Capitolo venti: Gli assassini

Di |2020-09-11T15:16:40+01:0019 Luglio 2017|Istruzioni per non morire|

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Musica consigliata per la lettura del ventesimo capitolo: Quinta sinfonia secondo movimento (Mahler)

Lo stupore e il soffocamento avevano disegnato sui tratti di ogni volto tante piccole orrifiche smorfie che non avrebbero sfigurato in un quadro di Bosch. Un giovane medico in camice aveva mantenuto una distinzione classista e giaceva isolato nel corridoio che precedeva la sala operatoria, con una cartella clinica ancora stretta nella mano destra, sulla quale si era evidentemente riservato sino alla fine di valutare i dati prognostici. Il suo volto era rimasto dignitoso ma aggrottato.

 

“No, adesso chiamiamo subito la polizia. La cosa più urgente è portare Lilith in ospedale…”.

“O anche al camposanto” replicò una voce metallica appena dentro l’ingresso della sala, dove erano apparsi due uomini con sulla bocca una maschera antigas e in mano ciascuno una pistola. (altro…)

Capitolo diciannove: Il duello

Di |2020-09-11T15:16:40+01:0017 Luglio 2017|Istruzioni per non morire|

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Musica consigliata per la lettura del diciannovesimo capitolo: Attack and falls Akhenaten (Philip Glass)

“Ti avrei fatto meno in salute, a quest’ora, se devo essere sincero. Ma a quanto pare c’è un po’ di disordine in giro, ultimamente. In quella clinica, tanto per dire, c’è gente che è entrata per rimettersi in sesto e invece c’è un ammasso di morti. Rimani qui a fare due chiacchiere, che è certamente più tonificante”.

 

“Memoria! Lo vedi, cominci a parlare esattamente come un umano. Non hai mai pensato che nessuna vita sarà mai estirpata sulla terra finchè esisterà la memoria? Ma sarebbe una discussione troppo sofisticata per te. E però non ti biasimo. Anche io fino a ieri ho vissuto all’ombra del rassicurante concetto che la correttezza di una procedura sia il massimo concetto filosofico ed etico elaborabile. Che fosse l’imitazione, o lo specchio della natura. Ma dietro l’apparente assenza di acredine verso questi esseri di cui ci occupiamo sulla terra nutriamo una profonda invidia, il dubbio che abbiano ragione loro. Che valga la pena di scompaginare le procedure, perchè ciò che vale è un progetto. Inseguirlo, realizzarlo, inciamparci, fallirlo, rinnovarlo, superarlo” (altro…)

Capitolo diciotto: La sfida

Di |2020-09-11T15:16:40+01:0016 Luglio 2017|Istruzioni per non morire|

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Musica consigliata per la lettura del diciottesimo capitolo: Dead man in my bed (Nick Cave)

Tentò di gridare ma si sorprese muto, salvo quel timido raglio che la gola concede nel rantolo dell’asfissia. Avvertì l’inciampo e l’ingolfamento del sangue che ancora cercava di ritagliarsi uno spazio tra le vene per raggiungere il cervello, le gambe che cedevano come nel vuoto. Roberto, Roberto! Non stai combattendo solo per la tua vita, stai lottando per interrompere la catena delle morti umane! Sei il nuovo Prometeo, e quel laccio al collo una ridicola catena da troncare, e senza stare a disturbare Eracle!

 

Si era fatto l’idea, senza poi nemmeno prove a sostegno, che fosse omosessuale, ma non conosceva il nome di qualche suo fidanzato. Si alzò con uno scatto nervoso, smaltì il capogiro che lo assalì,  prese a girare per la camera e il resto della casa. Era più un rituale obbligato che un’indagine fondata sull’attenzione del dettaglio, perchè l’ansia gli imponeva il passo della donna che ha ospiti a cena, non ha ancora deciso cosa mettersi ed è in ritardo nella cottura del rombo in crosta. (altro…)

Capitolo diciassette: Le rivelazioni

Di |2020-09-11T15:16:40+01:0014 Luglio 2017|Istruzioni per non morire|

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Musica consigliata per la lettura del diciassettesimo capitolo: The here and after (Jun Miyake)

“E lei cosa fa qui? “sussultò Roberto “Chi le ha dato le chiavi?”

“E’ solo?” chiese l’altro con una certa agitazione, ignorando la domanda di Roberto.

“Io? Sì, ma…”

“Merda, non c’è tempo da perdere” imprecò Florin e gli voltò le spalle correndo verso l’uscita.

 

“Arriviamo alla clinica, papà. Lì ti spiego tutto. E’ arrivato il momento”.

E a quella frase Roberto si rese conto di essere lo spettatore di una serie televisiva della quale scopriva adesso di essersi perso una cinquantina di puntate

 

Siamo tutto soli al mondo Rose, diceva, è solo diverso il modo di reagire, io infilo una maschera, cerco di dimenticarmene celebrando piccoli Carnevali quasi ogni giorno, appoggiati, abbandonati, e finalmente trovai la forza per piangere, tutto il pianto che avevo represso in quei dodici anni dalla nascita. (altro…)

Capitolo sedici: I fantasmi

Di |2020-09-11T15:16:40+01:0011 Luglio 2017|Istruzioni per non morire|

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Musica consigliata per la lettura del sedicesimo capitolo: Villa Lobos Bachianos brasileiros n. 5 (Hector)

Un senso di conciliazione con il mondo risvegliò Roberto. Ebbe la dolce sensazione di avere riposato gli arti per giorni. Accese l’abat-jour per guardare l’orologio ma erano poco più delle cinque, non aveva dormito forse nemmeno un’ora. Volse lo sguardo a fianco verso Lilith che dormiva girata sul fianco opposto ma con la coperta intrecciata e sollevata in un modo che quasi le raddoppiava il corpo. Per un istintivo impulso all’ordine Roberto ne tirò giù un lembo e Lilith scattò con le ginocchia rannicchiate in mezzo al letto con gli occhi ancora chiusi.

“E’ tornata” gridò e si preparò a lanciare un urlo lancinante che Roberto soffocò prontamente con una mano sulla sua bocca.

“Non è tornata, non c’è nessuno oltre noi due” le sussurrò nell’orecchio mentre provava a cingerla con il braccio da dietro la spalla incontrando la sua rigida opposizione. (altro…)

Capitolo quindici: Il ricorso

Di |2020-09-11T15:16:40+01:009 Luglio 2017|Istruzioni per non morire|

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Musica consigliata per la lettura del quindicesimo capitolo: Una notte sul Monte Calvo (Modest Mussorgskyi)

Affiorò nell’animo suo quel senso di abbandono al fato che coglie il morente quando la vita ha preso infine a defluire vorticosa e verticale per perdersi e confondersi nel mare della memoria altrui, quello stupore dell’arto inerte dopo l’esplosione della granata al fronte, il nebbioso squagliarsi della coscienza sul capezzale.

 

Forse la domanda non ha di solito quell’accento tanto perentorio. Stai per morire, ma non si intende in una settimana: per gentilezza l’annunciatore-inquisitore rimane sul vago, potrebbe trattarsi di sei mesi o più probabilmente di trent’anni, di sessanta, di centoventi per alcuni contadini del Caucaso. Sono poi così tanti, tuttavia? Se ci si pensa a mente fredda la frase “Stai per morire” non esprime un’immediatezza insensibile all’aridità del calcolo? A fronte della catena interminabile delle generazioni, del susseguirsi organico e molecolare sulla terra, del crescente chiasso goliardico che ha sommerso il mutismo dell’ecosfera, a fronte di quando Dio non aveva ancora rotto le acque, delle prove di rotazione dei pianeti, ma a fronte anche semplicemente della quantità di occasioni che perderemo, può poi cambiare che si tratti di un secolo o di un secondo? E’ così imminente, sempre, la nostra morte e se non ce ne rendiamo conto è solo perché il sistema postale e quello dei necrologi sono organizzati diversamente dalla velocità della luce, che ci mostra il risplendere di una stella che pure aveva sbaraccato da qualche milione di anni.

 

Roberto pensa che la vita gli ha offerto mille opportunità e lui le vede adesso, e tante sono ancora a tiro, e lo sono sempre state mentre lui si lasciava condurre dalla corrente. Che è sepolto, già da vivo, in un ossario anonimo, una fossa comune, e che c’è voluta questa condanna perché udisse finalmente il tintinnare della vita, perché spuntassero dal terreno sotto le acacie spoglie i pezzi di quel mosaico che adesso brucia dalla voglia di ricomporre. Sente addosso lo sguardo di Gaston. Ha smesso di trascinarsi, lo fissa. La sua pazienza è scaduta. Questo ricorso, Roberto? E Roberto sa perfettamente perché vuole vivere, e sa anche che è nel giusto.

 

Gaston prese a intrecciarsi le mani nervosamente e anche lo strascinare della gamba si era fatto più traballante e obliquo, come se stesse intrecciando anche quella.

“Non è possibile, è da non credersi” ripeteva francamente contrariato.

 

Fu in quell’esatto momento che Roberto sentì una violenta fitta allo sterno. Mosse un passo in avanti e poi crollò al suolo. Il dolore acuto si spostò verso il basso ventre e discese ancora fino alla coscia. Dallo stomaco salì un rigurgito di bile che provò a sputare e che per metà gli restò appiccicata al mento

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Vedi qui la trama e le ragioni di questo progetto

Capitolo quattordici: Gli umani

Di |2020-09-11T15:16:41+01:007 Luglio 2017|Istruzioni per non morire|

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Musica consigliata per la lettura del quattordicesimo capitolo: Opening from Glassworks (Philip Glass)

L’ultimo di cui mi sono occupato, la scorsa settimana, mi raccontava del figlio, quand’era piccolo, che si stendeva sul pavimento vicino a lui, a scarabocchiare, a disegnare, mentre lui lavorava. E a un certo punto mollava il lavoro, e si piazzava anche lui sul pavimento. E’ la più bella sensazione che ho provato, ha detto, e io lo guardavo senza capire. E lui insisteva, chi non ha vissuto quest’esperienza non ha assaggiato il meglio della vita. E quando il figlio è cresciuto, e si sa che non accadrà più, per quanto si possa essere impazienti di vederlo cresciuto, la perdita del pavimento, che ritorna a essere esclusivamente suolo da calpestare, è già un pezzo di morte”

“Io ho avuto una figlia, ma non l’ho provata quest’esperienza. Siamo vissuti distanti. Fisicamente, ma forse non soltanto quello. Credo di averla presa in braccio pochissime volte. Magari le questioni sono collegate. Non sei degno di alzarlo, un figlio, se non sai accorgerti di quanto è bello in basso, radente alla terra”

“La vita non è ciò che accade ma la capacità di dargli senso, questa è la convinzione che mi sono fatto, studiandola da fuori. Ne sono ammirato. Non un senso meccanico, come le procedure di cui mi occupo. Non l’incastro dei pezzi ma l’abilità di scomporli, di modificarli”.

“Allora temo che sarei un pessimo insegnante”

“Perché?”

“Perché mi riconosco di più nel senso meccanico. Perché arricchire le cose di un senso personale è una fatica, una scommessa, una sfida. E’ più comodo trovarsele al mattino con attaccato il cartellino che c’hanno messo gli altri. Che qualità ci vuole per dare un senso? L’intelligenza? Il cuore? L’istinto? Forse non sono una cima in niente, ma nemmeno proprio arido. E però ho imparato a campare così, superficialmente. Con il dolore ho optato per un patto di non belligeranza: lui promette di lasciarmi in pace e io di non chiedere tante spiegazioni. Sfuggo, svicolo, dimentico, oppure mi adatto. (altro…)

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