La Igeneration: ritratto dei nati tra il 1995 e il 2012

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Cosa distingue gli adolescenti nati tra il 1995 e il 2012 dalle generazioni che li hanno preceduti? Una cosa, specialmente: il modo in cui passano il tempo. Nella giornata, mediamente, due ore e un quarto a mandare messaggi con il cellulare, due ore su Internet, un’ora e mezza con qualche gioco elettronico e circa mezzora in video chat. L’idea di collocare l’impiego digitale del tempo al centro dell’identità più profonda di una generazione proviene dalla psicologa Jean M. Twenge (Iperconnessi, appena pubblicato da Einaudi), che ha (finalmente!) separato questi adolescenti dai Millennial, gratificandoli di un’etichetta differenziata (IGeneration), e ne ha catalogato otto presunti aspetti distintivi.

I ragazzi della IGeneration sarebbero, rispetto alle generazioni precedenti (Baby-Boomer, Generazione X, Millennial):

  • immaturi (crescono con lentezza: non fanno casino, non provano alcool e sesso, non fanno lavoretti, stanno attaccati ai genitori, non conoscono l’uso responsabile del denaro);
  • iperconnessi (sono sempre incollati a uno strumento digitale, si aggregano e informano mediante i social, non leggono i giornali);
  • incorporei (partecipano a meno feste, vedono gli amici un ora al giorno in meno);
  • instabili (hanno più problemi mentali e tendenze suicide, cercano un aiuto psicologico nella misura del 64% in più, sono ossessionati dal giudizio degli altri in rete);
  • isolati e disimpegnati (non sono interessati alla politica e alla comunità, non fanno donazioni, sono spaventati dalle opinioni divergenti, sono preoccupatissimi per la propria sicurezza e quindi non prendono rischi fisici ed emotivi, non fanno a botte, non stuprano, non occupano volentieri il sedile del passeggero a fianco dell’autista);
  • incerti e precari (non sono idealisti sulla possibilità di realizzazione lavorativa, sono disposti a lavorare sodo per guadagnare in quanto sono interessati ai beni materiali, non fanno shopping però e neppure sono troppo catturati della moda);
  • indefiniti (sono troppo impegnati con l’iphone per occuparsi del sesso, non sono propensi a impegnarsi presto in una relazione, interrompono i flirt smettendo improvvisamente di rispondere ai messaggi, non sono sicuri di volere figli);
  • inclusivi (sono tolleranti verso le differenze etniche e sessuali).

 

Le indagini della Twenge riguardano gli Stati Uniti e lei stessa avverte che è possibile non coincidano completamente con quel che si manifesta nel resto del mondo.

Nonostante l’appannamento, tuttavia, gli Stati Uniti rimangono un potente agente di colonizzazione culturale e non è difficile riconoscere, nel catalogo della Twenge, constatazioni che tutti i giorni si materializzano sotto i nostri occhi.

Alcune differenze legate al contesto geografico rimangono: gli IGen americani organizzano le feste e le uscite con la presenza dei genitori, forse per via dello storico puritanesimo e delle distanze di percorrenza: certo è che una situazione analoga non pare esistere in Europa.

Benchè la Twenge dichiari di non voler colorare moralmente le sue qualificazioni, innegabilmente termini come immaturi o indefiniti non suonano certo neutri. Certo, crescere più lentamente implica un ritardo nell’approccio sessuale o sentimentale (i sedicenni che “escono con qualcuno” si sono dimezzati rispetto agli anni Novanta) e, a ruota, le ragazze che rimangono incinte sono passate dal 6% del 1992 al 2.4% del 2015: ma potremmo davvero rubricare quest’ultimo dato come a vantaggio della “maturità” dei Baby Boomer piuttosto che il contrario? (lo stesso interrogativo mi sorge a proposito del fatto che 1 ragazzo su 5 a 21 anni avesse già preso una multa in auto nel 2000, mentre nel 2015 vi è caduto solo 1 su 5).

 

Un altro difetto nei ragionamenti della Twenge è che, pur giustamente focalizzata sulla rilevanza del dispositivo digitale, tende a trascurare altre macrovariabili. Ad esempio, il declino delle patenti di guida a diciotto anni non può essere disgiunto dal ridimensionamento pratico, di status e di prospettiva ambientale delle auto.

Nell’insieme, però, il quadro tiene. E tremendi e inequivocabili sono alcuni dati: neanche tanto quelli che misurano il divario generazionale quanto quelli interni alla categoria della /Generation. E così:

  • superando le 10 ore settimanali sui social la probabilità di dichiararsi infelici aumenta del 56%;
  • quelli che trascorrono più tempo fisico con gli amici hanno il 20% delle possibilità in più di dichiararsi felici;
  • quelli che tengono in mano lo smartphone per più di tre ore al giorno hanno il 28% delle possibilità di dormire meno di sette ore per notte (il rischio aumenta notevolmente per chi tiene il telefono in camera, e guarda il suo schermo come prima e ultima cosa della giornata);
  • chi smette di usare Facebook riduce del 36% la possibilità di ammalarsi di depressione.

Se si leggono con attenzione gli otto attributi della Twinge con lo sforzo di trovare un denominatore comune, secondo me ne viene fuori una separazione senza precedenti tra la /Generation e il mondo degli adulti. Attenzione, non una conflittualità (fra i vari dati risultanti dalle indagini uno attesta anzi un notevole decremento delle liti con i genitori). Dico proprio un’alterità. E la stessa “immaturità”, espressa nella freddezza verso l’alcool, il sesso o la baldoria, si può leggere come un totale disinteresse verso i riti di passaggio che segnano l’ingresso nell’età adulta. Non la ridurrei a una sindrome di Peter Pan. E’ piuttosto la permanenza all’interno di un ecosistema umano-digitale nel quale non imparano a comportarsi come gli adulti (al più vedono qualche volta gli adulti comportarsi come loro) e danno per scontato che i loro rapporti si consumeranno secondo quella modalità. Manca nel libro un dato che secondo me sarebbe essenziale: quanto gli IGen hanno veramente a che fare con gli adulti invece che con i coetanei? Penso pochissimo. E del resto la risposta è già contenuta nella premessa del libro: è una generazione che passa il tempo in modo diverso. Dunque, in quanto diverso, non è tempo condivisibile con gli adulti.

 

All’alba dei cellulari si sottolineava come gli strumenti aumentassero il controllo dei genitori sui figli, che potevano essere monitorati (e adesso anche tracciati): insomma, come se aumentassero la presenza dei genitori. Alla resa dei conti, quel che mi sembra più importante non è che il genitore faccia capolino quando l’IGen è con gli amici (più che capolino non fa: quando è con l’amico l’Igen mica si mette a messaggiare con il genitore) ma che gli amici siano onnipresenti quando l’IGen trascorre (teoricamente) del tempo con i genitori (così la più frequente lamentela del genitore è che il figlio non lo ascolti, non lo guardi in faccia e stia invece sempre a guardare il display e far viaggiare i pollici).

Quel che sta risultando ostico è sottrarre gli adolescenti all’ecosistema portatile in cui sono immersi. E’ in quell’attaccamento ansioso che risiedono l’ossessione per la sicurezza, la difficoltà di accettare un problema interpersonale che contempli un’attesa e la tendenza a cercare di risolverlo con la fuga oppure con un supporto medico e l’incredibile conservatorismo sociale (ne avevo scritto qui) a proposito del quale non deve tratte in inganno la tolleranza verso il diverso (la tolleranza rimane in piedi finché si sostanzia in un “sono fatti suoi” che previene il personale, difensivo e antirelazionale “sono fatti miei” che si vuole ergere per se stessi: essa cela in primo luogo una scarsa disponibilità a mettersi in discussione). Che cosa accadrà quando il referente dell’IGen non sarà più un altro IGen e nemmeno l’acquiescente genitore o l’adulto insegnante? Che tipo di frizione culturale subentrerà in luoghi di lavoro o di interazione sociale in cui gli IGen si mescoleranno con gli alieni delle altre generazioni?

L’incontro potrebbe anche coincidere con un temperamento dell’iperconnessione (ora ideologicamente criticata persino nella Silicon Valley) e forse le barriere generazionali torneranno a modellarsi secondo una linea di continuità più che di radicale rottura. Ma i genitori potranno davvero dire, nel frattempo, di avere fatto tutto il loro responsabile dovere se intanto i figli (altro dato riportato sul libro) passano da un’occupazione all’altra ogni 19 secondi?

Di | 13 luglio 2018|Web philosophy|

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