Recensione del film Green Book

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D’accordo, già il format narrativo è uno di quelli che ormai trovi al bancone del supermercato:

la coppia di opposti – in questo caso il bianco italo-americano/ amico di gangsters/ bifolco/ manesco/ razzista/ allegro e il nero/ ricco/ colto/ viziosamente raffinato/ malinconico- uniti da un’improbabile collaborazione lavorativa, che si guardano con sospetto ma diventeranno amiconi e anzi impareranno un sacco l’uno dall’altro ecc. (insomma, stile “Quasi amici” a etnie invertite). E se vogliamo mettere i puntini sulle i, fin da principio, “Green Box”  ogni volta che vi dite: “secondo me adesso succede questa cosa” non vi fa finire il pensiero che ve la porge cortesemente su un vassoio per giunta deposto sopra la tavola imbandita dell’ennesimo road-movie. Perché, allora, fa passare due ore magnifiche, vi intenerisce e- se non siete proprio di luna storta- diverte immensamente?

 

Andiamo prima a riassumere la trama, ambientata (molto bene e sobriamente) negli anni ’60 e ispirata a personaggi veramente esistiti, il musicista di colore Don Shirley e Tony Vallelunga, i discendenti del quale hanno variamente partecipato al film (anche nella sceneggiatura). Il talentuoso pianista, che si è esibito persino alla Casa Bianca, decide di intraprendere- insieme ai due componenti del trio- una tournée nel profondo dell’America e, ben immaginando che il razzismo dei luoghi possa variamente perturbare gli spostamenti e i concerti, offre a Tony Nip (così soprannominato- il labbro– sin da giovane per la sua loquela simpaticamente manipolatrice) un ben remunerato lavoro di autista e di problem solver. E in effetti le rogne, i boicottaggi, i soprusi non mancano: ora l’inserviente che non ha voglia di installare in sala lo Steinway come da contratto e pensa che un negro possa ben contentarsi della prima tastiera con le cartacce sul telaio, ora i divieti di accedere alla toilette per bianchi, ora l’esclusione dalla cena nello stesso locale con il pubblico che deve ascoltarlo, ora la malevolenza del poliziotto che si indigna del fatto che un bianco scarrozzi uno schiavo e si compiace di tenere quest’ultimo sotto la pioggia, e molte altre sgradevolezze che prenderebbero spesso una piega peggiore senza l’intervento di Tony. Ma il film non è tanto interessato alla questione razziale, della quale offre un sommario paradigmatico, quanto alla questione sociale dentro quella razziale, e cioè alla crisi d’identità di un uomo di colore che si trova legittimato artisticamente dalla cultura bianca che però fuori dal palco lo rifiuta, ed è completamente avulso dalla cultura nera, al punto da far sostenere con stizza a Tony (il primo che lo convince ad assaggiare pollo fritto e gli fa ascoltare Aretha Franklin) di essere più nero di lui.

 

Questa variante però, che poche volte supera il bozzettismo, non basterebbe da sola a valorizzare il film. La differenza la fanno in primo luogo gli attori: la naturale finezza di Mahershala Ali è un abito su misura per Don Shirley e Viggo Mortensen, immolatosi a un ingrassamento trasformistico alla maniera di De Niro per stare nella parte (letteralmente), più che interpretare inventa, con la sua espressività e i suoi inarcamenti sopraciliari, un personaggio fantastico e convincente che lo proietta definitivamente nella schiera dei grandissimi. E ancor più, brilla una scoppiettante scrittura comica dei dialoghi, piantata più che nella tradizionale e lisa commedia americana nel miglior cartoonism della DreamWorks (malamente cartoonist, va detto, è anche l’orribile resa del dialetto italiano che Tony e la sua famiglia ogni tanto alternano alla lingua americana).

 

Il regista Philip Farrelly, abiurando al suo background politically uncorrect, come una premurosa madre che sta rimboccando le coperte ai suoi cuccioli, ha cura per noi di cassare ogni volgarità e di troncare le scene di tensione drammatica non appena le accenna. La dolce nenia che ripropone in diversi spezzoni è che quando tra le persone c’è amore e amicizia o almeno feeling uno sa che l’altro sta facendo una cosa di nascosto e fa finta di non capirlo, che è poi una metafora sentimentale tutt’altro che banale (al di là del fatto che è pure un buon modo di compiacere il pubblico). Con il giusto abbandono e ci si può convincere di assistere- smaccatamente, poi, nel finale- a un film di Frank Capra, e di essere precipitati diversi decenni indietro, giusto con quel minimo di upgrade. E perciò si trova tutto incantevolmente ragionevole, la ripetizione, la prevedibilità, l’ottimismo, la coperta rimboccata, e il bacio della buonanotte.

Green Book

Green Book

Peter Farrelly

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Di |2020-09-11T15:04:36+01:0022 Febbraio 2019|Il Nuovo Giudizio Universale|

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