“Frontiera” di Khaled Fouad Allam

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Antologia di Giudizio Universale, dalla “Guida per difendersi dal razzismo”

L’immagine della frontiera è legata alla geografia territoriale, a uno spazio fisico la cui identità si materializza nell’esistenza di un confine, che esso sia naturale oppure astratto. Nella geografia classica, la frontiera poteva essere rappresentata dal carattere divisorio di una catena montuosa o di un fiume. Fu il grande geografo arabo dell’XI secolo Al Idrisi, nativo di Ceuta e vissuto alla corte di Ruggero II a Palermo, a trasformare completamente la geografia tolemaica iniziando quella che può essere chiamata la geografia moderna, con l’utilizzo di forme e colori a rappresentare la geografia fisica e i suoi confini: il marrone e il verde per le terre, il blu per i mari e i fiumi.

 

Ma il passaggio da una frontiera fisica inscritta nel paesaggio ad una sua formulazione giuridico-politica e territoriale è un prodotto della storia, delle culture e delle popolazioni. Si può affermare che ogni periodo storico e ogni architettura politica ha inventato i propri confini, definendo così la propria visione della frontiera. Negli imperi multinazionali del XIX secolo, quello austroungarico e quello turco-ottomano, la frontiera non si basava sull’identità delle popolazioni, sulle loro culture e religioni, ma sull’estensione geografica dell’impero: l’idea di frontiera legata a un documento, un passaporto, per poter passare il confine tra una nazione e l’altra era del tutto sconosciuta.

 

La frontiera è dunque una nozione relativamente moderna, che si sviluppa a partire dal ‘700 parallelamente all’idea di Stato-nazione, una nazione che dovrebbe comprendere popoli di una stessa cultura, lingua e religione. Non è un caso che con la fine degli imperi multinazionali scoppino i conflitti della prima e della seconda guerra mondiale, in seguito a rivendicazioni nazionali.

 

Ma la frontiera moderna si costruisce pure su un altro paradigma: sulla figura – che riveste una dimensione antropologica e anche religiosa – dello straniero. Uno dei più importanti studiosi dell’immigrazione, Abdelmalek Sayad (1933-1998), in un saggio dal titolo La doppia assenza pubblicato postumo con la prefazione di Pierre Bourdieu, dimostrò come la nozione di immigrato equivalga a una versione profana della nozione di straniero dell’Antico Testamento, e come nel corso della storia tale nozione fosse divenuta lo strumento attraverso cui lo Stato-nazione si definisce e si percepisce. L’immigrato è colui che rende consapevoli della nozione fondamentale di frontiera, perché attraverso di lui la società percepisce la distinzione fra nazionale e non nazionale. In effetti, oggi all’immigrato regolare viene richiesto un documento che attesti l’autorizzazione a risiedere in uno Stato che non è il suo.

 

Paradossalmente, il rapporto fra immigrazione e frontiera ci informa sul significato dello Stato, sul nodo antropologico fra le comunità umane e la territorialità, sul significato del governare. Già Michel Foucault nei suoi corsi al Collège de France sulla biopolitica insegnava come la formazione degli Stati avvenga parallelamente alla configurazione dei territori; nel Medioevo le città erano cinte da mura, e a una certa ora della notte le porte si chiudevano affinché gli stranieri non potessero entrarvi, dunque le mura delle città sono i precursori delle frontiere. Il muro di Berlino divideva la città in due parti, come quello tra Gorizia e Nova Gorica fino all’ingresso della Slovenia nell’Unione Europea: quelle frontiere erano un prodotto della storia. Oggi esse si sono spostate in un’altra dimensione, quella delle “frontiere simboliche”. Tali frontiere non sono più rappresentate da una territorialità, sono frontiere invisibili, definibili da coloro che ne diventano loro malgrado i protagonisti. La frontiera simbolica dell’odierna epoca di globalizzazione si può manifestare nella cultura, nella lingua, nella religione, nell’etnia di appartenenza. Essa divide gli individui tra loro, spezza i rapporti sociali, a volte riproducendo il ciclo perverso della catena dominanti-dominati.

 

Negli ultimi anni queste frontiere simboliche sono state alla base di gravi violenze su base etnica, religiosa o culturale: ad esempio in alcune città francesi vi sono stati scontri tra la popolazione maghrebina e la comunità ebraica; in vari contesti europei sono esplose tensioni legate alle questioni rom, albanese, cinese; negli Stati Uniti è scoppiata la guerriglia fra afroamericani ed ispanoamericani a Los Angeles. La frontiera simbolica si esprime in violenze e conflitti, oppure si traduce definitivamente in segregazione ed emarginazione, definendo i luoghi in cui vivono le popolazioni male accettate dagli autoctoni. Il deficit di integrazione, dovuto all’assenza di politiche pubbliche o alla difficoltà di integrarsi, e talvolta al rifiuto della popolazione autoctona, produce da una parte il ripiegamento comunitario e dall’altra la segregazione socio-spaziale.

 

La frontiera può assumere anche altre connotazioni, in particolare connotare la separazione tra pubblico e privato, o rappresentare una frontiera di genere, come nel caso dell’islam e dell’annosa questione del velo: alcuni autori ritengono che il velo rappresenti un veicolo di passaggio dalla sfera privata a quella pubblica, mantenendo intatta l’identità della donna; altri affermano che il velo è una frontiera di segregazione e dunque di discriminazione.

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Di |2020-09-11T15:16:15+01:008 Giugno 2018|Giudizio Universale antologia|

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