Scopri perchè il dispositivo digitale fa di te un problema

>Scopri perchè il dispositivo digitale fa di te un problema

Il grande successo dell’automobile trova una delle sue principali giustificazioni nel fatto che noi guardiamo le cose dal punto di vista della vettura. La posizione di guida nell’abitacolo, la dotazione di una serie di strumenti che rappresentano ognuno una protesi estensiva dei sensi e delle attitudini, la mediazione fisica dell’auto nella ricezione di alcuni  stimoli (si pensi a quando passiamo troppo velocemente sopra un dosso) vetturizzano l’individuo e spiegano una serie di legami identificativi o libidici (autoerotici) con l’auto.

 

La tecnologia digitale perfeziona questa procedura di inglobamento dell’individuo dentro una macchina, rovesciando però la relazione: non siamo tanto noi che ci percepiamo dentro il dispositivo ma sono gli altri ad apparirci come un unicum con il dispositivo che li filtra.

I media hanno sempre il potere di “addestrare” le persone a certi comportamenti, nel senso che riproduciamo nella realtà sociale forme di coscienza e azione che abbiamo metabolizzato dai media. E’ noto che lo schermo (la televisione prima e poi i videogiochi) ha anestetizzato alcune esperienze emotive, ad esempio viziando la percezione “reale” della morte altrui (giustamente si sosteneva che da tale forma di cretinismo nascesse, ad esempio, il fenomeno dei sassi che certi giovani tiravano dai cavalcavia una ventina d’anni fa). In alcuni casi, abitudini malsane che si affermano con la diffusione di un medium sono in realtà rese possibili dalla massiccia fruizione dei media precedenti. Se oggi, quando squilla un cellulare, si risponde tranquillamente interrompendo la conversazione in corso con qualcuno presente, si sta di fatto mettendo “in pausa” l’interlocutore con una modalità che però abbiamo appreso dal telecomando usato per i programmi sullo schermo.

Ma i dispositivi di comunicazione digitale hanno tutta una loro forza distruttiva dell’esperienza relazionale, benché ciò possa suonare paradossale considerando che la loro direzione è quella “social”, in applicazione di piattaforme teoricamente concepite per rinforzare le interazioni.

La tecnologia digitale, tuttavia, si sostanzia nella messa a disposizione di una serie di utilità che, nella loro costante espansione, perdono la specializzazione per divenire più genericamente contenitori di risorse. In pratica, la peculiarità della specie umana rispetto agli altri animali (quella di non essere evolutivamente specializzato e dunque di costruire protesi e artefatti per sopperire a tale mancanza di specializzazione: non ci servirebbe, ad esempio, una zappa se scavassimo le buche come le talpe) sta aprendo la strada a dispositivi che non sono precisamente specializzati ma sempre più surrogano competenze direttamente umane o come minimo oggetto di delega specializzata ad altri oggetti. E’ naturale che l’evoluzione successiva sia il compimento dell’intelligenza artificiale, cioè di una specie meccanica che nella sua duttilità aspira a essere il vertice e il coordinamento di una relazione fra oggetti usabili (come sarà per l’internet delle cose) entrando in diretta concorrenza con gli esseri umani.

 

Finchè questo processo non sarà completato, tuttavia, lo smartphone e in misura minore gli altri dispositivi digitali si caratterizzano per essere Risorse. La progressiva assenza di specializzazione fa sì che la loro qualità di Risorsa emerga anche sul piano dell’investimento emotivo e della conseguente gratificazione. Il dispositivo ci aiuta a passare il tempo, a sedare l’ansia, a limitare il senso di solitudine.

Il dispositivo ottiene questo risultato grazie a una serie di applicativi di software ma anche mediante una rete di persone, che il software si limita a mediare. Se voglio sapere com’è il tempo a Londra il dispositivo mi consente di farlo in tempo reale sia entrando sul sito del meteo che mandando un messaggio su whatspapp al mio amico che vive a Londra.

Quando utilizzo il dispositivo come Risorsa, dunque, considero i software e le persone come fattori del suo funzionamento. Ricapitolando, tutti gli oggetti funzionali (e normalmente anche quelli non funzionali) sono Risorse, ma il dispositivo digitale: 1) assomma talmente tante funzionalità da far perdere di vista la specificità di una Risorsa (nello specchio ci si guarda, con il pennello si dipinge, con la lavatrice si fa il bucato) per assumere lo status di Risorsa che ha la prerogativa di essere-una-Risorsa: informa, fotografa, suona, tiene in contatto, ma al limite illumina come torcia: molti prendono in mano lo smartphone prima di sapere quale uso farne; 2) include le persone tra le funzionalità cui attingere per operare come Risorsa (cioè non è solo prodotto e distribuito da persone ma è concepito per usare le persone).

 

Quando facciamo conto su una risorsa è già difficile accettare che essa non ci dia l’utilità attesa. Quello che è assolutamente inaccettabile è che la risorsa diventi un problema. C’è una bella differenza tra l’auto che non posso usare perché è finita la benzina e quella che, nella stessa condizione, mi ostruisce l’uscita.

Con i dispositivi digitali è la stessa cosa. Se trilla la suoneria mentre sono a teatro la spengo di corsa, se un applicativo mi intasa la memoria devo rimuoverlo. Ma a teatro il telefono è squillato perché c’era qualcuno che chiamava; e se a intasare la memoria fosse, invece che un applicativo, un pesante allegato di posta elettronica quello che vado a rimuovere non è solo il malfunzionamento tecnico dell’applicativo ma un contenuto comunicativo di una persona. Sono due casi in cui sarebbe illogico fare diversamente: ma il dispositivo impone la generalizzazione di un atteggiamento psicologico che riduce la presenza umana alla sua funzionalità di Risorsa e suggerisce di scartare la “funzione” anche quando, non per una ricaduta negativa di tipo meccanico ma per una questione relazionale, essa rappresenta un Problema. Poiché, essendo veicolato da un dispositivo che è una Risorsa, ciò costituisce un assurdo.

 

La facile reperibilità cui espongono i dispositivi digitali mette maggiormente alla mercè del contatto indesiderato e costringe sulla difensiva gli utilizzatori che saggiamente operano una selezione.

Nella mia esperienza, però, si sono moltiplicati i casi di scostumatezza plateale, quasi di passaggi senza soluzione di continuità dall’apertura amichevole all’inurbanità: casi in cui una persona, irretita dalla possibilità di promettere qualcosa più facilmente anche grazie alle semplificazioni dei dispositivi (che consentono di lavorare più velocemente, di entrare in contatto più facilmente, di essere ottimisti sul proprio rendimento) poi si nega non rispondendo più a messaggi  (nel mio caso per lo più mail, visto che non uso il cellulare) o a chiamate, specie dopo avere assunto impegno di rispondere qualcosa in un certo termine. Sarebbe in parte sbagliato considerare la questione solo sotto l’aspetto della relazione umana: il richiedente che non si è in grado di favorire in quel momento è un “problema” e come tale va ricondotto nella logica utilitaristica del sistema, rimosso o rinviato.

 

Molti adolescenti sono sopraffatti dall’angoscia quando non ricevono sulla messaggistica risposte che, nella loro ingenuità, reclamano sulla base di aspettative interamente relazionali. Non è un paradosso che abbia più probabilità l’estraneo di ricevere una risposta rapida su quale ristorante offra un pasto veloce e conveniente a Viale Trastevere che non il giovane che attende un chiarimento, o delle scuse, da un amico. Solo il secondo caso rappresenta un “problema”, e viene affrontato tecnicamente (al limite anche rompendo il fidanzamento con un messaggio, allo stesso modo di come ci si cancella da una newsletter che rallenta l’hardware). Alcuni psicologi hanno sottolineato come nelle giovani generazioni sia più raro chiedere scusa, anche perché le vere scuse devono passare per un confronto personale e non mediato, oppure occluso, dal dispositivo. La questione è che prima di arrivare alla soglia della relazione esse vengono espulse quale nociva interferenza prodotta dal dispositivo. Non è una novità che gli uni per gli altri siamo risorse ed anche problemi: di diverso c’è che questa non è più una metafora ma l’esatta descrizione di un dispositivo.

Di | 26 maggio 2017|Web philosophy|

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