È il film più demorettizzato di Nanni Moretti, come sostengono tutti i critici, gli spettatori, quelli a cui l’hanno detto e i cassieri dei cinema, se hanno avuto il tempo di mollare per un’ora e cinquantanove il posto di lavoro? Sì, lo è, ma in teoria questa potrebbe non essere una tragedia. Certo, Moretti ha costruito con il suo pubblico un legame di affezione speciale proponendo – attraverso il suo stile personalissimo, la sua ironia e la sua ostentata e supponente intelligenza – lo scandaglio e la decostruzione del quotidiano minuto, la puntuale registrazione dei tic verbali generazionali, delle miserie interiori nazionali, dei vuoti che si scavano nelle relazioni. Ma un artista ha tutto il diritto di esplorare strade differenti, un regista in particolare quella di mettersi alla prova in un canone drammaturgico più convenzionale. Non possiamo avercela con Moretti perché in tutto il film non c’è una sola delle sue acide e fulminanti battute, non è mica il nostro giullare (e tra l’altro, pur in mezzo a diversi lampi del suo linguaggio, già aveva realizzato, giusto vent’anni fa, un film diverso, doloroso e tragicissimo, “La stanza del figlio” che, come questo “Tre piani” aveva partecipato al Festival di Cannes, e lo aveva vinto). Nello specifico, la novità è alla radice, e consiste nel fatto che per la prima volta il soggetto non è originale ma proviene dal libro dello scrittore israeliano Eskhol Nevo. Eccoci alla seconda domanda: come se la cava rispetto al testo di provenienza? Purtroppo perde nettamente il confronto. Anche se la trama è abbastanza fedele (con un paio di minimi scostamenti peggiorativi), il romanzo conserva, nella sua tensione, una freschezza, una leggerezza e una qualità linguistica che nella cupa trascrizione morettiana spariscono; ed emerge anche l’impressione di un non risolto gap culturale, in termini di verosimiglianza, nel passaggio dall’ambientazione di Tel Aviv a quella di Roma. Dato conto di questi due aspetti, però, il giudizio rimarrebbe sospeso. E la terza, decisiva, domanda è: ma, pur distante dai suoi codici espressivi e meno riuscito di un romanzo che era comunque di un livello notevole, il film di Moretti tiene o no? Ahinoi, anche qui il verdetto è sfavorevole. “Tre piani” in versione cinematografica è piuttosto brutto, anche in alcuni fondamentali del mestiere.

Ma vediamo di cosa parla. I tre piani sono quelli di un condominio romano, e corrispondono alle storie parallele di tre famiglie, anzi quattro. Al piano terreno abitano Lucio (Riccardo Scamarcio) e Sara (Elena Lietti), che per i loro impegni lasciano sovente la bambina di sette anni agli anziani vicini. Un brutto giorno l’occasionale baby sitter (Paolo Graziosi), che già dava qualche segno di rimbambimento, si perde con la bambina e le circostanze sollevano il dubbio che l’abbia abusata, benché la piccola smentisca vigorosamente. Lucio però si cruccia nel dubbio e ogni giornata gli diventa intollerabile, fino a che torna a casa dei vicini la nipote, che vive a Parigi, nella quale spera di trovare un’alleata per scoprire la verità, ma gliene viene fuori un altro guaio. Al primo piano, Monica (Alba Rohrwacher) è fresca di una maternità che si presenta problematica perché il marito (Adriano Giannini) lavora sempre lontano ed era assente persino durante il parto e perché è ossessionata dal terrore di piombare nel medesimo squilibrio mentale che ha costretto la madre in una casa di cura. Al secondo piano una coppia di irreprensibili magistrati (Nanni Moretti e Margherita Buy), che da anni sperimenta la delusione (e soprattutto la dichiara all’interessato) per la sregolatezza incivile del giovanissimo figlio, prova il dolore di vederlo indirizzato al carcere per avere investito e ucciso una donna guidando ubriaco (sotto questo sfigatissimo condominio) ma ancor più il trauma di riscontrare che non gliene frega niente della vittima, e vorrebbe solo che i suoi sfruttassero le conoscenze nell’ambiente per farlo scagionare. L’episodio rende estremo il conflitto tra il ragazzo e il padre incapace di trasmettere affettività, al punto da “proibire” alla madre di vedere ancora il figlio (fosse pure per andare a trovarlo in carcere) e obbligandola disumanamente a scegliere tra loro due.

Mentre nel libro le storie sono separate, e in senso stretto più che un romanzo costituiscono una raccolta di tre racconti unificati dalla metafora freudiana dell’inconscio (a ogni piano corrispondono rispettivamente l’Es, l’Io e il Super-Io), qui si alternano, e l’impasto è l’operazione più riuscita perché i passaggi scorrono fluido e il film è perfetto nei tempi. Tuttavia, il richiamo all’inconscio che in Nevo era trasparente e rigoroso, qui rimane velleitario, a volte sommerso e altre sbattuto in faccia con un’evidenza didascalica involontariamente grottesca. Il film procede – più rigidamente del romanzo, che del resto non era raccontato in diretta – con una divisione in tre blocchi ciascuno separato di cinque anni dal precedente. La fisionomia dei protagonisti non viene ritoccata se non nei personaggi in evidente fase di crescita, e allegoricamente è una scelta interessante riguardante l’immutabilità della personalità. In un film che scorre credibile sarebbe una dissonanza potente, ma il guaio è che va ad erodere ulteriormente una verosimiglianza che è già fatta a pezzi da una sceneggiatura disastrosa (chi se lo sarebbe mai aspettato da Moretti) e una recitazione assurda, come se l’unico effetto personale che il regista ha voluto portare nel suo viaggio fosse la sua programmatica anti-recitazione: che però, se calzava benissimo alle sequenze del suo repertorio straniante, in questo drammone rende spesso ridicola la scena, oltre che incomprensibile la scelta di una cast di tale eccellenza. Il top di questo registro è raggiunto proprio nel personaggio interpretato da Moretti, e siccome lì è chiara la ricerca di un esito amaramente caricaturale si può ipotizzare che tutto l’impianto (la sceneggiatura scadente, la recitazione falsa, l’uso statico e prevedibile della camera) sia consapevole e che ad esso sia stato affidato il compito di simboleggiare l’inconciliabile frustrazione nel rapporto tra la coscienza e la pulsione che opprime una decadente borghesia, incapace di sistemarsi in una dimensione collettiva, fosse pure quella angusta del condominio. Ma ciò non cancellerebbe comunque la sgradevolezza estetica – cui si sottraggono non più di cinque o sei scene, vagamente oniriche – né sarebbe facile, per come è prospettato, distinguerlo da un pessimismo acido e una franca antipatia verso l’intera razza umana, che a quello stadio non rendono più possibile setacciare il particolare e il plurimo che contraddistinguono la forza narrativa.

Tre piani

Nanni Moretti

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Anche se prevale un tono leggero e una gradevole vena di humor, la documentazione è solida, gli esempi fitti e illuminanti

Corrado Augias, Il Venerdì

Un trattato, mica bruscolini. Il trattato, infatti, tipo quelli di Spinoza o di Wittgenstein, è un’opera di carattere filosofico, scientifico, letterario (...) E così è. Nel suo trattato Bassetti espone il come e perché dell’offesa.

Francesca Rigotti, Il Sole 24 ore

 

C’è un passo in cui di Bassetti dice che questo è un tema sorprendentemente poco esplorato...Non lo è più da quando c’è questo libro

La conclusione del conduttore di Fahrenheit – Tommaso Giartosio

 

Queste sono le tre ragioni per cui ci si offende:

  1. Hai detto male di me

  2. Hai violato un confine

  3. Non ti sei accorto di me come, e quanto, avresti dovuto

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Di |2021-10-04T20:37:10+01:004 Ottobre 2021|2, Il Nuovo Giudizio Universale|

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