Recensione del film “I miserabili”

>Recensione del film “I miserabili”

Nei pochi cinema riaperti e su tutte le piattaforme digitali

Un titolo così impegnativo, che richiama il grande romanzo di Hugo (anche per convergenze ambientali) bisogna poi saperselo meritare. E il quasi esordiente Lady Lj, già filmaker di alcuni documentari, onora ampiamente la citazione con questo potentissimo Les Miserables: uno spaccato di periferia degradata drammatico e realista (appena un po’ meno nell’ultimo quarto d’ora), altro che quel fumettone della serie Gomorra.

 

Gli eventi di una giornata e mezzo sono tutti concentrati in mezzo agli orridi blocchi di cemento della banlieue parigina di Montfermeil – che definire multirazziale è dire poco – dove opera per vigilare sul quartiere una pattuglia con tre flic. Siccome Stephane è appena arrivato, nella prima parte i due compagni di ronda gli fanno fare il giro turistico, e in questo modo lo fanno fare anche agli spettatori: in poche battute facciamo conoscenza del “sindaco”, uomo di malaffare che tuttavia è il riferimento per le problematiche mediazioni interne; l’imam che usa il coltello per tagliare pacificamente il kebab; il piccolo Issa, che nella scena di inizio insieme ai suoi coetanei immigrati prova l’emozione irresistibile di vedere la Francia di Mbappé campione del mondo di calcio e la va a festeggiare collettivamente sotto la Tour Eiffel nell’unico scampolo suo di identificazione nazionale; l’occhialuto bimbo che da sopra un tetto filma con il suo drone gli ardori e le nudità dentro gli appartamenti. E in mezzo un flusso disordinato e composito di gente che entra ed esce dalla galera, si fa di qualcosa o cerca di arrangiarsi con un piccolo commercio. I due compagni di Stephane sono fusi con il quartiere da dieci anni: Gwada con maggiore, seppur scanzonata empatia; il capo squadra Chris con arroganza, decisionismo e compartecipazione a qualche traffico. I due non hanno nessuna velleità di riportare la legalità, e del resto non ne avrebbero neppure la forza. Contribuiscono ad assicurare una forma di equilibrio e di conservazione sociale, cosa che scandalizza Stephan dal primo minuto. Ma basta una minima deviazione peggiorativa dallo standard quotidiano per mostrare la precarietà dell’assetto: Issa ruba un leoncino dal circo degli zingari, i gitani minacciano di mettere sotto sopra il quartiere, i poliziotti incappano in una colluttazione con i compagni di Issa mentre cercano di infilarlo nella volante e a uno di loro scappano i nervi proprio malamente, e il suo gesto folle viene immortalato dal drone che non si fa mai i fatti suoi. Il recupero del video diventa la prima preoccupazione e l’innesco di una serie deflagrante di violenze che imprimono al film il ritmo e l’estetica del crime americano.

L’abilità di Lady Lj è di affidare la svolta in film d’azione non alla sua cinepresa, che rimane di impostazione documentaristica da reporter di guerra, ma allo sviluppo della storia, o meglio alla semplice sollecitazione delle dinamiche che erano già sotto traccia. Non c’è nessun vero salto da quella che sembra una vivace osservazione antropologica alla ribellione cruenta: la seconda è nulla più dello scarico di tensione accumulato nella prima. Les Miserables con poche pennellate, e riferimenti quasi zero a ciò che eccede il perimetro della camera che gira dentro le strade (l’unico micragnoso supplemento biografico sarà il rientro a casa di ciascun poliziotto al termine del primo giorno), cesella la complessità psicologica di tutti i personaggi  in assoluta fedeltà alla massima di Hugo che compare sullo schermo (non vi sono né cattive erbe né cattivi uomini, solo cattivi coltivatori), senza condannare nessuno. Ma non è il lavaggio individuale della coscienza perché la colpa è del sistema: il regista non fa sociologismo, mostra le cose per come stanno e l’evidenza che la volontà politica di cambiarle è gravemente assente – ma nemmeno nasconde le difficoltà che comporterebbe l’impresa. Il film è di un’intensità senza pari e le concessioni allo spettacolo sono sia funzionali alla trama che all’obiettivo ideologico di diffondere il tema. Gli attori, alcuni non professionisti e gli altri senza chissà quale palmarès, interagiscono alla perfezione. A qualche critico è sembrata una mancanza di coraggio il finale aperto, che personalmente ho trovato la soluzione corretta, sia eticamente che esteticamente.

Les miserables

Tom Hooper

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Di | 19 Giugno 2020|2, Il Nuovo Giudizio Universale|

Questo articolo mi ha fatto pensare a...

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.