Da dove cominciare? Dalle madri single i cui figli vengono scambiati in culla o dalle vittime fatte sparire dai falangisti? Madres paralelas di Almodovar ha un andamento apparentemente strano: nella prima scena la quarantenne Janis (Penelope Cruz), fotografa per lo più di moda, incontra Arturo, un famoso antropologo forense, al quale chiede un favore: può aiutarla ad avviare gli scavi nel suo paese natio per riportare alla luce le salme del bisnonno e dei suoi compagni, gettate in una fossa comune durante la guerra civile spagnola, così che si possa onorarle con una degna sepoltura? Arturo le promette che proverà a ottenere un finanziamento. Da qui lo stacco ci conduce direttamente nel reparto partorienti di una clinica, dove Janis porta in giro felicemente il suo pancione da madre single, frutto di una relazione intensa con Arturo (che però non era disposto ad accettare la paternità) e conosce la quasi diciottenne Ana (Milena Smit), che è invece mogia per la gravidanza imprevista, frutto di un abuso. E per quasi un’ora e mezza la trama scorre intorno alla loro maternità e al loro legame, con risvolti altamente melodrammatici. Poi, sullo sfondo torna ad affacciarsi lo scavo (il finanziamento è stato approvato, si farà) e tra Ana e Janis scoppia la prima lite: cosa gliene importa a Janis, a distanza di tanti anni? È un passato che bisogna dimenticare! Ma chi te le ha messe in testa queste cose? sbotta Janis. Tuo padre? Bisogna decidere da che parte stare. Da qui si dipana una nuova tensione melodrammatica, riguardante il privato. Il film però dedicherà gli ultimi venti minuti alla riesumazione dei cadaveri e all’emozione che suscita nei discendenti (e anche negli spettatori).

Se ci si limita a osservare lo schema, le due vicende, quella intima e quella pubblica, sembrano slegate, come se Almodovar avesse voluto a tutti i costi inserire un richiamo politico in un tema che viaggia su un altro binario. E se si vuole considerare un monito etico e civile il contrasto, appena accennato, sulla memoria tra Ana e Janis (come leggo in diverse recensioni) saremmo davvero nella banalità: Ana è semplicemente una ragazzina persa nei casi suoi e che non sa niente di storia, al massimo rappresenta una generazione e non certo una fazione. Il genio narrativo, e in questo caso persino filosofico, di Almodovar consiste invece nel creare un parallelismo, dentro la storia pubblica e il dramma privato, di elementi chiave dell’esistenza: la verità, i mezzi per provarla, il sangue, la lealtà, la conciliazione. Janis si trova davanti a un crocevia. Sta cercando di riesumare i dimenticati e onorare la verità della Storia e il prezzo pagato dai combattenti che hanno lottato per la libertà: ed avverte che è chiamata, pagando un prezzo, a esercitare moralmente la sua libertà, esibendo una prova a proprio sfavore e rinunciando a seppellire in una fossa comune la verità riguardante una questione fondamentale della sua vita. È tale dinamica a illuminare il film di profondità e legare le due parti, rendendo del tutto lineare e conseguenziale il passaggio brusco dalla trama delle madri imperfette alla trama del disseppellimento/seppellimento e della memoria storica. Non è solo Almodovar che la introduce o il progetto di finanziamento che è giunto a buon fine: è la scelta etica di Janis che ricompone la continuità degli eventi.

La scelta felice del regista, invece, è quella di far condividere solo a noi spettatori il segreto privato di cui Janis è venuta a conoscenza, e quindi di creare con lei un rapporto speciale di empatia ma anche di farci nutrire a tratti dei dubbi che non sfiorano invece gli altri protagonisti.

Penelope Cruz (meritata vincitrice della Coppa Volpi a Venezia) detta i tempi e gli umori a tutto l’impeccabile cast, nel calcio si direbbe che è l’allenatore in campo. Almodovar, sulla scia dello splendido Dolor y gloria, torna a parlare di donne come pochi registi maschi sanno fare e conferma di star rivedendo al ribasso la magniloquenza del suo gusto estetico: parliamoci chiaro, fashion, interior design e food porn saturano lo schermo, così come il color rosso, e un paio di secondari personaggi femminili ricalcano il vecchio arsenale del regista; ma la fotografia è ormai orientata in chiave realistica e la sapienza della camera in direzione minimale, i personaggi sono composti e la sceneggiatura senza inutili eccessi. A finale rigetto dell’antico furore iconoclasta spunta persino una punta di pedante pedagogismo, ma una sconvolgente immagine ritrattistica finale assorbe ogni parola di troppo.

Madres paralelas

Pedro Almodovar

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Anche se prevale un tono leggero e una gradevole vena di humor, la documentazione è solida, gli esempi fitti e illuminanti

Corrado Augias, Il Venerdì

Un trattato, mica bruscolini. Il trattato, infatti, tipo quelli di Spinoza o di Wittgenstein, è un’opera di carattere filosofico, scientifico, letterario (...) E così è. Nel suo trattato Bassetti espone il come e perché dell’offesa.

Francesca Rigotti, Il Sole 24 ore

 

C’è un passo in cui di Bassetti dice che questo è un tema sorprendentemente poco esplorato...Non lo è più da quando c’è questo libro

La conclusione del conduttore di Fahrenheit – Tommaso Giartosio

 

Queste sono le tre ragioni per cui ci si offende:

  1. Hai detto male di me

  2. Hai violato un confine

  3. Non ti sei accorto di me come, e quanto, avresti dovuto

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Di |2021-11-26T16:07:57+01:0012 Novembre 2021|9, Il Nuovo Giudizio Universale|

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