Recensione del film “Le verità”

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Non sono tanti i grandi registi di altre latitudini che scelgono di trasferire la loro maestria nel contesto europeo, e quelli che ci hanno provato si sono mostrati in difficoltà a riadattare i propri codici espressivi nel mutamento ambientale (da ultimo l’iraniano Fahradi in Everybody Knows).

La prova di Kore-eda, sotto questo profilo, è certamente una felice eccezione. L’autore di Affari di famiglia, conservando il nucleo tematico che gli sta a cuore,

si sposta a Parigi per raccontare, di nuovo, gli equivoci , le fraudolenze, le fragilità ma anche la resilienza delle relazioni familiari, scegliendo in particolare il rapporto madre di successo-figlia trascurata, affidando i ruoli a due regine come Catherine Deneuve e Juliette Binoche. La prima, che gigioneggia in identificazione esistenziale col personaggio, ha appena scritto un best-seller nel quale ha manipolato e abbellito le sue memorie personali, inventando una mai avvenuta cura verso la figlia, che invece sacrificava alle smisurate ambizioni di carriera. La figlia Charlotte, che si è trasferita negli Stati Uniti lavorando come sceneggiatrice, accorre più per rinfacciarle le bugie e le omissioni che per celebrare l’evento, accompagnata dal marito (Ethan Hawke) che si arrabatta nel sottobosco attoriale di qualche mediocre serie televisiva, e dalla loro vivace bambina che trova un suo modo di rapportarsi a quella “strega” di nonna Fabianne. Tra gli scheletri nell’armadio che quest’ultima ha espunto dalla sua biografia ci sono anche i gravi torti che ha consumato verso la rivale Sarah- spingendola addirittura alla morte- ricordata con affetto e dolore da Charlotte, visto che per qualche ragione rimasta ignota costei frequentava assiduamente la loro casa. Fabienne non si affatica più di tanto a negare le sue menzogne, qualificandole come irrilevanti, e anzi legittime, per una donna votata alla finzione artistica. Durante il soggiorno di Charlotte, Fabienne viene chiamata a interpretare una parte in un film che racconta la fuga di una donna su un altro pianeta, che la congela nella stessa età mentre una malattia la condannerebbe alla rapida morte sulla terra. La donna ogni sette anni viene a fare una breve visita alla figlia e ovviamente la trova sempre più invecchiata, al punto da sovvertire nel tempo la sequenza anagrafica: la madre è interpreta da una nuova stella del cinema (Ludivine Sagnier, molto brava davvero), che per la fluidità della sua recitazione suscita la gelosia ansiosa di Fabienne (per giunta i giornali paragonano la ragazza alla Sarah del tempo che fu). Fabienne invece interpreta la parte della figlia nella fase dell’anzianità, e la trama la mette a confronto con una dura sovrapposizione del suo rapporto con Charlotte e la distacca parzialmente dalla sua egocentrica collocazione su un piedistallo inaccessibile alle altrui rivendicazioni sentimentali. E’ una trovata splendida, eccellente per rendere commisti al massimo grado, insieme alla realtà e alla finzione, il livello della verità e quello della menzogna. Un filo narrativo che Kore-eda percorre ancora, quando Fabianne chiede a Charlotte di scrivere per lei una sceneggiatura, non per un film ma per scusarsi con l’assistente e maggiordomo di una vita, che pure ha ignorato nel memoir. Nonostante quell’andare avanti e indietro con i ricordi di quel che hanno passato, dei personaggi, e dunque della “verità” non arriviamo a sapere troppo: a Kore-eda interessa piuttosto cristallizzarli nel presente delle loro relazioni e scavare dentro quelle.

Tuttavia, e qui sta un limite, il loro animo è piuttosto zen e giapponese. E’ debole la credibilità antropologica, e le interazioni tra tutti (incluse quelle tra madre e figlia) sono spoglie del tipo di passionalità feroce, melodrammatica e magari isterica che ci aspetteremo da francesi risucchiati nel gorgo familiare di consapevolezze mancate e frustrazioni irrisolte. C’è quel tocco di equilibrante ottimismo orientale che sottrae a Kore-eda la forza della sua profondità psicologica e fa de Le verità “soltanto” una commedia elegante e tecnicamente ineccepibile, che poggia però la sua grazia anche su una certa superficialità.

 

Le verità

Hirokazu Kore’eda

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Di |2020-09-11T15:17:28+01:0018 Ottobre 2019|Il Nuovo Giudizio Universale|

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