Dall’intimità all’estimità? Gioie e patologie delle condivisioni in rete

>Dall’intimità all’estimità? Gioie e patologie delle condivisioni in rete

A cosa risponde l’impulso di postare contenuti personalissimi sui social media? Sarebbe opportuno controllarlo? Quale valore assume per se stessi?

Lo psichiatra francese Serge Tisseron ha coniato nel 2001 il termine “extimitè” che possiamo letteralmente tradurre in italiano come estimità. Il neologismo in realtà si deve a Lacan (con un significato diverso), è stato ripetutamente utilizzato da Bauman, ha salde radici etimologiche nella lingua latina (della quale avevamo conservato intimus ma perduto il suo opposto extimus).Quando Tisseron lo usò la prima volta non si riferiva ai social media, tant’è che considerava il fenomeno “estimità” nato il giorno in cui, negli anni ottanta, una donna aveva rivelato in una trasmissione tv di non avere mai avuto un orgasmo con il marito (aggiungerei, senza che nessuno la trovasse psicolabile: stava in effetti inaugurando una rivoluzionaria stagione televisiva). In seguito, Tisseron ne ha circoscritto l’uso alle abitudini digitali, fissando la sua versione del concetto al “rendere pubblici elementi della vita intima al fine di valorizzarli grazie ai commenti”.

Prima di tutto, dunque, occorre partire dal termine “intimità”. Cosa significa esattamente?

 

Intimo è ciò che è più interno e perciò appartiene più profondamente a qualcosa o qualcuno. Non riguarda una relazione esterna ma una singola entità. L’intimo, per sua natura, è perciò quel che è nascosto. Gli individui, però, creano rapporti in cui si rivelano l’intimo l’un l’altro: è quella l’intimità. Si sviluppa nella famiglia (nella quale però declina con il tempo: il concetto di privacy prende corpo dentro la famiglia), nell’amore e nell’amicizia. Per estensione, parti “intime” si definiscono gli organi sessuali e la condivisione di quella parti “intime”, se abbinata a un’esposizione di ciò che è riposto nell’animo, origina la forma più intensa di intimità, quella che viene normalmente considerato improprio rappresentare all’esterno. Per queste sue caratteristiche l’intimità è l’essenza del privato.

intimità

Se l’estimità è la tendenza a mettere in pubblico il privato più stretto, non è stata certo la televisione, e tanto meno Internet, a inventarla. Basta pensare al matrimonio. Non si tratta precisamente di una cerimonia pubblica poiché, al contrario, la sua caratteristica è la selezione dei partecipanti. Ci si potrebbe anche sposare per ragioni esclusivamente pubbliche (la formalizzazione dello status con le conseguenze che ne discendono) ma tanto più la cerimonia si ritiene meritevole di festeggiamento tanto più significa che gli sposi la considerano fotografia dei loro sentimenti più intimi. Fra matrimoni distinguiamo quelli che si svolgono con una cerimonia “intima” dagli altri in cui, per obblighi sociali o convenienze, proliferano gli inviti. Gli sposi mentre si scambiano un bacio appassionato vengono applauditi in chiesa da persone che, quando li rivedranno in altri contesti, troverebbero eccessivo anche che si accarezzassero e certo si imbarazzerebbero trovandoseli davanti mentre piangono per la commozione. Il matrimonio affollato non crea un’intimità allargata:  riduce alcuni spazi di intimità di quella giornata. Nei casi più estremi tollera che vengano lambiti per scherzo quelli che sono stati difesi (il chiasso degli invitati sotto la camera in cui trascorreranno la notte).

 

L’estimità on line possiede (dice Tisseron) uno scopo specifico: ricavarne autostima, verificando il consenso dei destinatari. In realtà, anche le cerimonie nuziali sono un banco di prova dell’approvazione sociale. Due cose sono differenti: una è la quotidianità. L’estimità del matrimonio è una rottura eccezionale e rituale delle regole. Un moderato grado di estimità è un collante sociale: i luoghi con un senso di comunità più forte sono quelli dove qualche volta il confine dell’intimità viene abbattuto. Sui social media, di solito, chi pratica la strada dell’estimità tende a reiterarla, specialmente quando ha un riscontro positivo.

La seconda è che le nozze, come dicevo prima, non sono aperte a tutti (e se lo fossero perderebbero valore sociale). I social media viaggiano su un confine ambiguo: presuppongono una relazione (l’amicizia, il following) ma quelle etichette, data la facilità inclusiva, celano un’aspirazione universalistica. Nella loro fisionomia più consona, i social media prediligono l’espansione incontrollata. A chi posta contenuti intimi non è sgradito l’ampliamento del pubblico, e per questo egli è un parente prossimo della signora che mortificò l’abilità amatoria del marito. Nei casi più estremi i contenuti personali sono l’asso nella manica di chi cerca attenzione ma non ha realizzato risultati pubblici di rilievo. Infatti, i vip difendono gelosamente la loro intimità (o al massimo ne mostrano una finta). Lasciano vuoto uno spazio di competizione. L’estimità è un modo per occuparlo.

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Non bisogna però dimenticare che il contenuto dell’intimità è convenzionale, e varia per luoghi, epoche e circostanze. Le spiagge dei nudisti non sono un luogo di estimità: sono semplicemente un porto franco per alcune forme di intimità (alcune: chi le frequentasse per essere libero di piangere sarebbe guardato con riprovazione). Certe espressioni rientravano nell’intimità anche perché era difficile accedervi. Che un’azione sia semplice da compiere o meno incide sul suo peso: sviluppare una foto di una scena intima, metterla in una busta, imbucarla con un testo ragionevole grava anche il destinatario della responsabilità di averla ricevuta, diversamente che nella condivisione e nel click.

La stessa rivelazione dell’intimità a volte può essere una liberazione dalla sua parte gravosa, il modo per guardare, attraverso gli occhi degli altri, con ironia e disincanto quel che potrebbe perire della sua solenne esclusività. Perciò è un gesto narcisistico, ma anche una possibile cura dal narcisismo. A volte è spontanea materializzazione di un moto di gioia, senza altro fine che cedere ad esso.

Per capire quando è patologico, bisogna forse fare violenza alla sua etimologia:: non pensarlo come ex-timità ma come e-stima o peggio e-stima. Delegare agli altri il parametro di giudizio del proprio essere e del proprio agire: condividere in rete per sapere, dalla reazione che suscita, se è si è sul sentiero giusto. Quello è sbagliatissimo. E non perché non si debba tenere in conto il modo in cui gli altri ci valutano, ma perchè chi siano quegli altri idonei a valutarci bisogna sceglierlo. E, nel vai e vieni sui social, questa normalmente è un’illusione.

Di | 24 marzo 2017|Forse ti sei perso, Web philosophy|

Un commento

  1. Demian 24/03/2017 at 19:21 - Reply

    Questo articolo mi ha fatto pensare a un racconto zen letto anni fa e mai dimenticato, in cui il maestro di turno consiglia ai propri allievi di comportarsi, nell’intimità della propria stanza, come se fossero sulla pubblica piazza: mi sono sempre chiesto se questo è un invito a reprimersi o a disinibirsi.

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