Il processo Dreyfus

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Dopo il giorno della memoria: una storia emblematica di antisemitismo

Il caso Dreyfus ha origine, letteralmente, rovistando nella spazzatura. Infatti, presso il colonnello Schwartzkoppen, ufficiale dell’ambasciata tedesca a Parigi, svolge mansioni domestiche una vedova che però (il doppio impiego seduceva già allora) arrotonda quello stipendiuccio con un incarico per conto dello stato maggiore: svuotare la pattumiera del colonnello, trasferirne il contenuto dentro un cornet, un cartoccio da lei confezionato, e consegnarlo al maggiore Henry, che lo riceve per il controspionaggio, provvedendo a esumare e ricomporre la poltiglia cartacea. Un giorno, dal lavoro di collage, spuntò una lettera in cui un ufficiale francese comunicava a Schwartzkoppen alcune informazioni militari. Si trattava di un documento d’importanza secondaria ma i generali, ancora incupiti per la sconfitta di Sedan, avevano una gran voglia di addossare la decadenza dell’esercito alla presenza di traditori piuttosto che alla propria responsabilità. Trovare il colpevole di un reato non è sempre facile; ma trovare qualcuno che sarebbe bello lo fosse è sport assai più semplice e praticato. Nell’occasione tale soggetto venne individuato nel tenente Alfred Dreyfus. Intanto aveva un cognome tedesco; era di origine alsaziana, e quindi proveniente da un suolo germanico; era un ufficiale stagista, non ancora in servizio permanente presso i comandi, dunque un soggetto incriminabile con una modesta quota di infangamento della dignità dell’esercito; caratterialmente era un introverso allergico al cameratismo rumoroso. E soprattutto era ebreo.

La Francia di fine Ottocento era attraversata da un antisemitismo strisciante, che con l’affaire Dreyfus ebbe modo di uscire allo scoperto. Come è frequente nei razzismi, ad animarlo era la paura della modernità, diretta verso la diffusione del capitalismo e la scomparsa dei tradizionali modi di produzione e distribuzione, con la conseguente trasformazione dei rapporti sociali ed economici. Di questi mutamenti le finanze ebraiche costituivano il simbolo. Lo stereotipo dell’avido speculatore dal naso adunco impersonava perfettamente l’impersonalità del capitale e l’allentamento del legame sociale. A questo tema si aggiungeva la fobia nazionalistica, il timore che lo sradicamento dell’ebreo annacquasse lo spirito della nazione transalpina.

Sulla base dell’esame della grafia, Dreyfus venne accusato di essere l’autore del bordereau, il documento intercettato. La prova era molto labile, anche perché in quell’epoca il sistema scolastico imponeva un modello rigido e tutti scrivevano alla stessa maniera. Persino i periti del processo avevano opinioni divergenti sull’attribuzione. Ma la Corte marziale aveva fretta di concludere, con il vento in poppa della pressione popolare che un giornale dichiaratamente antisemita era riuscito ad aizzare. Dreyfus venne condannato alla deportazione perpetua nella Guyana, sopra l’inospitale isola del Diavolo, arida, squassata dal vento, infestata dagli insetti e circondata dagli squali. Fuori dal tribunale, in attesa della sentenza, la folla aveva inveito contro gli ebrei. Fu in quella giornata che il giornalista Theodor Herzl, impressionato dalla scena, decise di fondare il movimento sionista e di lottare perché il popolo ebraico avesse una sua terra (non necessariamente la Palestina, il suo primo pensiero corse all’attuale Uganda). Dopo due anni, a seguito della notizia fasulla di un tentativo di fuga, il già penoso regime detentivo di Dreyfus venne irrigidito: incatenato al letto di notte, di giorno poteva muoversi in un perimetro limitatissimo che non gli consentiva nemmeno di posare lo sguardo sul mare. In Francia si apprendeva che il bordereau era la punta d’iceberg di un voluminoso dossier che lo riguardava, mostrato ai giudici ma non all’imputato e ai suoi legali. I familiari di Dreyfus inoltrarono istanza di revisione del processo perché in tal modo era stato leso il diritto alla difesa, ma. Il ministro della Giustizia respinse il ricorso.

La prima svolta si registra nel 1896, quando il colonnello Picquart, da poco trasferito all’Ufficio di statistica con il compito di esaminare i documenti del controspionaggio, si imbatte in alcune lettere che dimostrano la compromissione di un ufficiale dal casato blasonato, il conte Esterhazy. Confrontando la grafia di costui con quella del bordereau, Picquart ne verifica la sospetta somiglianza. Quando la mostra al perito che aveva deposto contro Dreyfus, questi ne deduce che la cospirazione ebraica si è talmente perfezionata da addestrare altri scrivani a imitare la grafia di Dreyfus. Picquart, che non ama gli ebrei ma è una persona per bene, insiste e si rivolge ai superiori, che prima lo invitano a lasciar perdere e poi lo spediscono in missione in Tunisia, in un territorio dove è facile cadere preda di imboscate. L’ufficiale replica trasmettendo alla stampa le notizie su Esterhazy. Il maggiore Henry tira fuori dal cilindro una nuova lettera nella quale agenti stranieri si riferiscono, in maniera un po’ troppo esplicita, agli affari che avevano combinato con Dreyfus. Al principio del 1898 Esterhazy viene comunque processato. La sua assoluzione è ampiamente annunciata perché lo stato maggiore non ha voglia di ammettere un errore così grave. Ma, a onor del vero, non si tratta di una sentenza ignominiosa, visto che l’unica vera prova a carico era proprio la grafia sul bordereau. Se la si riteneva un indizio insufficiente per deportare Dreyfus non si vede perché dovesse diventare una prova schiacciante nei confronti di Esterhazy.

Ciononostante il 13 gennaio 1898, giorno successivo all’assoluzione, il grande scrittore Émile Zola pubblica un documentato e puntiglioso articolo sull’Aurore: lo chiama “Lettera aperta a Félix Faure, presidente della Repubblica”, ma con felice intuizione giornalistica il direttore Clemenceau ne cambia il titolo in “J’accuse”. Si tratta del primo prototipo di giornalismo d’inchiesta e d’opinione. Zola, perorando la tesi dell’innocenza di Dreyfus, mette in luce tutte le magagne nella condotta dell’esercito e lancia otto capi d’accusa, dicendosi pronto a sostenere un processo per diffamazione. Il pamphlet straccia ogni record di tiratura e avvia una reazione a catena tra gli uomini di cultura che vanno a comporre due opposti schieramenti volti ad abbracciare, al di là della tesi innocentista o colpevolista, una visione morale più larga, coincidente in un caso con la priorità degli interessi nazionali, nell’altro con il primato dei diritti universali dell’uomo. A carico di Zola viene aperto il processo e scorrettamente circoscritto alle uniche accuse che Zola non poteva dimostrare, relative alla mala fede della corte giudicante, girando cautelativamente alla larga da tutto ciò che poteva condurre ad accertamenti su condotte di ufficiali dell’esercito. Zola viene condannato a un anno di carcere e ripara a Parigi. Ma la miccia è esplosa.

Il nuovo ministro della Guerra, il conservatore Cavaignac, si sente in obbligo, rispondendo in Parlamento a un’interpellanza sul caso, di pronunciare un discorso colpevolista. Lo stato maggiore ne trae la convinzione di essersi rafforzato e decide di chiudere le pendenze, arrestando Picquart per avere divulgato informazioni segrete. Cavaignac avvia un’istruttoria per trovare conforto alle sue convinzioni. Ma nel corso delle indagini si scopre che era stato Henry a scrivere la lettera, attribuita alle spie straniere, che ribadiva la colpevolezza di Dreyfus. Il capo del governo si dimette dopo aver disposto l’arresto di Henry, che dopo un giorno in cella viene trovato sgozzato. È un suicidio che lascia dei dubbi perché, subito prima, l’ufficiale aveva scritto al superiore chiedendogli un colloquio e alla moglie paventando che tutti l’avrebbero abbandonato tranne lei.

Il clima è favorevole a una nuova richiesta di revisione. Il ministro della Giustizia la respinge ma, con un’azione totalmente irrituale, il governo a maggioranza avoca a sé la decisione e sconfessa il ministro, dando mandato alla sezione penale della Corte di Cassazione di deliberare sull’istanza. Dopo qualche mese il supremo organo giurisdizionale si sta determinando in senso positivo: ma la maggioranza parlamentare, ancora antidreyfusarda, compie un grave atto d’ingerenza intervenendo su un procedimento già in corso e stabilendo che la legittimità della revisione debba essere giudicata da tutte e tre le sezioni della Cassazione. Si deve quindi ripartire da zero, coinvolgendo quarantanove magistrati. Il risultato però non cambia. Dopo tre mesi la Cassazione annulla la sentenza che condannava Dreyfus. Alla luce della menzionata casistica dell’articolo 445 si tratta certo di un’interpretazione fortemente estensiva, poiché le falsificazioni dei militari erano successive al processo, e dunque non ne investivano direttamente il merito. Ma, stante il progressivo screditarsi dei vertici dell’esercito, una pacificazione degli animi era possibile solo attraverso un riesame di tutta la vicenda. Rimaneva il fatto che la Cassazione, salvo casi eccezionali, non poteva sostituire una sua decisione a quella del giudice originario ma solo rinviare gli atti a quest’ultimo per un nuovo giudizio. Ancora davanti a una Corte marziale, dunque, si sarebbe discusso di Dreyfus e non si trattava di una buona premessa, dato che per l’accumularsi delle vicende un’assoluzione dell’ufficiale alsaziano sarebbe suonata come totale sconfessione dei comandi militari.

Il processo si svolse a Rennes nel 1899. Il grande atteso, l’imputato, era ormai un’icona della giustizia. Un compito troppo elevato per un uomo mite, desideroso semplicemente di essere riammesso nei ranghi, istupidito da cinque anni trascorsi in solitudine sotto il sole cocente, all’oscuro della battaglia che in suo nome infiammava la nazione. Balbettava quasi, aveva lo sguardo sfuggente, era ingobbito e silenzioso, tutto il contrario della baldanzosa controparte, una pletora di petti in fuori e divise decorate che ammanniva ai giurati reboante retorica, pose austere, sopracciglia offese e inni patriottici.

Dreyfus fu nuovamente condannato ma, per introdurre una breccia nel muro contro muro che era in corso, la pena venne ridotta a dieci anni, cinque dei quali già scontati, grazie alla grottesca concessione delle attenuanti, inammissibili in un delitto di alto tradimento. L’evidente contraddittorietà della sentenza dava al presidente della Repubblica la facoltà di concedere la grazia. Ma doveva essere Dreyfus ad accettarla e, preventivamente, a rinunciare a ogni ricorso contro la sentenza di Rennes.

A quest’eventualità insorsero gli intellettuali che lo sponsorizzavano. La strada della grazia presupponeva un’ammissione di colpevolezza. C’erano in ballo principi che trascendevano la sorte di un individuo. Quando Dreyfus compì il passo, che lo avrebbe portato alla liberazione il 21 settembre 1899, Charles Péguy, uno dei dreyfusardi più accaniti, commentò astioso e desolato: “Noi saremmo morti per Dreyfus. Dreyfus non è morto per Dreyfus”. La massima, che a un primo impatto incanta per la scultorea attitudine alla posterità, appare, metabolizzata con attenzione, pronunciata da un perfetto imbecille.

In uno splendido passo di L’immortalità, Milan Kundera traccia una distinzione tra l’anima russa e l’anima francese, distinguendo i due paesi in Terra della Forma e Terra del Sentimento. La Russia è il paese dove gli uomini avvicinano le labbra agli uomini protese al bacio, pronti a sgozzare chi rifiuta di baciarli. In questo caso, il comprensibile movente dell’amore ferito fa sì che l’assassino sentimentale trovi, a Parigi, trecento avvocati pronti ad andare in treno a Mosca per difenderlo. Non per pietà, beninteso, ma in nome di principi astratti, che sono l’unica passione dei francesi. L’assassino russo questo non lo capisce e, una volta libero, si avventa sul difensore francese per abbracciarlo e baciarlo sulla bocca. Il francese arretra sgomento, il russo si offende, gli pianta un coltello nella pancia e la storia ricomincia.

Se è vero che la prospettiva nazionalista riduceva Dreyfus a insignificante ingranaggio, da sacrificare sull’altare dell’interesse nazionale, non è meno vero che analoga evaporazione la sua personalità la riceveva dai suoi difensori. I principi, se non trovano mai un qui e ora per alleviare un destino individuale, una carne con cui congiungersi, e volano alti e inafferrabili come aquiloni senza filo, servono a poco, se non a deliziare il narcisismo di chi li pratica. Questo disinteresse per il corpo dell’individuo in nome del quale si agitano i principi è la forma di frigidità tipica dell’intellettuale. Con l’aggravante di applicare una franchigia per la propria categoria: Zola, in fondo, invece di scontare la sua condanna, era scappato a Londra.

Il cambio della guardia venne sancito dal formale rovesciamento della sentenza di condanna, nel 1906. Ricatalogando le numerose alterazioni dei fatti, il caso fu nuovamente sottoposto alla Cassazione, che questa volta ebbe l’accortezza di non rinviarlo alla Corte marziale, decidendo autonomamente per l’assoluzione. Lo strappo alla legalità formale non fu lieve perché i casi che autorizzavano il giudizio senza rinvio erano pochissimi e quello preso in considerazione era che a seguito della sentenza non rimanesse alcun reato da reprimere. In altre parole, la Cassazione, per avocare a sé la deliberazione finale, dovette fare come se il bordereau non fosse mai stato scritto, non solo da Dreyfus ma da nessun altro.

Nel 1906 Clemenceau divenne capo del governo e nominò Picquart ministro della Guerra. Al ministro competé anche d’occuparsi delle richieste di Dreyfus, il quale sosteneva che per effetto della riabilitazione gli spettava il grado di tenente colonnello, e le archiviò con il fastidio che si riserva alle insistenze petulanti. Nel 1909 le ceneri di Zola vennero trasferite al Pantheon e durante la cerimonia un uomo sparò un colpo di pistola contro Dreyfus, ferendolo lievemente. Diversi anni prima, dall’estero, dove era fuggito, Esterhazy aveva confessato di aver scritto il bordereau sostenendo però di averlo fatto su ordine del controspionaggio francese per tendere un’esca alle spie tedesche. Negli anni Trenta fu pubblicato il memoriale di Schwartzkoppen: egli scriveva di non avere mai ricevuto il bordereau, lasciando ai posteri il dubbio che la vera spia fosse il maggiore Henry, il quale, scoperta la missiva da qualche compagno d’armi, aveva a bella posta (è il caso di dirlo) inventato che essa proveniva dal sorvegliato cestino di Schwartzkoppen.

In un certo senso la giustizia trionfò, perché l’unico dato incontestabile di tutta la questione è che il povero Dreyfus era innocente. Il paradosso è che quell’innocenza, alla fine, si poté certificare solo attraverso una serie di patenti violazioni del diritto, dal punto di vista procedurale peggiori delle parallele storture che avevano portato alla condanna. Proprio mentre andava raffinando la sua formalizzazione, il diritto borghese manifestava una preoccupante, parziale inidoneità dei suoi strumenti a conciliare l’esatta applicazione delle regole con l’accertamento congruo dei fatti e la soddisfazione delle ragioni etiche.

L’antisemitismo non era stato il motore del caso Dreyfus ma il suo brodo di coltura. Al di fuori dei pogrom russi, l’ostilità conosciuta dagli ebrei francesi fu, sotto il profilo psicologico, il precedente più significativo delle persecuzioni razziali che avrebbero condotto all’olocausto. Durante quella lunga contesa giudiziaria anche persone insospettabili persero i freni inibitori. Si resta egualmente commossi dalla fragile grazia delle sue ballerine, ma stringe il cuore a immaginare Edgar Degas che caccia via la modella che stava ritraendo, gridandole “ebrea” o che rompe per odio razziale la secolare amicizia con il giudeo Pissarro.

La tumultuosa partecipazione all’avvenimento lasciò in eredità alla società francese una civile e inestirpabile predisposizione: la costante partecipazione alla dimensione pubblica della vita.

Nel contempo, non poche menti spregiudicate, inondando le botteghe di cartoline, pupazzi, ventagli, cartine di sigaretta e scherzi fallici ispirati alla vicenda, si mostrarono rapide a capire come dietro ogni grande affaire si celi sempre qualche buon affare.

Estratto dal libro La storia in dieci processi

Socrate, Gesù, Giovanna d’Arco, Galileo, Dreyfus, Landru, Sacco e Vanzetti, Norimberga, i coniugi Rosenberg, Berlusconi: dei grandi eventi nei tribunali rimangono spesso nella memoria collettiva solo i verdetti e una radicale semplificazione delle ragioni che li determinarono. Invece, partendo dal racconto sintetico riguardanti questi dieci processi, il libro cerca di ricostruire cosa, di volta in volta, fosse veramente in gioco. E di mostrare come il processo, simbolo estremo della tensione tra la libertà degli individui e i loro vincoli verso la comunità, si riveli puntualmente in grado di illuminare un’intera epoca.

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Di | 23 Gennaio 2020|La storia in dieci processi, Lo Storiopata|

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