Il fallimento delle élite non dipende dal web

>Il fallimento delle élite non dipende dal web

La Brexit e l’elezione di Trump, maturate contro le previsioni dei media e dell’establishment, hanno imposto un tema già da tempo formicolante: la rivolta nei confronti delle élite.La discussione si interseca e per lo più coincide con quella su un altra tendenza, la crisi degli intermediari, coloro che fanno da ponte tra le persone comuni e l’accesso a un bene o l’esercizio di un diritto.Molti intermediari, come i partiti politici, i parlamentari, i sindacati o i giornalisti, fanno parte dell’élite. Con una certa regolarità nelle analisi dei commentatori (uno per tutti Michele Serra, ma è un coro progressivamente generalizzato) l’epicentro del terremoto viene considerato il web.Internet ha offerto la possibilità di saltare gli intermediari, sia (ad esempio) acquistando i beni dal produttore invece che dal dettagliante oppure organizzandosi il viaggio da soli piuttosto che tramite l’agenzia, sia (e qui si arriva al tema delle élite) estendendo il potere del self-made alla creazione e diffusione di immagini, contenuti e progetti di intrattenimento, culturali e politici.Si sarebbe creata una solidarietà orizzontale tra chi frequenta il web, ispirata a una franca repulsione delle competenze e delle gerarchie. I pareri critici e quelli professionali vengono sviliti a scapito dell’umore collettivo, assunto quale bussola d’orientamento.

Siamo però sicuri che il rapporto causa/effetto abbia questa direzione? E’ la tecnologia a forgiare la società e non il contrario?

 

Può essere utile un preliminare tuffo all’indietro nella storia. A diffondere il termine élite nella filosofia sociale, con una capacità virale degna del meme digitale più evoluto, furono i pensatori conservatori italiani Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto, tra la fine dell’Ottocento e il principio del Novecento. La loro tesi era che il mondo si divida in chi governa e in chi è governato: ai primi spetta (minoranza organizzata) la palma di élite. Mosca e Pareto non pensavano che una simile distinzione, tendente alla cristallizzazione delle classi, fosse negativa, e in ogni caso la descrivevano allo stesso modo in cui un chimico dà conto di come l’azoto e l’ossigeno siano separabili dall’aria. L’organizzazione politica e sociale sarebbero quindi inevitabilmente oligarchiche (così Scalfari recentemente opponeva a Zagrebelsky). Secondo Pareto, che ricalcava Machiavelli, le élite sono di due tipi: i leoni, che governano con la forza, e le volpi, che si affidano all’astuzia e al compromesso. La storia premierebbe ora le prime ora le seconde, che però sono più durevoli.

Negli anni sessanta il sociologo Francesco Alberoni coniò il concetto di “élite senza potere”. Gli esseri umani, sostenne, non si fanno più dettare le regole di comportamento dalle religioni o dalle ideologie. A ispirarli sono i divi dello spettacolo (avesse scritto dopo avrebbe aggiunto i campioni sportivi), che rispetto alle élite tradizionali non manovrano le leve del potere materiale, e però sono i veri riferimenti collettivi per la morale e il costume.

Quanto agli intermediari, è interessante notare come, al di fuori della letteratura accademica sull’organizzazione sociale, mai se ne sia trattato espressamente se non quando, negli ultimi dieci anni, hanno imboccato la via del declino. Per riflettere sull’esistenza degli intermediari, insomma, è stato necessario che prendesse vita la disintermediazione.

the-masterpiece-or-the-mysteries-of-the-horizon-19551

Nell’attuale crisi delle élite almeno  quattro aspetti sorprendenti vanno messi in evidenza.

 

Più autorità.

Il primo è che a una crisi delle élite dovrebbe, il buon senso ce lo suggerisce, corrispondere una crisi del principio di autorità, come fu nel Sessantotto. Invece non solo accade il contrario nel mondo non occidentale (dove il potere, in senso weberiano, è addirittura ancora tradizionale e carismatico): anche da noi la domanda di autorità prevale su quella di condivisione, diffusione o disgregazione del potere. La crisi dell’establishment non dissolve l’establishment in sé ma ne crea uno nuovo (si pensi proprio all’elezione di Trump) verso cui si riversa una richiesta di autorità (costruire muri, cacciare persone dal territorio), fortemente connotata anche in senso verbale e simbolico. E’ quasi una compensazione naturale: tanto più in un ambiente cresce l’insofferenza collettiva alle élite tanto più vi fiorisce parallelamente un potere autoritario. Si pensi a come in Europa ogni riforma politica spinga verso la leadership individuale. O a come in Italia, proprio nel partito che convoglia gli slanci più vitali e sinceri circa la partecipazione alla vita pubblica e la responsabilità sociale, quello dei Cinque Stelle, le decisioni finali spettino a un monarca che non si prende neppure il disturbo di istituzionalizzare il proprio dispotismo con un’investitura formale o un momento costituente elettivo, foss’anche posticcio. Pensiamo ancora alle fabbriche (quel che ne è rimasto) e al lavoro post-fabbrica, o alla scuola: non c’è più traccia di fermenti assembleari né velleità di cogestione.

Indebolita insomma, nella crisi delle élite, non è l’autorità ma l’autorevolezza, la giustificazione morale e razionale della leadership. Il singolo che incarna l’autorità fatica a legittimarsi per un lungo periodo, e anche mentre viaggia sulle ali del successo rinuncia a trasmettere un senso di autorevolezza. Anzi, nella selezione della nuova élite viene prediletto un castigatore delle élite, che arriva a prendere come bersaglio il concetto stesso di legittimazione. Parrebbe una strada suicida, poiché egli prepara la delegittimazione di se stesso. In effetti (come rischia di essere per Renzi, in Italia) finita l’ipnosi collettiva, si va in cerca di un nuovo rottamatore che faccia del discorso sul potere un grottesco carnevale.

E’ pure interessante notare come le grandi aziende siano quelle che meglio hanno compreso la delicatezza di questi equilibri: fortemente verticistiche, le imprese si pongono quotidianamente al loro interno l’interrogativo su come cementare l’autorevolezza della leadership.

 

Più intermediazione.

Il secondo aspetto è che le intermediazioni non sono affatto scomparse: anche loro si sono semmai ingigantite. La piattaforma digitale è ovviamente l’intermediazione per eccellenza. Gli algoritmi, tutt’altro che neutrali, si frappongono tra noi e il mondo, e gestiscono il filtro con una malizia non alla portata dei mediatori umani. Nella politica il declino della sovranità nazionale concentra, grazie alla governance, il potere di mediare e quello di decidere negli stessi gruppi, con una perdita secca in termini di trasparenza e responsabilità a confronto della decisione in sede politica. Quando si sente tuonare insistentemente contro una lobby, dilatando il concetto di lobby fino ai pezzenti, significa che un nuovo grande agente di intermediazione (che si tratti delle banche o di Uber) vuole monopolizzare una posizione sul mercato.

 

Più monopolio del potere.

Il terzo aspetto si ricollega a ciò che Alberoni riconobbe a oltre trent’anni dalla sua intuizione: le élite senza potere ormai sono al potere. Lo spazio tra le diverse sfere del sociale è diventato poroso, e la cultura e la politica sono diventate terre di conquista da parte di invasori. La fama guadagnata nello spettacolo è un viatico per qualsiasi altra carriera. Ma, soprattutto, le élite economiche sono passate a una gestione diretta dei propri affari, esautorando la politica. C’è una contraddizione brutale tra la consapevolezza dell’ingiustizia redistributiva a favore del famoso 1% e l’insistenza con cui, direttamente o indirettamente, il potere economico esprime le élite della classe politica.

 

Più rigidità sociale.

Il quarto aspetto è che in una società normalmente stratificata vi sono vari gradi, relativi, di élite. Se davvero fosse messo in discussione il concetto di élite dovremmo cogliere spinte verso l’uniformità orizzontale e solidale. Ma proprio coloro che contestano la meritocrazia altrui sono i più focosi nel difendere la meritocrazia propria, o quanto meno il gradino che occupano nella scala sociale. La nostra società presenta un alto livello di frustrazione, una situazione in cui gli individui sono scossi dalla tensione fra il livore verso chi sta sopra e il terrore di doversi stringere per lasciare spazio a chi sta sotto.

Ecco dunque gli strambi esiti di questa crisi delle élite e dei mediatori:

  1. Il principio di autorità è più forte, anche se si appanna l’autorevolezza
  2. I mediatori sono più grandi e potenti
  3. Le élite si concentrano: non più tante élite per tanti sistemi, ma un’unica élite dominante, di matrice essenzialmente economica.
  4. L’élite logora solo chi non ci sta dentro (e ciascuno si tiene stretta la sua micro-élite).

boccioni

 

Possiamo dire che questo quadro tanto articolato sia stato prodotto da Internet? Chiunque ha una decente percezione della storia sociale vede bene come esso sia frutto di un logorio della comunità occidentale (e l’Italia ne è un paradigma strepitoso) che comincia almeno trent’anni indietro.

Secondo Durkheim il passaggio dalla società primitiva alla società moderna è consistito nel passaggio dalla collettività indistinta alla divisione del lavoro e alla specializzazione. Proseguendone il tragitto, si potrebbe asserire che la caratteristica della società contemporanea è la spinta verso la semplificazione. Dalla divisione funzionale (dei ruoli, dei poteri, dei gruppi) nasce una costante tensione tra conflitto e cooperazione. E’ da tempo (si vedano gli studi del sociologo Luhmann) che vengono espressi timori che una società segnata da tante interdipendenze possa sopravvivere alla sua complessità.

Quand’è esattamente ci siamo innamorati della parola semplificare? Forse un po’ oltre il 1980. Il mondo cominciava appena a diventare troppo complesso (eravamo solo agli inizi della globalizzazione, della finanziarizzazione dell’economia, dei fenomeni migratori, della morte delle ideologie) e già la nostra aspirazione non era comprenderlo ma ridurlo. Ridurlo concettualmente. Banalizzarlo.

Pareto ricordava che i modi di manifestarsi di un’élite differiscono per epoche e latitudini. “la conquista della ricchezza presso i popoli commercianti e industriali, il successo militare presso i popoli bellicosi, l’abilità politica e lo spirito d’intrigo e la bassezza di carattere presso le aristocrazie, le democrazie e le demagogie, i successi letterari nel popolo cinese, l’acquisizione di dignità ecclesiastiche nel medioevo…sono altrettanti modi nei quali si effettua la selezione degli uomini”.

Nella società della semplificazione la modalità di selezione è diventata la scorciatoia. Sfruttare i mezzi economici o la fama per la carriera politica, vincere un talent, avere diciotto anni ed in quanto tale essere un perfetto caso editoriale, solleticare cinicamente i gusti più triviali del pubblico.

La scorciatoia è emersa quale pratica dominante, e elevata a modello trainante della nostra esperienza. Come imparare le lingue senza sforzo? Mica studiandole per ore. Come leggere velocemente? Mica leggendo più libri. E cosa farsene di quell’antitesi alle scorciatoie che sono, per esempio, il greco o la storia?

Le scorciatoie sono prima di tutto delle tecniche. A un certo punto, a furia di affinarle queste tecniche, è subentrata la tecnica più sofisticata, quella del web. Una bella differenza scambiare l’effetto per la causa.

 

La scorciatoia non è un movimento dal basso: è lo scadente insegnamento che le elite hanno impartito al popolo. E’ lo squallido meccanismo con cui le élite hanno cercato di autoperpetuarsi, rinunciando a ogni funzione pedagogica. Ma è stato anche un messaggio menzognero, giacchè le élite si sono chiuse al rinnovamento. I vertici di partito, le istituzioni, le case editrici, i sindacati, le grandi imprese, i santuari della cultura- insomma questi benedetti mediatori- hanno diffuso un senso di impotenza in un paese bloccato, che non sono stati capaci di rigenerare: convincendosi, anzi, che valesse la pena di lasciarlo marcire nell’ignoranza e nella distanza dalla vita pubblica e dalla cultura per carpirne più facilmente il consenso. La crisi delle élite, a maggior ragione se la si vuole interpretare come invidia della massa, è nulla più che il fallimento di quelle élite. Oltre che una dichiarazione di guerra alla cultura, che è il vero antidoto alle scorciatoie.

Di | 25 Novembre 2016|Limite di velocità|

Questo articolo mi ha fatto pensare a...

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.