Hansel e Greta

>Hansel e Greta

Andiamo, chi non si è reso ancora conto che Greta Thunberg è una marionetta nelle mani di suo padre e sua madre? Tutti noi genitori abbiamo avuto quella tentazione. Anni fa, lo confesso, quando mio figlio era piccolo c’ho pure provato: vai a fare caciara fuori al consiglio comunale invece di perdere tempo a scuola. Gli ho infilato un cartello al collo con scritto fanculo Chiamparino. Due giorni dopo erano già in volo due inviati della CNN quando ho provato rimorso e l’ho rimandato a scuola.

È una mossa di marketing talmente sgamata che la insegnano al primo anno alla facoltà di management di Harvard. Send your child out the Parliement. Now! 

 

Siccome la mamma di Greta, Malena Ernman, è una famosa cantante per lo più lirica e il padre un attore, possiamo al più immaginare che la progettazione sia stata partorita in un contesto vivace. Lei che lancia l’idea sulla musica del Peer Gynt, lui che le risponde mentre indossa i costumi scenici del Maestro Olof di Strindberg. Mentre gli elfi del bosco si intrufolavano nei sogni di Greta.

 

O forse è chiaro a tutti che se avesse continuato ancora un po’ senza che nessuno se la filasse, per Greta Thunberg sarebbe stato partita una richiesta di intervento dei servizi sociali (particolarmente vigilanti in Svezia). Insomma, la storia di Greta è una buona rappresentazione del caso nella nostra vita, del confine sottile che corre tra essere considerati lo scemo del villaggio ed essere candidati al Premio Nobel.

 

Greta dunque ha compiuto un’azione coraggiosa, con l’incoscienza dei suoi anni, e i genitori pure, nel sostenerla. Cioè, non si deve essere per forza d’accordo a darle il Premio Nobel, ma dovrebbe suscitare simpatia. La maggiore bizzarria della vicenda, quindi, è l’acredine che sta montando contro di lei. Che cosa spinge Maria Teresa Maglie a dire che “l’avrebbe messa sotto con la macchina”? Certo è un po’ nello spirito scanzonato dell’opinionista, che poi giustamente si è lamentata che subito sia scattata la ghigliottina del politically correct. Basta! Non ne possiamo più del politicamente corretto! Diciamo pure senza remore che se la Maglie avesse voluto fare del male a Greta non avrebbe dovuto investirla con la macchina ma semplicemente andarle addosso camminando a piedi! (stranamente Greta ha attirato addosso commenti particolarmente velenosi proprio da personaggi come la Maglie, Giuliano Ferrara o Rita Pavone, che per obesità o statura patiscono disfunzionalmente sino al punto di contatto con il fenomeno da baraccone. Siccome in quell’area c’è stata una certa insistenza sulla sindrome di Asperger di Greta e quindi su una visione/enunciazione di Greta come malata si può immaginare una proiezione identitaria sadico-masochistica. Bisognerebbe aiutarli, forse).

 

A fianco ai detrattori astiosi ci sono quelli sistemici. Che non ce l’hanno con Greta, ma con chi ha subito preso spunto da quella sua leggerezza di mettersi con un cartello davanti al Parlamento invece che farsi una canna o imbucarsi dietro una siepe con un’insegnante. Sono i grandi poteri che la montano e strumentalizzano perché distolga dalle vere questioni sociali. Perché Macron manda a manganellare i gilet gialli e Greta no? A chi torna buono che ci si focalizzi su quella cazzata del riscaldamento globale? È la foglia di fico delle élite, che infatti si sperticano in elogi. Mostriamo chi sono i veri idealisti. Giù con una bella sgasata.

 

Ovviamente Greta non è più una ragazzina, da qualche mese. Dal momento in cui la sorte ha voluto che si “viralizzasse” e spingesse all’emulazione è diventata un media. Spererei che non si arrivasse al merchandising e alla brandizzazione completa, e tuttavia non ha più modo di sottrarsi alla logica per la quale chi non ha una forza mediatica, e non diventa media a sua volta, non ha nessuna seria possibilità di combattere per della cause. La differenza è che la Rete ha moltiplicato i media, e la frustrazione invidiosa dei sotto-mediatizzati, o degli altri media a fronte del successo del concorrente.

 

Prima di diventare un media però, ripartiamo dall’inizio: Greta era un adolescente che si è comportata nel modo in cui mi aspetterei che si comportassero gli adolescenti. Ha preso a contestare il mondo che le stanno lasciando gli adulti. Tanto è divenuto abituale il conservatorismo dei nostri figli che viene dipinta come una tarantolata una che si muove come suggerirebbe la sua anagrafe. Attenzione, non si è incatenata per un mese a un cancello né si è rovesciata addosso una tanica di benzina: si è messa un cartello al collo davanti a un palazzo istituzionale e non è andata a scuola. Un tempo avrebbero detto: ‘palle, anche oggi.

 

È del fatto che abbia tentato da sola che dovremmo meravigliarci (oltre che sbalordirci per la personalità dei suoi discorsi: non so se glieli scrivono, ma li scrivevano anche a Obama, e una persona lucida si accorge che Greta non sta recitando la poesia scolastica: vive quello che dice). Greta si è messa il suo cartello e ha aspettato il suo Hansel. Ha disseminato molliche di pane, non per ritrovare il sentiero di casa ma perché i suoi compagni potessero raggiungerla. Il padre e la matrigna di Hansel e Gretel (a proposito, ma non trovate che faccia più schifo lui, il padre?) cercarono di sperderli nel bosco per non dover dividere il cibo con loro, un po’ come chi abita la terra adesso non vuole dividere le risorse con le generazioni che verranno. La cosa più probabile, la fiaba lo dimostra, è che le briciole le beccassero gli uccellini. E invece è arrivato Hansel. Cioè, non uno tanti. In tutte le piazze. Fa così tanto il dito, la luna e lo stupido che gli adulti, invece di entusiasmarsi per questo, stiano a fare le pulci a Greta. E se butta la carta delle merendine.

Di | 22 Marzo 2019|11, Web philosophy|

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