Recensione del film “La forma dell’acqua”

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Detto senza mezzi termini, se non riuscite a tornare bambini di fronte a questa meravigliosa fiaba (per adulti, sì, ma appunto di quelli disponibili a dismettere la propria adultità) siete perduti per sempre. La storia non è complicata, e raccontata nella sua nudità rischia di apparire un episodio di Topolino: a Baltimora negli anni Sessanta, in piena guerra fredda, gli americani studiano in un laboratorio segreto una mostruosa creatura acquatica, squamata ma chiaramente imparentata con l’umano, sottratta alle rive dell’Amazzonia dove gli indigeni la veneravano come una divinità, e i russi ovviamente li spiano. Mandarlo in orbita sulla luna? Sventrarlo per analizzarla scientificamente? Ucciderlo e farlo sparire? Per l’uomo-pesce incatenato il futuro si presenta bigio ma la sua ancora di salvezza è una giovane inserviente delle pulizie, Elisa Esposito (Sally Hawkins): muta, trovatella d’origine, un segnaccio sul collo come reperto di un trauma lontano, timida, dedita alla masturbazione nella vasca da bagno, con un debole per le uova sode, inquilina al piano superiore di un vecchio cinema d’essai dove quasi non entra più nessuno, con due amici di animo gentile, una collega nera sagace e ciarliera e un raffinato signore gay che dipinge locandine passate di moda e accumula nel frigo tremende torte al lime che hanno il solo pregio di provenire dalla pasticceria di un muscoloso giovanotto che lo attrae. Elisa e il mostro, privi della verbalizzazione, sanno reciprocamente vedersi dentro e si trovano risucchiati da un magnetismo passionale irresistibile. Obiettivo di Elisa diventa salvare la creatura e il nemico principale è il ferocissimo agente governativo Strickland (Michael Shannon) che pratica con profonda naturalezza ogni forma di discriminazione, tortura e prevaricazione. Una sua interessante asserzione teorico-pratica è che il vero uomo, in occasione della minzione, si lava le mani una volta sola, o prima o dopo.

 

Ora, la particolarità di questa storia è che la vedete al cinema. Non nel senso della sala che avete scelto per godervi la proiezione: no, proprio il cinema tutto, come forma espressiva, istituzione culturale, canone, enciclopedia, che ritrovate talmente tanto e in ogni declinazione intessuto nel film da poterlo qualificare come metacinematografico. Forse, senza saperlo, l’avete guardato nella stessa sala decadente al piano sotto Elisa Esposito. Di sicuro ci avete trovato qualcosa, a scelta o anche tutti insieme, di La Bella e la Bestia, di E.T. (il mostro buono da salvare), di Frankenstein, della Rosa purpurea del Cairo (la donna che sogna e congiunge la sua realtà con chi riesce a travalicare il confine con la fantasia), Il favoloso mondo di Amélie, il colore gotico di Tim Burton e decine di altri film classici, oltre al riferimento d’obbligo Il mostro della laguna nera, che era effettivamente il parametro di Guillermo del Toro. Il cinema straborda, somministrando generi a profusione dal monster movie al thriller spionistico, dalla commedia sentimentale al film d’animazione e persino una breve incursione nel musical.

 

La forma dell’acqua è semplicemente toccato dalla grazia: abbina al registro del cinema classico il ritmo di quello moderno, combina una sublime poesia visiva con una sceneggiatura efficace e concisa, risparmia sugli effetti speciali per concentrarsi sulle mirabolanti acrobazie tecnologiche della macchina in movimento, delinea personaggi estremi ma profondamente umani (o disumani) e radicalmente coerenti. Nulla è fuori posto: nemmeno l’accento macchiettistico delle spie russe che parlano tutte come Misha Auer, che fa parte dell’affettuoso collage d’immagini d’epoca (che comprende anche la quota più generosa di umorismo in bocca a un personaggio di colore, l’amica inserviente di Elisa), e ovviamente neanche la distinzione  manichea tra i personaggi (ma c’è uno scienziato russo infiltrato che è discretamente sfaccettato), imposta dal codice favolistico. E’ un purissimo film d’amore che ne cattura l’essenza in due protagonisti tanto improbabili da risultare del tutto convincenti. Non è esattamente un film d’impegno ma la scelta di concentrare tutta la simpatia sui diversi (il mostro, la muta, il gay) è un messaggio autentico, purgato sì da ogni ambizione di complessità, ma anche dall’eccesso edificante, dall’ammiccamento e dalla mielosità. La recitazione rimbalza precisa tra tutti i protagonisti, però spicca la stella di Sally Hawkins, che quasi per magia, in assenza di voce e con una certa economia espressiva nella gestualità, accentra la scena in modo torrenziale. Vedremo quanti Oscar incrementeranno la quantità impressionante di premi di cui La forma dell’acqua sta facendo incetta, a cominciare dal Leone d’Oro a Venezia, gratificando in primo luogo un regista che con quest’opera ha conservato la sua energia visionaria ma l’ha disciplinata dentro un simbolismo meno ridondante.

 

Curiosamente, vedendo questo film mi è tornato in mente il testo di Wollflin, “Rinascimento e barocco” nel quale il grande storico dell’arte individuò il carattere dominante del barocco nello stile “pittorico” e definì quest’ultimo fondato sull’impressione del movimento, sulla dissoluzione della regolarità, sul ritmico, sulla sovrapposizione degli oggetti, sull’affiorare della forma attraverso gli effetti delle masse. E mi è parso chiaro come, specialmente quando lo stile è barocco (e quello di del Toro lo è), il “pittorico” tenda a coincidere con il “cinematografico”.

 

La forma dell’acqua

Guillermo Del Toro

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Di |2020-09-11T15:16:20+01:0023 Febbraio 2018|Il Nuovo Giudizio Universale|

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