Quando il banjo è giù di corda

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Recensione di Fabio Capecelatro

Parafrasando un celebre film di Sergio Leone: quando un uomo col banjo incontra un uomo con la chitarra quello col banjo è un uomo morto.Si fa per dire, le sentenze dei personaggi dei film sono finalizzate alla tensione drammaturgica e alla fine l’uomo col fucile Gian Maria Volonté viene ucciso dall’uomo con la pistola Clint Eastwood,svolta narrativa che ribalta la profezia del primo sulla presunta superiorità del fucile e di chi lo imbraccia.Che dire allora del banjo, umile strumento di origine assai povera, quando si trova al cospetto della chitarra, che può vantare ascendenti aristocratici e suoni più nobili e argentini? Nel confronto delle potenzialità espressive sembrerebbe più versatile la chitarra. Però, a parte il fatto che si tratta principalmente di una questione di gusti, alla resa dei conti, proprio come la pistola e il fucile, i due strumenti possono anche convivere e collaborare in modo proficuo. E lo fanno egregiamente da quando gli americani, che come gli antichi romani annientano con disinvoltura intere popolazioni e si impossessano delle loro culture spacciandole per proprie (“bottino de guera” diceva Catone-Gassman in Scipione detto anche l’africano), hanno fatto entrare il banjo nella mitologia dei cowboys. Infatti siamo portati ad associare questo strumento a oleografiche scene da western, ad esempio con l’eroe solitario che si allontana a cavallo. Ma la sua origine – seppure incerta – è da ricercarsi per lo più in terra africana e pare che proprio i neri, che in America ci entravano e ci morivano da schiavi, l’abbiano importato nelle terre d’oltreoceano come fedele compagno con cui alleviare le sofferenze della diaspora. Vale dunque la pena spendere due paroline sulle peculiarità sonore, o più ancora di quelle evocative, di questo strumento, lontano cugino povero della chitarra. Provate a guardare un chitarrista rock nel momento in cui fa l’assolo. Quando è in estasi si sofferma su una nota e la prolunga come se fosse alla ricerca di un’eternità del suono. Con un paio di artifizi tecnici può dilatarla variandone il timbro in fischio, stridore, qualcosa di cosmico che dovrebbe rappresentare il dominio dell’uomo sulla natura e sull’universo. Per quanto se ne rimanga affascinati, c’è in quel gesto la millenaria presunzione umana. Provate a dare una pennata su un banjo e vedrete che la nota si smorza nel momento stesso in cui nasce, ha una vita estremamente breve. Ma spesso le vite brevi nella loro leggerezza sono le più belle e intense, e quella nota è talmente evocativa che la si potrebbe immaginare come il rumore tenue di una lacrima, un suono dimesso che testimonia la difficile condizione umana. E’ la grandezza delle piccole cose, quello che sembra un suono sporco e abborracciato racconta a chi l’ascolta il lavoro duro e la vita intrisa di sangue e sudore del mondo da cui proviene. Ma, come tutti gli strumenti poveri, il banjo è capace anche di incredibili e travolgenti arabeschi, che inducono chiunque l’ascolti a dimenare le gambette in una danza liberatoria e a rivelare così un insopprimibile amore per la vita al di là della sua insostenibile pesantezza. La scena memorabile del duetto di Un tranquillo week end di paura, dove il ragazzo autistico e fuori del mondo ha nel banjo l’unico mezzo con cui riesce (divinamente) a comunicare col prossimo, in fondo dice questo. E quel funambolismo sullo strumento spiega molte più cose di un trattato di sociologia.

Titolo

  • Titoletto: commento

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Si salvi chi può

Di |2020-09-11T15:17:02+01:0030 Novembre 2016|Il Nuovo Giudizio Universale|

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