Recensione del film “Lady Bird”

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T.V.B. sarebbe stato un buon nome per questo film. L’acronimo, proprio. Quello che tante pennarelli indelebili hanno impresso sui muri, sui sedili degli autobus o sui banchi di scuola, di solito incastonato in qualche frase assurda. T.V.B. è l’acronimo più insulso mai prodotto dalla mente umana perché ti voglio bene va fatto addentare con tutta la polpa alla persona cui lo si dice oppure va serbato nel brivido che ci percorre mentre lo pensiamo per donarlo nel momento che impacchetta il dono di dirlo (dono per chi lo dice e chi lo riceve), e quindi mai dovrebbe essere abbreviato, nemmeno per gioco. T.V.B. manca di pathos: è inflazionante, sbrigativo, sommario.

Per osmosi, l’acronimo T.V.B. ha l’equivalente nei ti voglio bene pronunciati nell’attimo incongruo, melensi e in sovrappiù, o in quelli liberatori, che dici perché al corso di autostima ti hanno diagnosticato che è la chiave di sblocco della tua personalità e che non devi avere paura di dire ti voglio bene, nemmeno al tassista che ti porta a destinazione o alla cameriera del pub. E d’altronde, all’opposto, quando si è davvero ingolfati da non saperlo neppure siglare, il mancato ti voglio bene è pur esso un T.V.B., quella piena che non è affiorata sulla bocca e sulle dita che impugnano la penna, che non ha sciolto il nodo né sigillato il sentimento, e si può almeno sperare che un cauto esercizio labiale, fondato sulle lettere iniziali, riequilibri questa forma di scompenso cardiaco.

 

Un buon film si riconosce anche dall’equilibrio con cui fa dire tra loro ai protagonisti che si vogliono bene, e Lady Bird fallisce puntualmente l’obiettivo, perché tacciono quando la dichiarazione dovrebbe frantumare i vetri nel giro di dieci chilometri oppure, quando vanamente scivolerebbe nel vuoto del contesto, se lo spalmano sul pane tostato al mattino. Si potrebbe eccepire che il film si occupa di questa difficoltà in una fase delicata della vita, quella tra i diciassette e i diciotto anni (e della pari difficoltà di chi si confronta affettivamente di quei ragazzi e per malsano riflesso eccede o cela alcune verbalizzazioni), e che quindi questa dissonanza sui dialoghi sia l’eco della storia narrata. Ma trattandosi di un racconto di formazione a un certo punto imparerebbero, gli adolescenti e quelli intorno a loro, e invece non accade, il T.V.B. conclusivo è troppo telefonato (anche letteralmente) e tutto sommato troppo confortevole.

 

Se vogliamo descriverlo in modo più convenzionale, Lady Bird narra i quasi diciotto anni di Christine a Sacramento, che è la capitale della California ma pure l’anti-California perché la vita scorre moscia e Christine, inquieta, ambiziosa e nonsobenecosavogliomadisicuroilsuccessoenonvivereinquestocessodicittà, infantile, sogna di essere ammessa in un college newyorkese, le sta stretta la sua scuola cattolica (che pure non è di orizzonti così ristretti, c’è pure una simpaticissima suora che con una cinquantina d’anni di meno non avrebbe sfigurato nelle Babies in Toyland), e nel frattempo respinge il nome di battesimo che, al pari della città, non ha scelto ed esige che la si chiami con il nickname che si è scelta lei, Lady Bird appunto, e stranamente non viene per questo presa a pernacchi. Ancora più precisamente, è l’autobiografia ritoccata di Greta Gerwig, attrice e sceneggiatrice di talento e fama nella scena indie, in particolare nei film del marito Noah Baumbach, al suo primo lavoro da regista, miscelata con qualche testo della scrittrice Joan Didion, pure lei di Sacramento. E’ una storia più o meno ordinaria, salvo un eccesso patologico di egocentrismo della protagonista, con gli eventi che si attraversano, soprattutto in America, in quella fase di adolescenza di provincia: litiga, prendi, lascia, sfida, sogna, combatti e alla fine ce la fai. Non è per questo, certo, che mancherebbe il materiale: la frustrazione nel rapporto madre-figlia, viziato dalla reciproca insicurezza, la rivisitazione dell’adolescenza nell’epoca pre-social (la scena è ambientata nel 2002), le sottili perfidie e gli impulsi innocenti dell’età. Purtroppo la sensazione è che venga maneggiato grossolanamente, e che l’incredibile scia di premi e recensioni roboanti che il film ha ottenuto non poco debbano alla congiuntura culturale nel mondo cinematografico, e alla necessità ideologica che un film tutto femminile (la regista, la protagonista, l’ambiente) occupasse uno spazio importante: non la strada migliore per l’indennizzo di genere, e soprattutto non con il film adatto. Buttare poi lì che Lady Bird è qualcosa come un Holden al femminile è da far rivoltare Salinger nella tomba.

 

Artisticamente, il film vive sulla qualità degli attori, l’ottima Saornie Ronan nella parte principale e la madre conflittuale Laura Metcalf, e anche agli altri, a cui però viene consegnato un compitino davvero essenziale. La regia è priva di sprazzi, immersa in un’estetica da sit-com americana, anche nella sceneggiatura. Il senso è vagamente edificante, il ribellismo è mera nevrosi individuale pronta a spegnersi nel conformismo ai valori dominanti. Le figure narrative e i loro rapporti riproducono i più triti stereotipi dell’età (specie quelli femminili), con tanto di amica grassa, quasi amica bella e scema, compagna del fratello con sforamento di piercing. Al massimo è adolescenti for dummies, tanto carente nell’impianto psicologico da rendere appetibile persino una chiacchiera sul tema con Crepet.

 

Lady Bird

Greta Gerwig

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Di |2020-09-11T15:16:20+01:0023 Marzo 2018|Il Nuovo Giudizio Universale|

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