Zao Wou Ki

>Zao Wou Ki

Chi ama la pittura astratta avrà probabilmente vissuto uno dei momenti di emozione più viva abbandonandosi alla contemplazione trasognata dei dipinti rossi di Mark Rothko nella sala dedicatagli nella Tate Modern. Una rara occasione di ricadere in quella trascendenza estatica è la mostra che il Museo di Arte Moderna di Parigi dedica a Zao-Wou-Ki,
lontana della folle che nello stesso momento calcano gli allestimenti modaioli di Picasso o Mirò.

Zao-Wou-Ki, che dalla Cina stabilì nella capitale francese il suo luogo di elezione, conferma che la pittura astratta crea sempre una frizione particolare con la tradizione cinese, dalla quale mantiene i tratti d’inchiostro (un altro formidabile esempio è Lee Ungno: ma anche alcune opere di Wallace Ting, del quale ho scritto qui). L’Oriente e l’Occidente hanno un modo diverso di espellere la figurazione, e nella prima si registra sempre una resistenza invincibile. Le tele di Zao, negli anni, passano da un sostanziale bicromatismo sabbioso-grigio a ubriacanti esplosioni d’azzurro e a un’apertura plurima di colori. Il richiamo che ho fatto a Rothko è solamente sentimentale: parentele reali più vicine sono Sam Francis, Joan Mitchell e specialmente Mark Tobey, ma ci muoviamo comunque dentro un orizzonte inassimilabile, oltre un certo limite, ai paragoni. Sono quadri animati da un perenne movimento che evoca più o meno scopertamente il mare invernale (il periodo della maggior parte creativa di Zao), con qualche esplicitazione nelle barche (e, se dovessi affrontare un test di Rorschach, direi nelle code di balena. Ma non volendo sconfinare dalla pittura: certe turbolenze acquose di Delacroix).

Zao rinnovò il trittico in forma laica, rasentò l’informale senza che la vernice scivolasse dalla superficie e si concesse scambio espressivo con altre arti: fu promosso e commentato dall’amico scrittore Henri Michaux e dal compositore Edgar Varese, che con la sua musica ispirò più le pause silenti che le note (il titolo della mostra, non a caso, è “Lo spazio è silenzio”: prestito, peraltro, da Michaux). Il silenzio è il varco interiore che le grandi tele realizzate da Zao si ritagliano nelle ampie sale, facendo rimbalzare i toni dall’una all’altra.

Zao Wou-Ki, Traversée des apparences, 1956. Photo : Dennis Bouchard

Di | 9 Novembre 2018|4, Ufficio visti|

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