Matta-Clark

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Un anarchitetto è un architetto di formazione che non si cura di costruire edifici ma, animato dal suo spirito anarchico, si occupa di rintracciare e creare informazioni sociali e nuovi spazi da quelli esistenti che sono stati abbandonati. Questa è la definizione che potremmo a posteriori attribuire a Gordon Matta-Clark che, nel 1974, insieme ad altri colleghi (fra cui Laurie Anderson), anarchitetto si proclamò: a Parigi lo Jeu de Paume gli dedica una mostra, ancora aperta fino al 23 settembre. Matta-Clark, figlio di due artisti (il padre era il famoso e politicizzato pittore cileno Roberto Sebastian Matta), fu un artista singolare, sospeso tra la fotografia, la performance, la scultura e una forma di azione sull’ambiente difficile da categorizzare e consistente appunto in interventi a contrario sugli edifici.

 

L’idea di fondo era quella di mescolare e ricombinare la parte interna e quella esterne dell’edificio, portando alla luce come la vera separazione non fosse il muro ma l’ordine sociale. L’azione più frequente era il “taglio”, praticando dei fori geometrici che sembravano dischiudere nuove relazioni spaziali. Splendido, ancora a rivederlo oggi, è Wallspaper, un lavoro di elaborazione fotografica e coloristica convertito in installazione che riproduce eterogenee mura interne (con i loro brandelli di pittura corrosa e carte da parati), divenute esterne a seguito della demolizione incompleta di un palazzo del Bronx. Poi passò ad esplorare le casa in verticale, discendendo sino alle viscere sotterranee e proponendo foto che davano conto degli stati sovrapposti e si mostravano quale traccia storica e pure organica. Anzi, quel progressivo avvicinamento alla parte putrefatta dell’edificio ha suggerito che l’arte di Matta-Clark (che si combinava dell’intuizione, dell’organizzazione di mezzi per realizzarlo, del gesto fisico di compierlo e della sua riproduzione documentaristica: la mostra allo Jeu de Paume restituisce piuttosto bene tale sequenza) tendesse a coincidere con un’autopsia (lui preferì definirsi archeologo urbano).

Data la convinzione che l’edificio dovrebbe essere prodotto dal contesto ambientale che lo contiene e lo racconta, insieme ai suoi abitanti, invece che calato dall’alto in modo seriale e astrattamente razionalistico dalle amministrazioni municipali e dai promotori immobiliari, fu inevitabile l’attrazione per i graffitari, ai quali fece dipingere persino le sue foto dei muri. Dal Pier 52, uno dei tanti capannoni abbandonati nel Bronx, la cui carcassa ostruiva l’accesso ai Docks, tirò fuori uno stralunato parco post-industriale, naturalmente abusivo. Socialmente, ebbe il pregio di attirare l’attenzione sull’abbandono degli edifici e lo stravolgimento degli spazi urbani che ne seguivano e, indirettamente, sulla speculazione edilizia: ma più in generale si propose come un critico dell’architettura senz’anima suggerendo che per trovarla (l’anima) fosse necessario partire dalla violazione dei corpi degli edifici. L’architettura, specialmente nelle ristrutturazioni, si appropriò di alcune sue idee: i tagli parziali praticati nella struttura originaria che fanno apparire le putrelle e creano una struttura complessa, e soprattutto organica e che non si dà mai all’osservatore in modo conclusivo. A questo sviluppo Matta-Clark non potè assistere, stroncato da un tumore al pancreas a soli 35 anni. Sarebbe interessante immaginare cosa direbbe oggi di un processo urbanistico-sociale come la gentrificazione.

Di | 14 settembre 2018|13, Ufficio visti|

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