Recensione del film “L’ufficiale e la spia”

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C’è modo e modo di difendere l’autorità della tradizione. Roman Polanski a 86 anni lo fa benissimo, per quanto riguarda il cinema classico, in questo film in cui si occupa della maniera fallimentare con cui la casta militare cercò di proteggere il proprio onore e potere. Il caso giudiziario e politico di cui si occupa il film L’ufficiale e la spia è quello, noto ai più, di Alfred Dreyfus, il militare che nel 1896 venne accusato di avere cospirato con i tedeschi rivelando loro informazioni riservate. L’episodio ebbe inizio, letteralmente, rovistando nella spazzatura: una vedova che svolgeva mansioni domestiche presso l’ambasciatore tedesco in Francia sottraeva le sue poltiglie cartacee dal cestino dell’immondizia e le consegnava al controspionaggio che provvedeva a ricomporle per intercettare i messaggi. Uno di questi venne ascritto, soprattutto in funzione della grafia, a Dreyfus.. Si trattava di un documento d’importanza secondaria ma i generali, ancora incupiti per la sconfitta di Sedan, avevano una gran voglia di addossare la decadenza dell’esercito alla presenza di traditori piuttosto che alla propria responsabilità. E quell’ufficiale aveva un sacco di qualità per essere il capro espiatorio. Aveva un cognome tedesco; era di origine alsaziana, e quindi proveniente da un suolo germanico; era un ufficiale stagista, non ancora in servizio permanente presso i comandi, dunque un soggetto incriminabile con una modesta quota di infangamento della dignità dell’esercito; caratterialmente era un introverso allergico al cameratismo rumoroso. E soprattutto era ebreo.

 

Dreyfus venne condannato da una corte marziale con un processo estremamente sommario e deportato a vita nella Guyana, sopra l’inospitale Isola del Diavolo. Ma lungi dal chiudersi, la storia era appena incominciata. L’ostinazione di un ufficiale, insediatosi a capo dell’ufficio dal quale era partita l’indagine su Dreyfus, porta alla luce una verità diversa ma più scomoda; e da qui parte un dramma che diventa pure una resa dei conti politica e dopo molti anni si conclude con la riabilitazione di Dreyfus, anche grazie ad alcune forzature processuali che compensavano nella sostanza quelle precedenti ma dimostravano quanto ancora fosse lungo il cammino per il compimento uno stato di diritto. Dentro l’affaire Dreyfus molte sono le anticipazioni di quel che sarà il nuovo secolo: nella divisione nazionale che ne seguì- che i militari fecero di tutto per polarizzare in una contesa tra patriottici e non- si accese un focolaio antisemita popolare, che ispirò Theodor Herzl, il fondatore del movimento sionista, a progettare una terra per gli ebrei; e nacque il giornalismo d’opinione più impegnato e virulento con la pubblicazione di un sensazionale articolo di Emile Zola a difesa di Dreyfus, e soprattutto ad accusa di coloro che avevano gestito il processo e le indagini. Il titolo dell’articolo venne scelto dal direttore del giornale e futuro capo del governo Georges Clemenceau:J’accuse, che è anche il titolo originale del film.

 

Il caso Dreyfus è stato trattato un’infinità di volte, anche sullo schermo, e da nessuno si può pretendere che ne tragga materiale nuovo e illuminante. I campi d’azione plausibili per distinguersi rimangono il realismo nella caratterizzazione dell’ambiente, un buon equilibrio nel suggerire le dinamiche universali che illustrano le degenerazioni del potere e l’offerta di un angolo visuale particolare al centro della narrazione. Polanski centra tutti e tre gli obiettivi, a cominciare dall’ultimo, per il quale si appoggia al libro di Richard Harris, cooptato come sceneggiatore: il film infatti è narrato dalla prospettiva del colonello Picquart (un ottimo Jean Dujardin), l’uomo che fa cadere il castello di menzogne edificato dai militari. La sua grandezza, in un contesto tanto avvelenato, sta semplicemente nel compiere il proprio dovere: ai superiori che lo richiamano alla necessità di difendere l’onore dell’esercito, egli contrappone la sua ferrea convinzione che sia proprio un simile dovere a imporre la ricerca e l’affermazione della verità. Picquart non ha simpatia particolare per Dreyfus, e ancor meno che gli ebrei. Ma lotta per un principio. Lo spettatore dovrà tenerlo presente quando percepirà un registro freddo, perché anche quello è un fedele resoconto della vicenda. L’affaire Dreyfus segnò l’esplosione delle passioni civili, ma della vita concreta degli uomini, e specialmente di quella di Dreyfus, non importava a nessuno, tanto meno ai suoi paladini. E’ quindi inevitabile e filologicamente corretta la semi-invisibilità di Dreyfus (interpretato da Louis Garrel, cui giova una presenza centellinata), che compare potentemente nella scena iniziale della degradazione e nella scena finale dell’impietoso confronto con il suo salvatore (cioè senza reciproche pietas), e quasi nulla in mezzo. Dreyfus capitò sulla scena della sua stessa storia giusto per necessità tecnica.

 

Il trionfo del classicismo cinematografico è prima di tutto nella minuziosa eppure non museale inventariazione visiva dell’epoca, una ricerca ossessiva del dettaglio nella scenografia degli interni e una ricostruzione degli esterni che ci riserva lo choc di una Parigi che per un periodo fu più asburgica che parigina. Gli interni sono quasi sempre bui, come impone il richiamo all’opacità e- quasi per osmosi- di certe scenette impressioniste all’esterno viene sapientemente ammorbato il gioioso cromatismo. Poi ovviamente imperano la pulizia dell’immagine e del montaggio, senza negarsi alle risorse del digitale. Quanto all’universalismo, non è certo un caso che Polanski abbia raffigurato un perseguitato, e questo suo guanto di sfida ha forse accentuato l’ostilità tributatagli dopo l’assegnazione dei premi. In realtà quel che delle immagini più si trasfonde nel molteplice dell’esperienza è quella forma di chiusura a riccio della caste di potere e la spietatezza verso chi ne intralcia l’arroccamento. Merito ulteriore, infine, la parsimonia, quasi l’assenza, di licenze poetiche: sul materiale Polanski si è mosso come un documentarista, con un rigore da archivista. Ha dovuto, chiaramente, selezionare, e in primo luogo ha scartato quel che avrebbe appesantito la visione, avendo cura tuttavia che niente venisse offuscato in termini di completezza sostanziale. Poi ha scelto dove interrompere la descrizione dettagliata della vicenda e quale scena estrarre per ragioni espressive dal puro richiamo di come andò a finire. E anche quella pennellata conclusiva è magistrale.

 

L’ufficiale e la spia

Roman Polański

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Di |2020-09-11T15:17:22+01:004 Aprile 2020|Il Nuovo Giudizio Universale|

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