Il sessantotto e la critica neomarxista dello sport

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Le Olimpiadi della squadra italiana a Città del Messico, nel 1968, sono perfettamente simboleggiare dalla prova dell’atleta migliore, il ginnasta Franco Menichelli. Questo ragazzo, ai Giochi di Tokio di quattro anni prima, aveva incantato la platea e i giudici volteggiando deliziosamente col suo fisico minuto, moderno nella tecnica e perfino nell’abbigliamento per via dei pantaloncini corti, che nessuno aveva ancora indossato. Menichelli vinse la medaglia d’oro nel corpo libero, l’argento agli anelli, il bronzo nelle parallele. Il padre, proprietario di un bar a Porta Portese, per festeggiare offrì da bere gratis ai clienti per tre giorni. La spedizione azzurra era stata nel complesso positiva, allietata da dieci ori, fra i quali merita particolare menzione, per il valore tecnico e stilistico del protagonista, quello del marciatore Abdon Pamich, vincitore anche di una crisi intestinale, archiviata dietro un rado cespuglio.

 

Invece, nella prima giornata messicana, Menichelli si accascia sul tappetino durante un esercizio. Un tendine lo ha tradito, le Olimpiadi per lui sono finite ancor prima di cominciare. Ma è tutta l’Italia sportiva che, al termine di troppe prove incolori, torna azzoppata: con sole sedici medaglie, di cui tre d’oro, il risultato è negativo come non accadeva da cinquant’anni. Inevitabilmente la gestione del Coni viene pesantemente messa in discussione, accusata di avere fatto terra bruciata attorno a pochi campioni.

 

Nel ’68, peraltro, spirano sul mondo ben altri venti di contestazione. Anche lo sport, come istituzione, ne viene investito. Le analisi teoriche più severe provengono dal neomarxismo francese che, sotto la guida di Jean-Marie Brohm e Pierre Languillarne, identifica nello sport uno dei principali nemici della lotta di classe. La funzione dello sport nella stabilizzazione del sistema vigente, secondo tale interpretazione, si attuerebbe nella spoliticizzazione provocata dall’identificazione delle masse con i campioni e nella promozione dei valori capitalistici della concorrenza, della gerarchia e della diseguaglianza. Lo sport viene altresì accusato di essere un potente fattore di repressione sessuale e una preparazione della forza-lavoro all’industria capitalista. A tale ultimo proposito si è scritto che il campione è fabbricato a immagine dell’operaio e lo stadio a immagine dell’officina e che l’attività sportiva è una produzione che assume tutte le caratteristiche di quella industriale, dalla specializzazione all’organizzazione scientifica, passando per il lavoro astratto: «l’operaio che ripete lo stesso gesto tutta la giornata non ha un fratello che gli sia più vicino del corridore che gira con regolarità e meccanicamente, come le lancette del cronometro attorno a un bordo di cemento. Profondamente legato ai secondi che passano su un circuito chiuso, artificiale, astratto, egli ritrova l’angoscia dell’operaio inchiodato alla macchina che lotta fisicamente per seguire il ritmo del lavoro imposto dalla catena». Anche il lavoro dello sportivo sarebbe alienato e il suo corpo un semplice strumento al servizio dell’apparato sportivo in funzione della prestazione. E ancora: «lo sport è diventato la scienza sperimentale del rendimento corporale». Siamo ben al di là della tradizionale critica dello sportivo «passivo» che ammette la possibilità di uno sport «buono», riformabile e svincolato dall’impronta capitalistica. Lo sport, si sostiene, non è neutrale.

 

In realtà, solo chi non ha fatto sport e lo odia può pensare che il gesto atletico sia di tipo tayloristico e ripetitivo. Il successo sportivo nasce sempre da un’intuizione (semmai nel gioco di squadra l’intuizione dell’allenatore e dei compagni si somma all’intuizione dell’atleta). Questo è un altro aspetto del delicato rapporto tra razionalità e irrazionalità nello sport. La razionalità dello sportivo è tale solo se continuamente deformata e riscritta dall’intuizione. Lo sportivo porta nella vita atletica non la pedante ottusità del lavoratore alienato ma l’intelletto critico che non si sottrae alla verifica empirica, anzi la assume come metro essenziale.

 

Nel lavoro capitalistico il lavoratore è alienato perché il prodotto gli è estraneo (vi si riconcilierà semmai come consumatore) e perché gli sono estranei i fini dell’apparato produttivo. Non è possibile ragionare allo stesso modo per il risultato sportivo che fa parte dell’intima individualità di chi lo realizza, è irripetibile da altri in maniera che sia assolutamente identica e subisce una trasformazione simbolica dalla coscienza, entrando nell’immaginario del suo autore (come di coloro che hanno assistito e partecipato) quale momento totalmente isolato rispetto ad altri, irriducibile a semplice anello di una catena produttiva. Il corpo animato dalla volontà dello sportivo è un momento di pieno riconoscimento di se stessi.

 

In Italia, tale sistematico radicalismo non trovò grande risonanza. Il movimentismo del sessantotto contestava ideologicamente lo sport però lo seguiva con il medesimo entusiasmo degli impolitici e gioiva allo stesso modo per le partite di calcio. Quasi allo stesso modo: a Roma, Milano, Torino, dopo la vittoria del.l’Italia sulla Germania ai mondiali del Messico assieme alle bandiere tricolori nelle piazze sventolarono le bandiere rosse.

 

Dalla dialettica emersa in quegli anni all’interno di «Lotta Continua», peraltro, non solo non viene fuori una compatta, pregiudiziale avversione per lo sport ma si delinea, oltre a un’attenzione autentica per le discipline minori in nome della democratizzazione e dell’egualitarismo, perfino una consonanza con alcuni valori sportivi originari. Si pensava, è vero, che il gesto atletico da solo non bastasse, e che qualcosa di esterno dovesse nobilitarlo: magari il messaggio rivoluzionario, come il pugno chiuso che gli sprinter neri americani alzarono sul podio olimpico di Città del Messico, o anche il rischio della vita spinto sino al sacrificio. Nella benevolenza verso quest’ultima eventualità non c’era solo il ritorno alla vecchia estetica sepolcrale futurista-fascista, ma anche il senso di disagio per l’avvicendamento dell’eroe sportivo con il borghese dinamico avviatosi con le Olimpiadi romane.

Nuvolari, Mussolini, Coppi, il miracolo economico, Maradona, la borghesia di inizio secolo, i caratteri degli italiani, il Coni, l’alpinismo, il doping, la violenza negli stadi… In questo libro, dai primi passi nell’Ottocento fino alla fine degli anni Novanta, lo sport viene trattato come osservatorio privilegiato per la comprensione di fenomeni sociali e culturali e fotografia della vita nazionale. Ma Storia e storie dello sport è anche una specie di romanzo collettivo in cui gli atleti e i personaggi sono narrati nei loro dati umani e tecnici, essenziali o piacevolmente inessenziali.

Libro esaurito nelle librerie, presto sarà possibile scaricarlo gratuitamente da questo sito
Di |2020-09-11T15:16:21+01:0026 Gennaio 2018|Storia e storie dello sport in Italia|

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