Occupy Silicon Valley

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Nel maggio del 2017 la Bank of America aveva previsto che il prossimo grande sommovimento sociale, l’erede di “Occupy Wall Street” del 2011 sarebbe nato sotto le insegne di “Occupy Silicon Valley”, e anche abbastanza presto. Il vaticinio, per ora, non ha avuto riscontro ma la stampa internazionale ha unanimemente considerato quello trascorso come l’ “annus horribilis” per i giganti della Silicon Valley, verso i quali appare notevolmente incrinata la fiducia del pubblico.

 

Quella delle nuove tecnologie comincia a manifestarsi come una rivoluzione tradita, o almeno sequestrata dall’ideologia libertaria e proto-capitalista.In effetti, il ricatto dialettico che ha tenuto lungamente al riparo i big tech è stato quello di spostare l’attenzione su un dilemma più astratto (siete favorevoli o contrari alla tecnologia?), con relativa facilità nel collocare i cosiddetti tecno-apocalittici nella schiera del conservatorismo sociale: come negare la potenza liberatrice insita in ciascuna delle invenzioni derivanti dalla Rete e dall’applicazione dell’intelligenza artificiale? Come giustamente ripete sino all’ossessione Evgenij Morozov, l’abilità delle big tech è stata di diffondere l’idea che a ciascun problema possa offrirsi una soluzione tecnologica, rendendo a questo punto inutile la politica. Ed è così rimasto occultato a lungo quello che oggi sarebbe il punto focale della politica: quale direzione deve prendere lo sviluppo della tecnologia, e quale l’economia e l’organizzazione sociale che dalle tecnologie vengono modellate? Una serie di segnali macroscopici indicano che quella in corso, sotto molti profili, non è la strada giusta. E non c’entra nulla con l’essere favorevoli ai miglioramenti che la tecnologia può apportare alle nostre vite (oggi certamente peggiore, ad esempio, nei paesi in cui il web viene oscurato). Anzi, è proprio per tutelarli che si deve recidere il filo che le annoda agli interessi commerciali dei colossi della Silicon Valley e all’abnormità dei vantaggi e delle posizioni di dominio che queste aziende ricavano.

 

E’ il capitalismo delle piattaforme che è diventato un mostruoso Leviatano, del tutto incomparabile con qualsiasi altra realtà. Combatterlo e ridimensionarlo è un obiettivo che dovrebbe unire anche coloro che si sentono poi divisi all’interno di una dialettica di lotta di classe. Imprenditori e lavoratori salariati si soffermano aproblematicamente sui benefici individuali che ricevono dalle nuove tecnologie, trascurando l’attacco infrastrutturale che queste tecnologie creano intorno al singolo: un processo distruttivo (neutralizzato nella pubblicistica sotto l’abbellimento lessicale disruption) che a un certo punto investe anche il singolo, rendendo marginale il beneficio goduto individualmente. L’esempio più ovvio è il vantaggio che il consumatore ricava da una produttività prossima allo zero in grado di abbattere costi e prezzi che a un certo momento però, guadagnando transazioni  e settori,  si riverserà sul suo lavoro salariato o sulla salute della sua impresa.

 

Il capitalismo delle piattaforme già adesso pesa sull’equilibrio economico e sociale più di quanto possa pesare qualsiasi misura finanziaria oppure organizzativa varata da uno stato. Non è dunque accettabile che le formazioni politiche continuino a tenersi lontane dalla questione, benché naturalmente per contrastarla occorrano intese governative transnazionali. Saranno infine scavalcate da un movimento popolare come fu per Occupy Wall Street? ( e riusciranno anche in questo caso a farlo morire lentamente delle sue numerose contraddizioni strutturali, senza però che nel frattempo si siano allentate le più importanti e drammatiche contraddizioni sovra-strutturali della società, che lo avevano alimentato?).

Un programma politico minimo per “Occupy Silicon Valley” (anche metaforicamente intesa) è a disposizione, tanto impegnativo nella realizzazione (non ancora impossibile però) quanto evidente nei contenuti. Proviamo a immaginarne sette punti basilari, che si tengono poi e giustificano l’un l’altro.

 

 

  1. Nessuno può accumulare ricchezze pari al PIL di un continente.

 

Non è questione di essere comunisti né socialmente invidiosi. In prima battuta non c’è nemmeno bisogno di richiamare la diseguaglianza. E’ proprio che se i soldi stanno da una parte non stanno da un’altra e oltre un certo limite c’è un tale abisso nell’utilità che stiano in un posto diverso che il “contratto sociale” viene a cadere. Se i 5 big della tecnologia capitalizzano un valore del 50% superiore al Pil di tutto il continente africano o il patrimonio di Jeff Bezos supera quota 100 miliardi  significa quel denaro non sta dove si sarebbero salvate milioni di vite. Tre dei leader tecnologici fanno parte degli otto uomini che detengono il 50% dell’intera ricchezza di un pianeta sul quale il 10% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno. Il completo squilibrio tra i profitti tecnologici e la modesta crescita dell’economia evidenzia che i benefici della new economy non vengono distribuiti agli altri settori. Quanto all’occupazione, basti ricordare che Facebook vale 450 miliardi di dollari e impiega 20.000 dipendenti. Quanti la Fiat, gravemente contestata, ne mise in cassa in integrazione in Italia nel 1980…

 

  1. La mancanza di lealtà fiscale è del tutto inaccettabile quando i profitti sottratti, da soli, risolverebbero problemi vitali per la comunità.

 

Non si tratta di discutere se il sistema fiscale sia esoso oppure iniquo: anche qui siamo molto al di là di quest’apprezzamento. Società come Apple o Google, che utilizzano costantemente risorse altrui (come dice Morozov le piattaforme sono parassite, utilizzano rapporti esistenti) suscitano ripugnanza morale quando massimizzano a tavolino lo shopping fiscale e si fanno tassare gli utili in luoghi diversi da quelli in cui sono stati prodotti. Nel 2016 Google ha versato in Italia meno imposte della Piaggio. Apple ha versato in Europa un’aliquota dello 0.005 sulle vendite e, alle autorità fiscali del mondo, complessivamente, il 18% dei profitti.  Insisto su un punto: certo, un principio vale per tutti. Ma oltre certi valori non c’è solo una differenza quantitativa ma una qualitativa: la condotta diventa un’aggressione diretta alla comunità. Se al singolo evasore possiamo dire: “se tutti facessero così…”, ma normalmente non potremmo imputare a lui direttamente la mancata soluzione di un problema sociale, con quel genere di profitti, invece, vengono sfilate risorse che rimedierebbero direttamente a problemi sociali. Dal punto di vista pratico, sarebbe meglio che tanti altri facessero così…ma non quelli!

  1. La tecnologia non può distruggere la dignità del lavoro né compromettere la futura struttura del mercato del lavoro senza che sia dimostrata una “copertura” del costo sociale.

 

Qui mettiamo insieme diversi profili distinti ma complementari. Il primo concerne la cosiddetta “uberizzazione” è cioè la precarizzazione e lo sfruttamento di persone che obbediscono a una dinamica di lavoro subordinato (rivisitata) con la farsa giuridica, lo scherno quasi, di classificarle come “microimprenditori” per spogliarle di ogni diritto sindacale (terrei a precisare che “sindacale” qui sta per diritto interno al rapporto di lavoro entrato nella coscienza comune, tale che nessuno vorrebbe vedersene privato personalmente). L’altro è la massiccia delocalizzazione (non una prerogativa solo dei big tech, in verità) per la quale uomini, donne, e non-ancora-uominiedonne di qualsiasi età lavorano per una miseria e in ambienti gravemente insalubri, come succede in Cina per la produzione degli Iphone di Apple. E infine, la distruzione informatica dei posti di lavoro non può disgiungersi da una progettazione sociale. Ho usato il termine tipicamente finanziario di “copertura”, come nella legge di bilancio. Non c’è niente di negativo, in prospettiva (e certo molto di positivo nell’immediato) nello sviluppare soluzioni tecnologiche che riducano il costo per l’imprenditore, eliminino “bolle” dal mercato o promuovano l’efficienza. Presa da sola, e vista come mero fattore di produzione, non c’era niente di male neppure nelle fabbriche di carbone. Il problema è che inquinano. Ebbene le grandi imprese della disruption, sotto il profilo del lavoro, inquinano socialmente, introducono un’esternalità negativa della quale devono assumere il costo. Oppure devono progettare parallelamente ipotesi serie di riconversione del lavoro. E’ incredibile, ma nonostante tutto quel konw-how non esiste alla domanda: “ma come faranno i lavoratori dei quali verrà cancellato non solo il posto ma il significato produttivo?” una risposta diversa da “macchè, si riqualificheranno, si sposteranno, troveranno nuove opportunità, nella storia è sempre stato così” ( è curioso come le aziende che si vantano di sovrapporsi alla storia si nascondano dietro la sua gonnella quando si tratti di dare conto concreto degli effetti che si produrranno: non esiste uno straccio di studio serio e documentato. Semplicemente: non esiste una direzione, salvo quella ciecamente dettata dalle disponibilità offerte dalla tecnologia).

 

  1. Vanno disincentivati e proibiti i monopoli, anche e specialmente nel campo delle nuove tecnologie.

 

Inizialmente il mito della Silicon Valley è parso come la quintessenza dell’ideale americano del self-made-man e della meritocrazia. Hai una buona idea? Tanto basta per arricchirti. Poi le grandi imprese tecnologiche hanno acquisito un tale vantaggio competitivo e finanziario che per una start-up è praticamente impossibile rimanere sul mercato. L’unico modo che pochi hanno di arricchirsi è di vendere la loro idea a Facebook o a Google. Amazon conta 20 società controllate che operano in 10 comparti a seguito di 78 acquisizioni. E’ necessario smantellare questa situazione di monopolio che contraddice, del resto, tutte le premesse della tecnologia: il monopolio non incentiva la creatività stimolata dalla concorrenza (né dalla collaborazione differenziata: il vecchio sogno dell’open source…), espone il consumatore alla mercè di un unico fornitore (che un giorno potrebbe diventare anche economica, ma non solo: cosa accadrà quando Google e Facebook decideranno che articoli con un simile contenuto non vadano indicizzati?), sfavorisce l’occupazione, specie nel settore tecnologico, dove il fatturato, come abbiamo visto, non ha nessuna relazione con la quantità di lavoratori (Instagram aveva tredici dipendenti..). Infine, il monopolio indirizza la produzione e la ricerca verso le mete lucrative di un singolo soggetto economico, che le seleziona non secondo l’utilità sociale ma in funzione della sua propria profittabilità commerciale.

 

  1. Non si possono rendere disponibili per gli adolescenti servizi e strumenti dei quali gli effetti non siano stati ancora testati scientificamente o siano stati determinati negativamente.

 

Ci sono voluti nientemeno che due azionisti della Apple, mica due anarchici, per ascoltare una dichiarazione pubblica sulla necessità di studiare gli effetti neurali, psicologici, sociali dell’uso dei dispositivi. Mentre circolano pacchetti di sigarette con sopra effigiati cadaveri e scritte che esplicitano con formule terrificanti la tossicità del fumo, riserbo e aleatorietà vigono nel campo degli effetti fisici e psicologiche delle nuove tecnologie e degli strumenti che le veicolano. In molti paesi vigono divieti e tetti per la pubblicità rivolta ai bambini, ma che senso ha quando possono venire “targettizzati” da un efficiente algoritmo? Il peggio è che gli studi più recenti propendono per l’esistenza di vere patologie cliniche e disturbi della socialità che discendono dall’esposizione agli strumenti digitali. Per alcuni di essi non ha senso dire che è colpa degli adulti (benché vi sia una parte di verità). Molti servizi (si pensi a Snapchat) sono progettati essenzialmente per gli adolescenti.

  1. Gli algoritmi di un’azienda che realizzano significativi effetti sociali devono essere resi in tutto o in parte intelligibili e conoscibili.

 

Prima obiezione: gli algoritmi sono una proprietà intellettuale. Bene, ma la disruption digitale non metteva al centro esattamente il tramonto del concetto di proprietà intellettuale? Seconda obiezione: la segretezza degli algoritmi ha una funzione virtuosa, perché impedisce che le persone falsifichino dei risultati modificando la propria condotta in funzione dell’algoritmo. A questo si può replicare che se l’algoritmo ha un obiettivo trasparente e virtuoso, e funziona bene, non ha nessuna importanza che le persone modifichino le condotte: o la modifica è sostanziale, e tanto di guadagnato, o è posticcia, e l’algoritmo efficiente dovrebbe essere in condizione di smascherarla. Quel che tuttavia vince ogni obiezione è che quando un algoritmo decide di eventi che influenzano in modo determinante la vita di un individuo (secondo quale criterio mi compare sulla pagina una notizia e un’informazione sulla ricerca piuttosto che un’altra? Quali sono i fattori che sono stati inseriti nell’algoritmo che “quota” l’affidabilità creditizia? ) non è pensabile autorizzarlo a girare col pilota automatico. Dico in tutto o in parte, perché se vi fosse un vantaggio nell’impedire la diffusione indistinta l’algoritmo potrebbe essere controllato da un comitato esterno. Il tutto con una regola assoluta: se un algoritmo non è spiegabile a un esterno qualificato, e nella sostanza non si capisce come opera (parrebbe una situazione non rarissima nel campo finanziario) non si può impiegare. E basta.

 

  1. Gli utilizzatori del web debbono avere accesso ai dati che vengono acquisiti dalle piattaforme ed essere messi in condizione effettiva di prestare o meno il consenso.

Le persone hanno il diritto di disporre consapevolmente della propria privacy (ma i minori legalmente i diritti di disposizione non li hanno) però la consapevolezza è ben differente dagli avvisi di stampo burocratico che oggi rallentano tutti i siti web che contengono cookies. Le piattaforme, inoltre, cedono in sostanza l’impiego di non sappiamo quali dati ad aziende con cui non siamo entrati in contatto. Che quando non paghiamo siamo noi il prodotto è ormai chiaro a tutti: e nella misura in cui usufruiamo di servizi gratuiti può anche consistere in uno scambio accettabile, quando non vantaggioso. Quel che non funziona è la totale ignoranza dell’identità e della trasformazione di quei dati e anche l’ignoranza sulla loro accessibilità. Che, in ultima analisi, potrebbero comprendere un datore di lavoro troppo curioso o un governo dispotico, circostanza quest’ultima che ha già provocato frizioni tra le corporation e alcuni regimi (che probabilmente l’hanno spuntata: ma in assenza di trasparenza non lo sapremo mai). E questo l’ultimo anello dell’opacità della rete, a completare la disillusione delle promesse iniziali, così orientate (anche troppo) verso la trasparenza.

Questa è la politica, oggi. Questa la scelta che conta. Essere allineati con questo programma o discostarsene. Perseguirlo o farlo cadere. Intorno a questo argine potrebbe nascere la nuova Europa in cui riconoscersi. Senza che sia messo in discussione il valore intrinseco della rivoluzione digitale.

Occupy Silicon Valley. Qualcuno vuol cominciare?

Di | 9 febbraio 2018|Il futuro della democrazia, Web philosophy|

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