Io capitano

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Prendere una delle massime attualità drammatiche del momento, le migrazioni dall’Africa, e cercarvi ciò che c’è di universale, quel che contiene oltre il suo tempo: senza però farne una metafora astratta e anzi entrando in dettagli crudi che meritano di essere posti sotto i riflettori. L’impresa in cui Garrone si è cimentato in “Io capitano” non è da poco. I due universali sono la speranza e il viaggio. Seydou, il protagonista, è un sedicenne senegalese, orfano di padre, che insieme al cugino progetta di salire su uno di quei barconi che portano in Europa. “Ma stattene a casa!”. Glielo dice la madre, a muso duro, lo suggerisce l’ambiente colorato di Dakar che non ha nulla a che vedere con i cumuli di rovine e i teatri di persecuzione da cui scappano tanti di quelli che approdano sulle nostre coste. Glielo direbbero anche Salvini e Meloni. Ma lui vuole fare il cantante, e godersi i suoi concerti pieni di pubblico. Così a occhio, non sembra che ne abbia la stoffa. Se gli va bene farà il manovale. Basta questo per licenziare i suoi sogni come vane fantasticherie? Forse è questo il vero discrimine tra Africa e Occidente, che da noi i ragazzi sono liberi di coltivare le proprie illusioni e da quelle parti pensassero al sodo? Garrone, come si vede, non vuole buttarla sul pietistico, ed è una scelta vincente per trasmettere l’empatia perché accorcia la distanza tra gli spettatori fuori dall’Africa e i protagonisti.

Seydou e il cugino vengono ad arricchire quel Trattato di Ingenuologia che rappresenta il cuore del cinema di Garrone e lo colloca spesso ai confini del fiabesco, o dentro. Non a caso nei recensori si è scatenata la caccia ai dettagli paralleli con Pinocchio. Qui però c’è anche il mito, e Seydou al culmine della sua formazione diventa piuttosto Ulisse, o Enea, un eroe viaggiatore a tutto tondo. Quel che gli verrà richiesto (e l’episodio è tratto dalla cronaca) è di guidare il barcone, perché la sua minore età lo rende (quasi) penalmente immune. Potremmo qualificare il film come un boat movie. Ma la salita su quella barca bisogna ben sudarsela. Garrone mostra poco del prima e nulla del dopo – anche se nell’ultima scena si inventa una bellissima immagine/non-immagine sonora e metaforica dell’inazione nel soccorso e di quel che attende i naviganti in Italia. Il film riguarda tutto il durante, l’erto e crudele percorso che conduce alla barca, e poi quello che punta verso la costa. E ne basta e avanza.

Se è un monito per qualcuno, “Io capitano” lo è in primo luogo per gli aspiranti migranti, che apprendono come se leggessero una Lonely Planet quel che devono aspettarsi, dalle rapine nel deserto maliano alle reclusioni e torture nei non meno criminali carceri libici. Garrone è molto preciso al riguardo, però senza calcare la mano sulla visione cruenta, anzi eludendola. Ovviamente il monito vale anche per lo spettatore più sensibile, suscitandone la ribellione morale e forse avvicinandolo al temuto Altro meglio di come avrebbe fatto una pellicola più politicizzata. La denuncia, insomma, arriva laterale: la barra del timone punta verso un’emozione più immediata dentro una storia semplice ma niente affatto semplificatrice, corredata di qualche incantevole lirismo visionario. L’uso della lingua locale wolof con sottotitoli, e come spesso in questi casi la partecipazione di attori non professionisti (a cominciare dal bravissimo Seydou Sarr), sostengono al meglio la credibilità della pellicola. Se nella fase cruciale il film regge all’impatto burrascoso dei campi lunghi, le soluzioni migliori le trova nei campi e piani medi, adatti a cogliere il sottile gioco delle relazioni che Io capitano riesce a imbastire.

Io capitano

Matteo Garrone

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Volevo fare un piccolo regalo ai lettori del wrog, in questa Pasqua tanto strana. Così ho pensato di raccogliere in un eBook tutte le recensioni cinematografiche scritte in oltre tre anni.

 

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Cercate di trarre di buono tutto quel che potete da queste giornate pasquali, e auguri.

Anche se prevale un tono leggero e una gradevole vena di humor, la documentazione è solida, gli esempi fitti e illuminanti

Corrado Augias, Il Venerdì

Un trattato, mica bruscolini. Il trattato, infatti, tipo quelli di Spinoza o di Wittgenstein, è un’opera di carattere filosofico, scientifico, letterario (...) E così è. Nel suo trattato Bassetti espone il come e perché dell’offesa.

Francesca Rigotti, Il Sole 24 ore

 

C’è un passo in cui di Bassetti dice che questo è un tema sorprendentemente poco esplorato...Non lo è più da quando c’è questo libro

La conclusione del conduttore di Fahrenheit – Tommaso Giartosio

 

Queste sono le tre ragioni per cui ci si offende:

  1. Hai detto male di me

  2. Hai violato un confine

  3. Non ti sei accorto di me come, e quanto, avresti dovuto

Di |2023-10-13T12:50:56+01:0013 Ottobre 2023|2, Il Nuovo Giudizio Universale|

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