A parte molte altre, c’è una differenza sostanziale tra Jane Austen e Sally Rooney: le eroine di Jane Austen (cui la Rooney viene sovente associata) sognano un buon matrimonio, i personaggi di Sally Rooney sognano una bella scopata. Attenzione, l’espressione va intesa in un senso idealistico, analoga a quella che era la bella giornata nei libri di Raffaele La Capria. Una bella scopata ha una risonanza sentimentale, non è il puro appagamento istintuale, anche perché questo appagamento i giovani di Rooney faticano a procurarselo, nonostante la fitta agenda di dating. Però nemmeno consiste – non nella ricerca iniziale – nel godimento fisico dell’amore spirituale: è piuttosto un avvicinamento, una tappa per sentirsi accettato dagli altri e riconosciuto da sé, è un contatto fisico intimo che non è stato almeno un terribile fallimento e che consente di parlarne subito dopo e cominciare a fare progetti, molto graduali, del tipo credi che ci possiamo rivedere. Non esiste un romanzo meno pornografico di Dove sei, mondo bello tra quelli che piazzano al centro il sesso: lo rappresenta in modo pudicamente realista, educato, non voyeurista ed eroticamente poco interessante. Nell’equilibrio tra la descrizione materiale dell’atto e la sua trascendenza spirituale, la quale ultima Sally Rooney lascia al lettore il compito di estrarre, c’è un elemento che lascia riluttanti nel definirlo compiutamente romantico: la focalizzazione di ciascuno non è sul partner ma su di sé, e le sensazioni vengono trattate quasi sperimentalmente, per tradurne il significato prospettico riguardante il proprio Io. Se il buon matrimonio in Austen è l’approdo a una posizione, la bella scopata in Rooney è l’approdo a un’identità.  

 

Il terzo romanzo della ventottenne, acclamata scrittrice irlandese, come gli altri viene presentato quale fotografia di una generazione, che si è soliti indicare (con notevole margine di approssimazione, che negli studi è stato corretto con una più accurata suddivisione anagrafica) dei millennials. Dovrebbe contenere il pregio, commercialmente di valore e socialmente di rilievo, di far identificare i suoi lettori, e al limite fornire una lente ai loro genitori per comprenderli. Qui si tratta di trentenni. Il primo problema è che l’ambito di interessi dei protagonisti rende arduo concepirli come una credibile rappresentanza: sono quattro, e una, Alice – che certamente contiene diversi tratti autobiografici – è una giovane scrittrice turbata dal suo inatteso successo editoriale; Eileen lavora nell’editoria e organizza, ad esempio, reading di poesia; Simon è un consulente politico, bellissimo, integrale nella sua onestà e ferventemente cattolico. È come se si volesse fare il ritratto dei settantenni attraverso dei giocatori di golf. E allora Rooney ne inserisce un quarto più bifolco, Felix, che sposta merci in un magazzino (nessuna illusione: non lascerà mai che noi lettori ci mettiamo piede), che quando Alice gli dice che è scrittrice sembra pensare che è patetica; poi la googla, scopre che è famosa e questo, oltre ad eccitarne l’autostima, aumenta la sua soggezione, sublimata difensivamente in un’aggressiva tattica relazionale di svalutazione. Il romanzo si apre con l’incontro di dating tra Alice e Felix, che funziona male e sembra sgonfiare in partenza la possibilità di una prosecuzione. Invece, instaurando un rapporto non ben definito (vogliamo dire fluido?), Alice gli chiede di accompagnarla a Roma, dove ha in programma presentazioni del suo libro. Parallelamente alla parte di trama che si sofferma su Alice e Felix, il romanzo segue la lenta formazione dell’altra coppia, Eileen e Simon, che si conoscono dall’adolescenza e si percepiscono in qualche modo appartenenti l’uno all’altra; però quel background in certi momenti sembra la traccia di un destino e in certi altri un peso. Il legame tra le due storie è tenuto dalle mail che le amiche Alice ed Eileen si scambiano e poi dall’incontro di tutti e quattro, che ancor più accende le rispettive fragilità.

Benché, come dicevo, la tipizzazione molto specifica dei personaggi ostacoli l’estensione del ritratto generazionale, è innegabile che Rooney sia molto brava a mostrare gli effetti che alcuni cardini della contemporaneità (il dating, le nuove tecnologie, la precarizzazione, il culto estetico) producono sulla psicologia e le dinamiche comunicative giovanili (la paura del giudizio, l’immaturità, la necessità di conferme, la difficoltà a pensare nel lungo periodo). In effetti quel che interessa a Rooney sono le emozioni derivanti dalle relazioni intra-generazionali e la continua rielaborazione del Sé che esse determinano. L’ispirazione al contesto culturale americano e la classe sociale di tre dei quattro protagonisti però le riproducono in modo esasperato: e così che un report di partenza molto credibile (la tendenza a ricomporre un conflitto partendo dal chiarimento di come ci si sentiva  al momento dello scontro, la propensione a rispettare le distanze e chiedere conferma di non averle violate, l’abbondanza di scuse, un forte controllo del linguaggio critico, l’apertura e chiusura intermittente dell’introspezione, la traumaticità del conflitto, un certo asincronismo nella conversazione) viene spinto sino alla paranoia, cosicché mi sento e mi sentivo diventano una sorta di etichetta (nel doppio significato: un marchio impresso e una regola del corretto vivere). Non parliamo poi delle volte che uno chiede all’altro: vuoi che me ne vada? come se si trattasse di una risposta a crocette o dell’impostazione di Siri. Ma insomma, anche ammettendo che un quadro di un certo interesse si viene delineando, non ci eravamo predisposti alla sbobinatura di un’indagine sul campo della Scuola sociologica di Chicago. La domanda pertanto è: qual è il suo valore letterario?

La tecnica che a Rooney riesce con più efficacia, ed è l’unica innovazione rispetto ai due precedenti libri, è di rinunciare sia al narratore onnisciente, o un suo meno esigente surrogato, sia all’introspezione esplicita: quel che sappiamo dei loro pensieri lo apprendiamo da quel che si dicono i protagonisti (e in effetti è un corollario del mi sento) o proviamo a dedurlo da quel che fanno, e siamo messi così sullo stesso piano dei personaggi di finzione che osservano l’azione. I risultati di questa tecnica di taglio cinematografico, a tratti, sono coinvolgenti, ma forse è anche questa scelta che suggerisce a Rooney di abbondare nelle descrizioni sino a un punto che non sembra funzionale né all’orientamento né al pathos, e tanto meno alla trama.

La scelta stilistica più sconcertante, tuttavia riguarda le mail di Eileen e Alice, che occupano un congruo numero di pagine e formano un’ossatura significativa del romanzo. Quando racconta la messaggistica Rooney ne riflette fedelmente le cadenze e il linguaggio (non così brillantemente, però: Naoise Dolan, ad esempio, in Tempi eccitanti lo fa molto meglio); i dialoghi si uniformano alla vocazione iper-realista del romanzo, e abbiamo appena sottolineato l’ambizione al ritratto da epoca. Ma ecco l’estratto di una mail, dopo poche righe dall’inizio: “Includo questo paragrafo essenzialmente per farti sentire in colpa di non avermi risposto prima, e assicurarmi pertanto una risposta più sollecita a questa mia nuova. Del resto, cos’hai da fare, a parte scrivere a me? Non dirmi che lavori”. Ma che mail è? Con questo formalismo non si scrive più neanche al Magnifico Rettore. Una volta che hai messo in mezzo editor e scrittori fargli scrivere delle lettere, tanto lettere sono, e anche alquanto barocche. Le mail tra le due non sono solo una frattura con il realismo linguistico delle altre pagine: qualche volta, d’accordo, fanno la parte del coro greco riguardo a certi fatti e ancor più a certi sentimenti; ma soprattutto pretendono di affacciarsi sullo sfondo sociale, e così contengono passaggi sul concetto di bellezza, superficialmente astrattizzato – o della sua nemesi per via della plastica – o critiche piuttosto banali della civiltà contemporanea, provando anche malamente a prendere le questioni partendo da lontano, tipo dall’Età del Bronzo (questo non è un mio paradosso, c’è veramente).

Probabilmente la vera ragione di un simile inguacchio è il senso di colpa di Sally Rooney per essersi nei due romanzi precedenti tenuta così lontana dallo sfondo sociale e culturale più vasto. Ha ricevuto critiche per questo, ha provato a fare i compiti e ha inserito i suoi appunti mal coordinati, fra loro e col romanzo. Il filosofo Georg Lukacs, nella sua Estetica, disapprovava Joyce e Proust perché si focalizzavano sull’individuo e la discontinuità dei suoi stati d’animo; secondo lui andava così perduto l’interesse del romanzo, che consisterebbe nella relazione tra i personaggi e il mondo che li circonda. Rooney si pone in una via intermedia, quella in cui le relazioni tra i personaggi sono, al tempo stesso, l’innesco e il prolungamento della discontinuità degli stati d’animo, e queste ultime sono il vero campo d’azione. D’altronde Lukacs pensava a sfondi ben più vasti della cerchia ristretta. Magari ci pensa anche Rooney. Sarà autocritico questo passaggio (chiaramente scritto in una mail)? “Il problema con il romanzo contemporaneo è che la sua integrità strutturale dipende dall’occultamento delle realtà vissute da pressoché tutti gli esseri umani sulla terra. Affrontare la povertà e la miseria in cui milioni di persone sono costrette a vivere verrebbe giudicato di cattivo gusto, o semplicemente fallimentare sul piano artistico (…) E che le persone si lascino o rimangano insieme può tornare a essere di qualche interesse, nella vita vera, se e solo se, siamo riuscito a dimenticarci di tutte le cose più importanti, vale a dire di tutto”. Poi nel suo romanzo ha fatto pesantemente diverso. Si vede che così si è sentita.

Sally Rooney

Dove sei, mondo bello

Traduzione di Maurizia Balmelli

Einaudi

Anche se prevale un tono leggero e una gradevole vena di humor, la documentazione è solida, gli esempi fitti e illuminanti

Corrado Augias, Il Venerdì

Un trattato, mica bruscolini. Il trattato, infatti, tipo quelli di Spinoza o di Wittgenstein, è un’opera di carattere filosofico, scientifico, letterario (...) E così è. Nel suo trattato Bassetti espone il come e perché dell’offesa.

Francesca Rigotti, Il Sole 24 ore

 

C’è un passo in cui di Bassetti dice che questo è un tema sorprendentemente poco esplorato...Non lo è più da quando c’è questo libro

La conclusione del conduttore di Fahrenheit – Tommaso Giartosio

 

Queste sono le tre ragioni per cui ci si offende:

  1. Hai detto male di me

  2. Hai violato un confine

  3. Non ti sei accorto di me come, e quanto, avresti dovuto

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Di |2022-07-01T10:50:16+01:0020 Maggio 2022|11, Libri consigliati|

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