece di costringervi a chiedere. Analogamente quando si domanda un favore. Ci sono persone che addirittura creano le circostanze per farsi chiedere un favore, e poi ogni volta che li vedete si comportano come se lo avessero dimenticato.

In entrambi i casi la persona potrebbe solo essere in difficoltà, e il suo parlare d’altro un tentativo di svicolare che manifesta una debolezza invece che un potere. In realtà però essa vi aggredisce cercando di spostarvi (nel primo caso) o conservarvi (nel secondo) nella situazione declassante del richiedente. Il parlare d’altro quindi risulta in queste circostanze un atteggiamento di slealtà sociale.

 

Talvolta, però, la violazione dell’aspettativa vuol essere favorevole all’interlocutore. Pensiamo a quando un adolescente ha combinato qualcosa di spiacevole e ha subito una tremenda sfuriata dal genitore che ha minacciato fuoco e fiamme. Se al mattino dopo,anziché riprendere l’argomento, il genitore accoglie il figlio programmando qualcosa da fare insieme, il suo parlare d’altro esprime il perdono e l’intenzione di archiviare l’incidente.

 

Infine, esiste il patologico del parlare d’altro, quando le comuni convenienze impongono così. Se avete progettato un colpo in banca, il complice vi attende al bar per ultimare il piano, ed esordisce dicendo: “Stavo giusto guardando la strada che dobbiamo percorrere per arrivare al lago e andare a pescare” è evidente che si è accorto che ci sono delle microspie sotto il tavolino. E se invece a una festa vi imbattete incidentalmente in qualcuno con cui avete litigato mortalmente, ma nessuno di voi due vuol far sapere che è accaduto e perché, sarete abili a introdurre il più vacuo degli argomenti mentre giunge quel terzo incomodo del padrone di casa.

Il parlare d’altro del secondo tipo può essere erroneamente scambiato con quel che si dice “rispondere fischi per fiaschi”. Il linguista Paul Grice, dopo avere individuato quattro regole cooperative che presiedono alle conversazioni, si è domandato perché in certi casi le persone le trasgrediscano. La sua conclusione è stata che a volte, per capire una conversazione, non bisogna mettere al centro quel che le persone dicono bensì quel che non dicono, oppure dicono in un modo che a un osservatore esterno potrebbe sembrare incongruo. Un’ipotesi è proprio il parlare d’altro. Se chiedo a qualcuno se ha apprezzato come ho suonato il pianoforte e la replica è: “Hai veramente una grande forza di volontà”, non c’è stato esattamente un cambio di conversazione ma un modo, più o meno educato, di segnalarmi che ho ancora parecchio da applicarmi nel perfezionamento del suono. Se non fosse la prima volta che torno sull’argomento, la risposta potrebbe essere addirittura: “C’è un bel sole fuori!”. Cioè: meglio per te se parliamo d’altro. Si tratta di un camuffamento. Quando una risposta è esageratamente divergente dalla domanda di solito è del tutto pertinente (sempre che chi l’ha pronunciata non sia sordo o idiota).

 

Ma il parlare d’altro, cambiando bruscamente argomento, può essere invece una pietosa ciambella di salvataggio offerta a qualcuno che ha commesso una terribile gaffe in un contesto con più persone.

Vi è poi quella forma di egocentrismo che consiste nel riportare a se stessi tutti i discorsi universali o le esperienze personali che gli interlocutori mettono sul piatto della conversazione: “ah sì! lo stesso che capita sempre a me, ascolta…” “io anche, anzi io di più. stai a sentire…”. Il problema di parlare di una cosa o di un’altra per questi soggetti non si pone nemmeno. Per loro è impensabile che una conversazione possa svilupparsi verso un argomento altri che se stessi.

 

C’è tuttavia una bellissima forma artistica che mette in scena persone che nello stesso momento parlano ognuno per conto suo (e quindi di altro rispetto a tutti gli altri), anche se collegati da un filo comune. Si tratta dei terzetti, quartetti ecc. dell’opera lirica, come il terzetto nel Trovatore con Leonora, Manrico e il Conte che teoricamente aggrumano il loro canto intorno a un unico nucleo tematico ma nella sostanza lo maneggiano ognuno riconducendolo ai casi suoi (in musica tuttavia il parlare d’altro per eccellenza è l’improvvisazione del jazz rispetto allo standard).

Nel corto circuito comunicativo c’è poi il parlare d’altro del saggio, che non disdegna di assumere le spoglie spariglianti del mentecatto, come il buffone di Re Lear.

Lear: O cuore mio, come si gonfia e sale!

Fool: Fai come quella donna, zietto, che metteva le anguille vive nella torta; ci picchiava sulla zucca con un bastone gridando: Giù birichine, giù. Suo fratello era quel tale che, per bontà d’animo verso il suo cavallo, gli spalmava il fieno sul burro”.

Il saggio, matto o oracolo che sia, pretende spesso che il suo messaggio sia inteso a un livello profondo di comprensione, e pertanto che il destinatario del responso sia in grado di decifrarlo in un discorso altro di quello principale.

 

La terza forma è il parlare d’altro è quando sembra che ormai non ci sia più niente da dire: non è altro rispetto a un contenuto determinato, ma altro rispetto alla mancanza di un contenuto qualunque.

Due amanti si sono confrontati duramente su qualcosa che sembra insuperabile. Hanno pianto, si sono accusati, stremati e pietrificati adesso tacciono e tutto sembra insormontabile. Ma ecco che uno dei due apre bocca non per l’ennesima recriminazione. Invece. Una parola intima e appassionata. Un ricordo che riconcilia. Una professione di speranza. L’informazione che dalla finestra si vedono due merli sul ramo o il principio di una pioggia amichevole.

Parla d’altro e scioglie l’incantesimo nefasto.

Magari funziona anche per questa Pasqua.

Di | 10 Aprile 2020|12, Limite di velocità|

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