Recensione del film “Sorry we missed you”

>Recensione del film “Sorry we missed you”

In questa storia non ci troverete niente di speciale. Nel senso che, sia pure portata alle sue medio-estreme conseguenze, è la narrazione realistica e quotidiana che accomuna pletore di famiglie; e descrive alla perfezione la gig economy, entrando nella carne dei personaggi, lontano dalla freddezza algebrica delle inchieste giornalistiche che non restituiscono con la stessa precisione emotiva le lacerazioni esistenziali che produce. Ma i film Ken Loach, che a 83 anni ha portato a Cannes questo Sorry we missed you, non si guardano solo. Si vivono. Insieme ai protagonisti, e dentro di loro.

 

Ricky e Abby (Kris Hitchen e Debbie Honeywood) menano la grama vita dei lavoratori nell’era post-diritti sindacali. Lei lavora come infermiera-badante a ore, e i suoi intermediari sfruttano puntualmente la sua umana partecipazione al dolente declino degli assistiti per scroccarle qualche tempo non retribuito. Per giunta ora deve spostarsi dall’uno all’altro con l’autobus: la macchina l’ha venduta per andare incontro alle aspirazioni del marito, che reclamava il bisogno di comparsi un Van. Per necessità, e anche nell’illusione di dare una svolta al suo precariato economico, ha accettato di fare consegne a domicilio di ordini online, come si suol dire e mistificare imprenditore di se stesso, nella realtà incatenato all’apparecchio digitale che ne segnala gli spostamenti al suo committente e ai clienti: il primo feroce piallatore delle esigenze maximinimali dei guidatori – si tratti di fermarsi a pisciare o di correre al commissariato perché il figlio è stato sgamato a rubare – e i secondi con occhi e orecchie solo per il pacco, quando non capita la botta di vita del tifoso di calcio con il quale mettersi a tirarsi insulti e a rivangare vecchie rimonte, che almeno è un diversivo diversificante. Ricky corre sul Van per quattordici ore al giorno, Abby rincasa a sera tardi, e rischiano – nonostante continuino a inondarli di affetto – di perdere di vista i due figli, lei undicenne saggia, intelligentissima e somatizzatrice dei malesseri familiari, lui diciottenne graffitaro e saltascuola rancorosamente rabbuiato dalla (non) prospettiva di futuro che vede filtrato dall’acquiescenza sociale dei suoi genitori, e prende a palate di virulento antagonismo generazionale il padre. Così, quella che era almeno un’amorevole famiglia intensamente unita rischia di frantumarsi per compressione.

 

Sorry we missed you (che corrisponde alla frase scritta sul biglietto depositato sotto la porta nel caso che il destinatario della consegna sia assente) ha una peculiarità estetica notevole: rende fisicamente percepibile la dimensione asimmetrica dell’accelerazione temporale delle consegne e della lentezza che cala sulla reattività dei lavoratori alle modifiche sotterranee dalla loro sfera privata.

D’accordo, come a volte gli capita, Ken Loach si fa prendere in qualche frangente la mano dalla teoria, sino a farla esporre sillaba per sillaba con qualche dialogo esageratamente accomodato allo scopo: magari temeva che, senza, gli spettatori non comprendessero fino in fondo (e viene da pensare che non avesse tutti i torti, visto che diversi critici lo accusano di avere varcato la soglia della verosimiglianza, caricando di malasorte il povero Ricky, che a me invece pare scontare solo i normali incerti del suo mestiere e le loro ricadute nella vita privata). Non è certo il Ken Loach più ingenuo: rimane ingenua la sua macchina da presa nel suo asservimento alla spontaneità degli attori. Lui, che altre volte aveva concesso alla trama l’ingenuità ottimistica della ribellione collettiva, dello scarto personale e della risata sdrammatizzante, sembra rassegnarsi stavolta all’assenza di speranza. E stupido sarebbe chi indicasse in ciò il dito della sua senilità invece che la luna di un sistema economico inauditamente aggressivo e spaventosamente in espansione.

 

Sorry we missed you

Ken Loach

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Di | 24 Gennaio 2020|2, Il Nuovo Giudizio Universale|

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