Recensione del film “Oppenheimer”

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Straordinario cinema d’autore con punte di avanguardia e puro stile hollywoodiano nello stesso momento. Il bicchiere si può vedere mezzo vuoto, e rammaricarsi dell’occhio che Nolan presta al botteghino (forse per la prima volta un suo film è così pienamente comprensibile, ma non lo considererei un difetto) o pieno, mezzo e pure per tre quarti, perché questo abbinamento era comune nei grandi autori classici, e negli ultimi tempi non è che la produzione americana sia di quelle destinate a lasciare il segno nella storia, se si prescinde dalla spasmodica corsa a quegli armamenti che sono gli effetti speciali. Ammetto che questa sottile oscillazione, pencolando ora di qua e ora di là, trasforma talvolta l’ammirazione in irritazione. La colonna sonora di Ludwig Goransson, che rimane attaccata al film praticamente per tutte le tre ore, nello scandirlo fisicamente (e c’entra sia con l’impatto fisico che con la fisica) a un certo punto si lascia trascinare nel commento sonoro di quello che per qualche minuto appare un western tra scienziati. La sceneggiatura, egualmente scritta da Nolan, è molto elegante ma pure furba, e così la frase (mai pronunciata in quei termini e in quel contesto, lo stesso regista lo precisa) di Oppenheimer a Einstein e il modo di far ricorrere più volte la scena di quell’incontro per chiarirlo alla fine assume un valore esageratamente paradigmatico e didascalico, e però anche molto potente per far passare con nettezza il messaggio al pubblico. Di solito Nolan è un enfatico astratto e visivo, qui ha sfoderato un po’ di enfatismo concreto e verbale. Ma al tirar delle somme, l’impressione che rimane addosso è quella di assistere a un evento grandioso, e non solo per la padronanza tecnica. Un film che, nella produzione del regista, va ad affiancarsi, sia pure con caratteristiche diverse (buon segno per un artista) ai suoi altri due capolavori, Dunkirk e Interstellar, con i quali condivide anche la complicata e felice scelta di girare in 65 millimetri per proiettare a 70.

L to R: Emily Blunt is Kitty Oppenheimer and Cillian Murphy is J. Robert Oppenheimer in OPPENHEIMER, written, produced, and directed by Christopher Nolan.

Oppenheimer, in questo aspetto più che in ogni altri dettagli squisitamente conforme alle passioni cinematografiche americane, incastona il film una cornice processuale, ancorché non davanti a un tribunale (“così non c’è l’onere della prova”), addirittura doppia: la storia infatti veniamo a conoscerla dai rinvii che provengono dalla testimonianze e dai passaggi del pilotatissimo dibattimento dinanzi alla Commissione l’Energia Atomica nel 1954 per indagare Oppenheimer e da un’indagine dibattimentale – nemesi del Senato nel 1959 relativa alla (non) conferma come Segretario al Commercio di Lewis Strauss, già presidente della Commissione per l’Energia Atomica e manipolatore dell’allontanamento di Oppenheimer dalla stessa. Cosa aveva combinato Oppenheimer per passare da eroe celebrato sulla copertina di Time nel 1945 a mezzo nemico della nazione? La clava per colpirlo furono le sue antiche simpatie e prossimità comuniste, ma la vera posta in gioco fu che il padre della bomba atomica si era messo di traverso alla costruzione della bomba a idrogeno, e si ritenne necessario indebolire il suo possibile ascendente verso l’opinione pubblica. Del resto Truman etichettò Oppenheimer, che aveva preso posizioni critiche sul possibile riutilizzo anche dell’atomica, come “piagnucolone”: a riprova del fatto che le esternazioni presidenziali americane non sono burine solo dall’altro ieri.

Il cuore della storia sono i giorni in cui funzionò a pieno regime verso la costruzione dell’atomica il laboratorio di Los Alamos, il Manhattan Project, del quale Oppenheimer fu certamente l’artefice, anche sul piano del reclutamento delle migliori menti fisiche in circolazione. Ma Oppenheimer alla fine, almeno in termini di pentimento postumo, ‘sta bomba avrebbe voluto che la tirassero o no? Le oscillazioni e le contraddizioni del personaggio hanno indotto alcuni critici a contestare la buona resa psicologica del personaggio, e anzi qualcuno ha rimarcato la lacuna di avere solo accennato alla sua conoscenza del sanscrito senza approfondire il suo studio dei testi vedici, che sarebbero funti da coerente guida del suo pensiero. Ma Nolan non voleva realizzare un documentario, e neppure un vero biopic: del resto dell’infanzia di Oppy (così lo acclamavano nei momenti tribunizi) ci viene rendicontato nulla, della gioventù poco e della vecchiaia zero. Nolan Ha preso il personaggio, tratteggiandolo come è probabile che fosse (gli autori della biografia vincitrice del Pulitzer 2005 si sono detti soddisfatti), geniale e temperamentalmente instabile nelle opinioni, diviso fra l’idealismo e l’opportunismo, soggiogato dal senso di onnipotenza nel dirigere la storia e disposto all’umiliazione per ottenere una pari teatralità nella caduta: ma soprattutto lo ha utilizzato per raccontare l’atomica da un’altra angolazione e trasmettendo l’intero ambiente intorno: l’ipocrisia politica (attraverso Strauss), la casualità nelle accelerazioni del progetto perché quella conventicola di scienziati genialoidi poteva funzionare solo come casino organizzato, la poca trasparenza interna (cosicché, quando la bomba viene sperimentata il diretto superiore del progetto e quello che preme il bottone ignorano che la percentuale di rischio che si incendi l’atmosfera e la terra venga distrutta non sia pari a zero), le meschinità narcisistiche che si sovrappongono alle valutazioni strategiche o scientifiche, il fascino morboso che la luminosità atomica accende su chi la sta sperimentando, i dettagli paradossali che salvano le milioni di vite come la cancellazione di Kyoto dalle città bombardabili solo perché uno dei decisori del bersaglio vi aveva trascorso una bella esperienza turistica, la trasformazione in corsa della bomba da strumento per chiudere la seconda guerra mondiale a strumento per inaugurare la guerra fredda. E quella magia di prendere a tema la bomba atomica e trasmettercene l’orrore senza una sola immagine di guerra e morte, sostituite da una fantastica trasposizione immaginifica nella mente di Oppenheimer la cui vista si annebbia mentre arringa i membri del laboratorio che lo acclamano subito dopo l’avvenuto lancio della bomba. Resta rimesso al pensiero dello spettatore il giudizio sulla responsabilità degli scienziati riguardo all’uso delle loro scoperte, come è giusto che sia. Manca, e nemmeno quello mi pare male, una spiegazione puntigliosa della meccanica quantistica: godetevi piuttosto la perfezione, la varietà, la fantasia visionaria del montaggio nei primi quaranta minuti. Onde e particelle, cinema quantistico.

Oppenheimer

Christopher Nolan

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

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Cercate di trarre di buono tutto quel che potete da queste giornate pasquali, e auguri.

Anche se prevale un tono leggero e una gradevole vena di humor, la documentazione è solida, gli esempi fitti e illuminanti

Corrado Augias, Il Venerdì

Un trattato, mica bruscolini. Il trattato, infatti, tipo quelli di Spinoza o di Wittgenstein, è un’opera di carattere filosofico, scientifico, letterario (...) E così è. Nel suo trattato Bassetti espone il come e perché dell’offesa.

Francesca Rigotti, Il Sole 24 ore

 

C’è un passo in cui di Bassetti dice che questo è un tema sorprendentemente poco esplorato...Non lo è più da quando c’è questo libro

La conclusione del conduttore di Fahrenheit – Tommaso Giartosio

 

Queste sono le tre ragioni per cui ci si offende:

  1. Hai detto male di me

  2. Hai violato un confine

  3. Non ti sei accorto di me come, e quanto, avresti dovuto

Di |2023-10-13T13:27:37+01:0015 Settembre 2023|2, Il Nuovo Giudizio Universale|

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