Recensione del film “Favolacce”

>Recensione del film “Favolacce”

Un tempo, per cinema di periferia si intendeva una sala di proiezione collocata in un quartiere culturalmente sprovvisto, dotata di una programmazione o particolarmente truce o all’inverso con una selezione ricercata – sia pure in seconda o terza visione – e con uno charme particolare per gli abboccamenti romantici.

Oggi cinema di periferia indica piuttosto un filone significativo, che comincia anzi già a rischiare la saturazione e il manierismo, dedito all’osservazione sociale delle zone più degradate e alle densità urbanistiche e criminali che le sfregiano. In Italia il periferia movie ha trovato un luogo di elezione vagamente stereotipizzato, la suburbe romana. In quell’area tematica e geografica si muove Favolacce, la seconda opera dei gemelli della pellicola, i fratelli D’Innocenzo, classe 1988: i quali, dopo avere più o meno ricalcato il filone con La terra dell’abbastanza, hanno preso la coraggiosa iniziativa di innovare il genere e di ricondurlo a una dimensione estetica molto internazionale e assai poco neo-neorealista. Scelta premiata, anche in senso letterale, visto che il film si è guadagnato a Berlino il prezioso Orso d’Argento per la sceneggiatura. Il rinnovamento sta nel fatto che il tipico ingombro carnale, ematico ed edilizio (salvo la rappresentazione dei corpi, molto calibrata sensualmente) viene parzialmente rimosso e trasferito a un livello di astrazione nel quale le violenze sono morali e sotterranee e ricadono negativamente soprattutto sopra i bambini e le loro esigenze di sviluppo. Il frutto espressivo di quest’opzione è un’altissima qualità di astrazione cinematografica, dentro immagini decostruite nelle quali si riscontra piuttosto netta l’influenza di Haneke e soprattutto di Terrence Malick (ma pure dei fratelli Taviani) e una serie di eccitanti corti circuiti nei bruschi scarti di montaggio, realizzato a volte per attrazioni. Un’opera visiva veramente eccelsa, ben supportata da una colonna sonora che sa bene alternare l’accompagnamento e il contrappunto. Ovviamente citare Malick mette già in guardia sulla piena intelligibilità di un film ma, benché ai D’Innocenzo qui non dispiaccia sguazzare nel caos spaziotemporale (sennò che astrazione sarebbe), il vero ostacolo alla comprensione è nell’acustica di questa versione in streaming, che sembra più un difetto tecnico che una dominanza della presa diretta o dell’accento romanesco. Certo è che in più di un passaggio proprio nun se capisce.

 

L’enunciazione programmatica di una certa libertà nei punti di vista della narrazione è introdotta da una voce narrante che, con poche parole di bello spessore letterario, annuncia che le storie che verranno narrate nascono dalle pagine del diario di una sconosciuta bambina reperito nella spazzatura, pieno di pagine bianche che al ritrovatore è venuto voglia di completare per poi avvertire che “il film è ispirato a una storia vera, la storia vera è ispirata a una storia falsa, la storia falsa non è molto ispirata”.

 

E così, come una raccolta di favole, il film racconta per salti e accostamenti e i singoli frammenti danno il senso più dell’insieme. Al centro ci sono tre famiglie di Spinaceto, dannate, volgari e pasoliniane in modo diverso, i loro flebili e invidiosi scambi, il vuoto piccolo borghese, il fallimento e l’autoconsapevolezza personale che oscilla tra frustrazione e negazione, la violenza gretta che cerca territori inesplorati e incruenti come la foratura di una piscina gonfiabile, soprattutto le relazioni con i figli e il modo in cui costoro devono acconciarsi in assenza di un modello adulto accettabile – e purtroppo uno a cui parzialmente si appoggiano, un insegnante scolastico, è un individuo intimamente spregevole. Alcune scene sono meravigliose nella loro angosciante desolazione: certe cene di famiglia, un addestramento alla guida di un bambino da parte del padre scalcinato che pure si rivelerà il solo genitore sentimentalmente adeguato, una singolare ed eterodiretta iniziazione sessuale. Tutti gli attori sono molto bravi (una menzione ovvia per Elio Germano, una meno ovvia per Gabriel Montesi), meglio da soli che in interazione, anche perché – specie i bambini – sono soli pure durante le interazioni.

 

Favolacce però ha un problema, e non lieve. Quando è finito ti viene da sbottare: ma come, e quando entrano i bambini? Perché quelli transitati sullo schermo sono una specie di alieni, tutti incapaci di esternare un distanziamento, una richiesta di vicinanza, diciamo pure un moto di personalità. Indossano una maschera di passività e coltivano in segreto l’antagonismo di una cospirazione terroristica, ma pure quella senza emozione, e senza emozione arrivano alle conseguenze più radicali. Vengono disincarnati, e se si tratta di metafora significa che con un simile determinismo l’astrazione si è spinta oltre i limiti percettivi in cui può esercitare una funzione socialmente critica; se poi la pretesa era quella di renderli figure, per quanto stilizzate, vagamente credibili, beh, è stato un risultataccio.

 

Favolacce

Fabio D’Innocenzo e Damiano D’Innocenzo

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Di | 23 Luglio 2020|Il Nuovo Giudizio Universale|

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