Esiste un modo universale di scrivere sul web?

>Esiste un modo universale di scrivere sul web?

Ecco, per stilare una classifica, le cinque più memorabili fregature di tutti i tempi, in ordine cronologico.

1) Alison Ashworth
2) Penny Hardwick
3) Jackie Allen
4) Charlie Nicholson
5) Sarah Kendrew.
Ecco quelle che mi hanno ferito davvero. Ci vedi forse il tuo nome lì in mezzo, Laura?

Abbiamo appena letto un testo perfetto per il web, che rispetta le principali raccomandazioni sulla scrittura digitale. Chiarezza. Brevità. Niente subordinate. Un elenco, che quello sul web va fortissimo.
In realtà non è un testo per il web ma l’incipit del bellissimo romanzo di Nick Hornby, Alta fedeltà, scritto nel 1995, cinque anni prima della nascita dei blog.
Capita spesso, del resto, che i decaloghi della scrittura sul web ricalchino orme già ampiamente tracciate. Prendiamo la chiarezza: questo è lo sfottò che Karl Popper riservò a Jurgen Habermas, pubblicando passi del filosofo francofortese (che commentavano un brano non meno ostico di Theodore W. Adorno) seguiti da una personale “traduzione”.

Habermas: Adorno concepisce la società avvalendosi di categorie che non negano la provenienza della logica hegeliana.
(Popper: Adorno usa un modo di esprimersi che ricorda Hegel)
Habermas: Egli intende la totalità nel senso rigorosamente dialettico, che vieta di concepire organicamente il tutto secondo la formula: il tutto è più della somma delle sue parti.
(Popper: Non dice perciò che il tutto è la somma delle sue parti)
Habermas: ma la totalità è altrettanto poco una classe che si possa determinare- secondo la logica estensionale- come l’insieme di tutti gli elementi che essa comprende
(Popper: ma l’intero non è proprio una classe di elementi).

Ciò non toglie che sicuramente il web abbia regole sue, legate alle aspettative e alle abitudini dei navigatori. Esiste però pur sempre una distinzione tra le comunicazioni digitali strumentali (si scrive per ottenere un risultato, per vendere qualcosa direttamente o indirettamente) e le comunicazioni digitali che non hanno uno scopo esclusivamente utilitaristico. Il caso più ovvio è quello della narrativa.
Se Saramago e Garcia Marquez nascessero oggi diremmo loro di cambiare mestiere o di adeguarsi? Dovremmo suggerire di usare un format per il web e uno diverso per la carta? E se quello che mettono sul web fosse destinato successivamente alla stampa (sviluppando l’interazione online/offline che può essere grande alleata della letteratura)?
Per la comunicazione di tipo giornalistica non è tanto diverso. Che debba seguire un ordine e un’essenzialità è insegnamento antico. Ma se deve spiegare, e coinvolgere emotivamente, non può essere sempre soggetta agli stessi diktat della comunicazione a fini commerciali.

Sorge un’obiezione. L’aspirazione di chiunque scriva, da sempre, è quello di essere letto (anche di coloro che conservano i testi nel cassetto invece di buttarli). Quale importanza può avere il fine specifico della comunicazione dal testo? La reazione di lettura sarà comunque sempre la stessa, in quanto propria della lettura web, ed in particolare determinata:
a) Dal cervello che si è adattato (come si era adattato dopo Gutenberg, visto che certo la lettura non era parte della sua dotazione naturale) e ha imparato a scorrere in luogo di leggere (o nel migliore dei casi a leggere in modo non lineare).
b) Dal supporto digitale, sul quale il testo degrada a “sfondo” e sul quale ci viene naturale cercare immagini, link, ancoraggi grafici e guide allo scorrimento;
c) Da quello che le persone fanno con il digitale, specie con lo smartphone, ossia “scriparlano” (tornerò altrove su questa modalità, per ora ci basti dire che sono commiste funzioni proprie dell’oralità e della scrittura): quindi trovano estraneo ciò che è proprio dello scritto.
Le persone sul web, dice Jakon Nielsen, leggono per lo più in questo modo:

Resa dunque? Accettiamo che esista un universale “scrivere sul web” e anche che, con il declino della carta, diventi il nuovo universale dello “scrivere” (dettando le regole alla carta superstite)?

In effetti i due mondi (web e carta) sono collegati, perché il cervello tende ad adagiarsi sulla situazione meno dispendiosa. Così non riesce più a governare la lettura di un romanzo classico o di un testo che richiede comprensione profonda.
A maggior ragione la scrittura culturale (i testi che si dovrebbero leggere e non scorrere) non può mollare la presa. Perché il suo fine ultimo è offrire una proposta di comprensione del mondo, contrariamente a quella non culturale, che di solito ha interesse a imporre del mondo una veduta superficiale e interessata.
Nei suggerimenti di scrittura web quello che trovo più impressionante è lo sprezzo delle subordinate. Mi ricorda un episodio familiare. Mia mamma, persona molto semplice, una volta mi disse: “Secondo me hanno sbagliato a fare tutte queste lingue, era meglio una sola” (beh, aveva introiettato il mito della Torre di Babele). Questa storie delle subordinate mi pare la stessa. Come se si dicesse: “E’ stato sbagliato mettere le subordinate, era meglio mettere solo una proposizione principale prima del punto”. Ma le subordinate non sono un prolasso del linguaggio. Sono l’evoluzione del pensiero nel linguaggio. Buttarle via significa buttare via anche interi pezzi di pensiero, anzi la possibilità stessa di concepirli. Insomma, significa diventare un pochino più idioti.
Ovviamente abusare di subordinate è una forma di stupro (del pensiero e del linguaggio). E se poi parliamo della comunicazione pubblicitaria, o più in generale di quella promozionale, una proposizione introdotta, per esempio, da “benché” è una bestemmia, oltre che un atto di masochismo (la promozione esige che il destinatario si dia, al di là di ogni benché).
La scrittura culturale, a sua volta, non deve ignorare di essere sul web (non ci farebbe neppure una bella figura, visto che è culturale e votata alla comprensione del mondo). Rispettare le regole grafiche e quelle formali del supporto è fisiologico. Pensiamo a quando, nel 1493, le Cronache di Norimberga hanno introdotto la numerazione delle pagine nei libri. O a come ci sembrerebbe strano leggere ancora così:

Soprattutto, la scrittura culturale non trascurerà che la forma e il significato di un testo sono condizionati dal rapporto con altri testi esistenti e dal complessivo sistema dei media.
Assolti questi pre-requisiti, la scrittura culturale non si accontenterà di compiacere.
Al di là della predeterminazione di regole, quello che conta è il patto con il lettore. Far capire non solo cosa, in quello spazio, deve aspettarsi il lettore da chi scrive, ma anche cosa chi scrive si aspetta dal lettore.

Di | 7 Novembre 2016|Sulla scrittura|

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