RECENSIONE L’AGENTE SEGRETO

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Il cinema brasiliano coltiva una forma politico-estetica di resistenza democratica che potremmo definire patriottismo della memoria. Segnata da una dittatura sanguinosa tra il 1964 e il 1985, con un parziale revival sotto Bolsonaro, una parte del paese si oppone al frequente oblio, anche giudiziario, che si stende sopra i crimini di regime e chi fu vittima. Dopo Io sono ancora qui di Walter Salles, arriva L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho che, per favorire l’attenzione del pubblico, ha schierato da protagonista Wagner Moura, l’interprete di Pablo Escobar nel ciclo Narcos, qui autore di una performance molto sobria, premiata con la Palma d’Oro per il miglior attore e il Golden Globe (riconoscimenti che trovo un po’ eccessivi). 

Che ci siano di mezzo un agente segreto e una conseguente spy-story è il primo dei numerosi depistaggi: Armando nome vero/Marcello nome finto è un ricercatore universitario idealista che ha messo i bastoni tra le ruote ai progetti di un losco imprenditore, e per questo è finito sull’agenda di due sicari e nel programma di protezione del partito di resistenza che gli garantisce una copertura e un nome falso. Vedovo, torna a Recife dove il figlio vive temporaneamente con il nonno titolare di un cinema, e viene ospitato insieme ad altri dissidenti e profughi in una specie di pensione allestita da un’estroversa vegliarda. 

Il tema della memoria pubblica incrocia per sua natura quello dell’identità, e Mendonça Filho è molto abile a scegliere delle tracce di immediato richiamo simbolico per ciascuna delle due: da un lato Armando viene spacciato per impiegato del servizio anagrafe, e nel tempo libero si impegna strenuamente nella ricerca dei documenti di sua madre; dall’altro, la storia salta di tanto in tanto dagli anni settanta ai giorni nostri, perché una volitiva ragazza si appassiona alle trascrizioni giornalistiche di quello che fu all’epoca episodio di cronaca, e combatte perché la vicenda riaffiori, almeno presso chi la visse da vicino e oppose al trauma la rimozione. Che sullo sfondo della vicenda scorrano le immagini estreme del Carnevale, con il suo camouflage e la carica di violenza (nemmeno tanto simbolica: cento morti quell’anno, il 1977), è un colpo di genio che provoca un potente impatto percettivo. La prima sequenza, nella quale un benzinaio continua il suo lavoro ad onta del cadavere di un rapinatore che marcisce a pochi metri, conteso dai cani randagi, si candida a concorrere tra le migliori della stagione. Poteva persino essere un corto autosufficiente.

Quel che davvero è magistrale nel film è la capacità di riprodurre emotivamente l’humus di una dittatura, senza peraltro mostrarne apertamente le nequizie di regime e puntando invece sulla cancrena sociale, che comprende la corruzione della polizia, la diffusione di violenza, le connivenze affaristiche, il senso di impotenza, la credulità popolare, lo strame della verità. Un percorso parallelo alla narrazione principale riguarda una gamba pelosa che sarebbe stata ritrovata nella pancia di uno squalo e poi si aggirerebbe per la città aggredendo con ferocia, guarda un po’, delle plausibili vittime del regime, tipo dei gay (non è un parto creativo di Mendonça Filho, veramente il giornale di cronaca locale pretendeva di convincere i lettori di questa versione riguardo certi episodi di violenza). L’anti-epopea viene accompagnata da alcuni pezzi di bravura nella fotografia, certe mirabili ricostruzioni vintage, caratterizzazione dei personaggi di contorno, tono cupo del colore, intriganti asimmetrie dei piani di inquadratura sui personaggi, vaste citazioni cinematografiche: forse abbastanza da giustificare il premio per la regia ricevuto a Cannes. La sceneggiatura, troppo tirata, e il montaggio non sono alla stessa altezza ma un sei e mezzo lo portano a casa. Il ritmo nell’insieme resiste alle due ore e quaranta. 

L’elemento teorico più interessante è il trattamento della narrazione, oltre il post-moderno: tra quel che non si conosce, quel che non viene mostrato, quel che viene mostrato troppo nel dettaglio, quel che viene interrotto, quel che è falso o falso ricordo, quel che è, quel che è digressivo ne viene fuori un intelligentissimo trattato filosofico sulla narrazione. Solo che tra quel che non si conosce, quel che non viene mostrato, quel che (consulta l’elenco sopra) il trattato si aggroviglia e si contraddice (come quei parlatori affascinanti che però quando hanno finito ti domandi: ma voleva dimostrare quella tesi o il suo contrario?); e la narrazione un po’ è smortina e non tanto fantasiosa nei nuclei centrali, e in più contravviene a troppi patti con lo spettatore. La questione è che alla domanda: alla fine a che cosa assomiglia di più questo film si potrebbe rispondere: a un libro di Ernesto Bolano. E però non sarà un caso se, nonostante abbia scritto opere meravigliose, Bolano (con un’unica, mediocre eccezione) a nessuno è mai venuto in mente di trasporlo sullo schermo.

L’agente segreto

Due soli      



Di |2026-02-21T11:35:50+01:0021 Febbraio 2026|2, Il Nuovo Giudizio Universale|

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