Recensione del film “Sole”

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Se facciamo il conteggio proporzionalmente al parco numero parole pronunciate in tutta l’ora e quaranta, forse battiamo il record assoluto di “sì” che mai siano stati pronunciati in un film. La maggior parte delle volte sono “sì” sacrificali o di rassegnazione, qualche volta di adesione, quasi mai sorridenti, quasi mai distinguibili l’uno dell’altro per quanto ricoprono stancamente quel che l’esistenza pare già aver scritto. D’altronde quando lo zio Fabio chiede a Ermanno: lo sai perché questo l’ho chiesto proprio a te? Ermanno ipotizza: perché sono il tuo unico parente e l’altro meglio puntualizza: Perché sapevo che non mi avresti detto no (e come ad addolcire: Perché siamo simili io e te. E a noi spettatori non convince proprio che siano simili, e avvertiamo, pur nella cortina ferrea di sì e di silenzi, che dentro Ermanno è in corso un’evoluzione al termine della quale saranno simili e sodali proprio per niente).

 

Ma qual è questo favoruccio concesso, dietro corrispettivo, dentro la suburbe che incornicia una quota discreta dell’attuale produzione cinematografica nazionale? Ermanno deve fingersi padre della bambina portata in grembo da Lena, una ragazza polacca, che si è impegnata a venderlo per diecimila euro a Fabio e alla moglie, entrambi sterili e infelici per l’impossibilità di allevare una prole. Quando la gravidanza sarà ultimata- questi sono i piani- la ragazza se ne tornerà in Polonia, Ermanno riconoscerà oltre alla figlia la sua inadeguatezza a crescerla e gli zii otterranno un affidamento più comodo di quello ordinario. Ermanno, poco più che ventenne orfano di padre che spreca alle slot machine il poco contante che riesce a racimolare da lavoretti di piccola illegalità (altro che detrazione con l’uso del pos!), vive così con la ragazza, cioè più o meno: la incrocia quando è dentro, la chiude a chiave quando esce e la soccorre quando lei avverte malessere accompagnandola dai medici. Lena affetta indifferenza per il feto ma quando il parto prematuro esige un periodo di allattamento e il differimento della consegna qualcosa nella monolitica abulia sua e di Ermanno comincia a incrinarsi, tanto più che quando gli zietti in quest’ultima fase di interregno vengono maldestramente a familiarizzarsi con Sole (così hanno deciso, gli zii, di appellare la neonata) fanno come se quella fosse la nutrice capitata per accidente. E qui la onlus No Spoiler impone di arrestarsi.

 

La storia certo non è nuovissima (nella versione più nota l’hanno scritta i Dardenne): ma non lo sono neppure gli ammazzamenti noir che infestano tre quarti di letteratura e schermo, e se riesci a distinguere tra quelli, vuoi che siano uguali tutte le tratte di bambini? Carlo Sironi trova la sua strada per il groppo in gola finale e anche una sua chiave formale, lavorando per tenace e ascetica sottrazione, e viene da fantasticare che mentre smontano dialoghi, sonoro e scenografia, solo un attimo prima che cali il buio del nulla lui salti in piedi ed esclami: “Ecco, così e esatto!”. Piazza frequentemente i due protagonisti frontalmente, spesso affiancati e immobili dentro inquadrature fisse su uno sfondo monocromo- un po’ a imitazione di certe scene d’autore iraniane, come a voler cosmopolizzare il mood pasoliniano delle borgate-  che li espongono a un’estetica da interrogatorio in questura, e riserva agli altri, pochi, personaggi i profili o le spalle (di spalle è sempre il ginecologo che effettua gli accertamenti, ed è interpretato dallo scrittore Vitaliano Trevisan). A tale brullo azzeramento fa ironica eccezione una scena- egualmente di muto affiancamento frontale- in cui i due si trovano inclusi dentro la parete di colore e iconografia acquatica che perimetra l’ascensore, e il tutto starebbe bene anche esibito come video di arte contemporanea. La prima musica parte dopo mezzora giusta, è breve e cardiopercussiva, il tempo di una corsa in ospedale per fugare il dubbio che il cuore di Sole, che la mamma non sente più scalciare nel corpo, si sia fermato. E poi, musica diegetica, solo un’altra che simula la vibrazione della lamiera che si torce in un’officina nella quale Ermanno ha deciso di provare a lavorare, e ritorna attaccata alle vibrazioni del pianto di Sole e di nuovo, in fondo, quando vibra l’animo offeso, irrancorito e intimamente combattivo di Lena, e friziona l’aria che Ermanno cerca di smuovere per lei dentro la sala della slot machine. Lui, Claudio Segaluscio, è dilettante neorealista, e se ha trovato il mestiere lo sapremo quando dovrà ostentare più di un’espressione, quella che qui bastava.  Lei, Sandra Drzymalska, si accolla con molta bravura il compito di far percepire i movimenti del film (coincidenti con quelli suoi, interiori) dalle curvature del labbro e dello zigomo. Tutto scorre minimo, e lento anche, ma nella disperazione la presa di consapevolezza credibile richiede il tempo suo, e anche di non dare troppo nell’occhio.

 

Sole

Alessandro Blasetti

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Di |2020-09-11T15:17:27+01:008 Novembre 2019|Il Nuovo Giudizio Universale|

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