Recensione del film “L’ospite”

>Recensione del film “L’ospite”

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Un garbato e amaro ritratto generazionale sui 35-40enni e il loro precariato che dalla situazione lavorativa si proietta sulla stabilità affettiva, producendo una sorta di diseducazione sentimentale. E’ questo il nucleo de L’ospite, secondo film di Duccio Chiarini, una commedia tenera, efficace nella sceneggiatura, di eccellente equilibrio visivo e impianto minimalista, un plot senza colpi di scena che affida  la sua identità all’esplorazione di un quotidiano che per i personaggi è carico di frustrazioni e di involontaria ironia. La prima scena è anche tecnicamente un colpo di classe di marca francese, la vicinanza di due corpi nudi in una posizione che parrebbe preludere a un amplesso trascinante, contraddetta tuttavia dalla metodica meccanica delle azioni che in effetti consistono nell’esplorazione vaginale alla ricerca di un preservativo. Per poi scoprire che è rotto, e in veloce sequenza che non è rotto solo quello ma l’equilibrio interno alla coppia formata da Guido e Chiara, che hanno idee divergenti su come affrontare l’imprevisto e devono toccare con mano la loro distanza, che la rassegnazione alle abitudini e il posticipo di ogni programmazione avevano fino a quel momento più o meno occultato.

 

Di fronte alla classica richiesta di prendersi una pausa solo per qualche giorno avanzata da Chiara, Guido abbandona la comune residenza e trova ospitalità alternata a casa dei genitori e di due amici, di una coppia la cui teorica stabilità è corroborata dalla seconda gravidanza di lei(ricercatrice e sua collega di lavoro, che è ricercatore universitario) e di un amico afflitto da una perpetua deambulazione degli innamoramenti. Questa breve esperienza di ospite risulta abbastanza traumatica, perché ogni affaccio su una qualunque vita domestica rivela doppiezze, indecisioni, fraintendimenti e insoddisfazioni. C’è una differenza, comunque, tra le vecchie generazioni- come è per i genitori di Guido- che su quel magma tellurico fondano una forma di consapevole interdipendenza e un (pur spesso malsano) reciproco perno esistenziale e quella dei quasi quarantenni, la cui instabilità è divenuta costitutiva, cronicamente immatura, e d’altronde alimentata da un contesto lavorativo che conta sullo sfruttamento anche per i ruoli teoricamente più qualificati.

 

L’ospite partecipa di quella tendenza estetica che combina il realismo sociale e linguistico con un moderato straniamento grottesco nell’andamento degli eventi e la distorsione di qualche elemento strutturale del film (in questo caso una compressione cronologica quasi teatrale). Basta poco per traslare l’opera da un genere all’altro. Seguendo il personaggio di Guido viene da pensare che Verdone (con l’età giusta) ne sarebbe stato un magnifico interprete ma la sua recitazione avrebbe, anche solo mimicamente, accentuato il registro comico a scapito della contestualizzazione sociale. Egualmente, nelle dinamiche instaurate tra i personaggi si ritrovano le movenze dei primi film di Troisi, che però viravano più nettamente nella sfera privata. E se invece in certi toni si percepisce la volontà di sintonizzarsi con il farsesco psicologico di Nanni Moretti, nulla di più lontano dal cineasta romano e dal suo graffiante snobismo potrebbe esservi dell’animo gentile e ingenuo messo in scena dal bravo Daniele Parisi.

 

Il tratto sociologico non banale del film filtra con piacevole leggerezza alla visione ma incatena tutti i personaggi in un tipo, se non in uno stereotipo, e l’empatia dello spettatore- nonostante la venatura lirica di qualche scena-  ne patisce un po’, e forse anche si sbiadisce il lavoro degli interpreti. E però non inquina la delicata autenticità.

 

L’ospite

Duccio Chiarini

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Di | 2 Luglio 2020|2, Il Nuovo Giudizio Universale|

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