Recensione del film “Nomadland”

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La parte più affascinante di questo pluripremiato Nomadland (Leone d’Oro e Oscar) sta fuori dallo schermo, ed è il modo in cui è stato preparato. L’intenzione era di seguire l’impronta dell’omonimo libro di Jessica Bruder e raccontare la vita dei fulltimers, quegli americani che la precarietà economica e/o la riscoperta della natura hanno spinto ad abbandonare la stanzialità domestica per condurre vita nomade spostandosi sopra un camper o una roulotte: così la regista Chloé Zhao se ne è andata in giro per mesi sopra un van, con al seguito l’intera troupe, per intervistare questi nuovi nomadi. Quasi in corso d’opera è stato deciso di far interagire gli attori con le persone che incontravano, senza quindi pianificare una trama e una sceneggiatura ma ricavandola on the road. Ne è emersa una struttura di film ibrida, con il mood di una narrazione per via degli attori, e lo spirito del documentario, dal quale in diversi passaggi si sprigiona esteticamente un’intrigante combinazione stilistica. Il personaggio centrale è una donna, Fern (Frances McDormand, Oscar anche lei, il terzo), rimasta vedova e senza lavoro stabile, che allestisce abitativamente il suo van e dal Nevada si sposta per l’America in cerca di occupazioni stagionali (il cui fulcro sono gli stabilimenti di Amazon) unendosi nei lunghi intervalli ai suoi omologhi, che formano una comunità connotata, mobile e solidale.

Il film vive degli incontri face to face di Fern, che dietro la forma di un dialogo corrispondono a delle interviste, con in mezzo le sue peripezie interiori di fronte a chi le vuol bene e la vorrebbe reintegrata nei ranghi domestici e stabilmente affettivi. Un aspetto che sul piano teorico rende ancora più interessante il film è che non c’è alcuno stereotipo cui calzare, perché le biografie dei fulltimers sono molto variegate: per alcuni è una scelta vera e per altri così così – nel senso che l’alternativa sarebbe finire barboni – e, tra quelli che scelgono, le spinte sono piuttosto diverse. Sul piano pratico, tuttavia, l’interesse del film ne patisce: per la volontà di non focalizzarsi troppo sui singoli, non ci viene offerta una comprensione psicologica delle motivazioni più profonde; e, stante la pluralità delle motivazioni apparenti, non è possibile ricavare un reale inquadramento sociale del fenomeno, se si eccettua la tradizione americana del viaggio e del legame tra autenticità e natura.

“C’è gente in America che ha scelto di vivere dentro un furgone” è l’insegnamento più complesso che traiamo, sia che abbiamo visto il trailer, sia che abbiamo visto il film, sia che ce l’abbiano raccontato. Il sospetto che ci sia un problema di opacità è confermato dallo stesso personaggio di Fern della quale, nonostante la sua occupazione militare dello schermo per un’ora e cinquanta minuti, la sostanziale introversione ci rende complicato afferrare i pensieri più profondi. Pare brutto, e forse impopolare dirlo, ma la scelta di stare sulla superficie dei rapporti rende il film, indovinate un po’, superficiale. L’ibridazione ha i suoi rovesci della medaglia. Indie e però finanziatissimo, con lo sguardo sui marginali e però mainstream, con tanti panorami ma nell’insieme stanziale nella sua descrizione del nomadismo, di spirito anticapitalista e tuttavia affacciato con neutrale cortesia sul mondo Amazon per non far incazzare Bezos, comunitario ma pure individualista con la frase più diffusa che è “Verresti con me?” (e quando la risposta è un sì, intende per un quarto d’ora), irrisolto tra la propensione a mettere l’accento sulla desolante disperazione o sulla capacità di reinventare se stessi, edificato sulla spontaneità ma costruito pensando ai premi, tutto il film è una continua, pudica e leggermente raffreddante mediazione, che ovatta infine la stessa macchina da presa. Le fa buon eco l’accompagnamento di Lodovico Einaudi: nella diatriba sulla questione se, introducendo canoni convenzionali tarati sulla scenografia e il tema, l’algoritmo possa sostituire il compositore vivente, Einaudi, generosamente, testimonia a favore dell’algoritmo.

Nomadland

Chloé Zhao

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Di |2021-05-07T10:04:02+01:007 Maggio 2021|2, Il Nuovo Giudizio Universale|

Un commento

  1. Giuseppe De Marte 11/05/2021 al 16:49 - Rispondi

    La recensione è molto centrata. Il giudizio di film “furbo” forse non è molto generoso e rispettoso di un mondo e di un modo di vivere che e’ forse incomprensibile per un europeo ma non dovrebbe esserlo per
    molti americani che scelgono questa vita non tanto per amore del viaggio o per disperazione economica ma per un genuino desiderio esistenziale di ri-appropriarsi della propria vita e della propria appartenenza ad un mondo più naturale con un cielo come tetto.

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