A trent’anni dalla morte: Piero Chiara e i suoi contrabbandieri

>A trent’anni dalla morte: Piero Chiara e i suoi contrabbandieri

Sulla scrittura

Il 31 dicembre fanno trent’anni dalla morte di Piero Chiara. Benchè tutta la sua opera sia in commercio, sarebbe difficile trovare qualche lettore sotto i quarant’anni che ne abbia memoria. Eppure si tratta di un autore che ottenne il consenso del pubblico ancor prima che della critica.Ma la frattura nella memoria che si sta consumando nel nostro paese, rispetto ai classici dell’altro ieri, è drammatica e ci connota assai peggio di altri.

Dovessi scegliere due mostri sacri del racconto breve italiano nel secondo novecento avrei pochi dubbi nell’indicare Dino Buzzati e Piero Chiara.Diversissimi, certo, per quanto Buzzati amava l’allegoria metafisica, cioè l’esatto opposto delle costruzioni di Chiara.Pare tuttavia che Buzzati, negli ultimi anni trascorsi alla scrivania del Corriere, tenesse sempre a portata, a beneficio dei visitatori, un libretto che qualificava come il racconto ideale, ed era Ti sento Giuditta, di Piero Chiara.

 

Arrivò tardi (49 anni) alla narrativa, e il suo percorso non fu propriamente quello di un intellettuale, corredato come fu di una carriera scolastica faticosa, funestata da due bocciature, da un percorso lavorativo miserello che nemmeno i neo-precari del Jobs Act e da una passione per attività futili e da caffè, inclusa una discreta passione per i giochi di carte. Scoprì però in sé una gaia e prolifica facilità di scrittura, che praticò nell’elzeviro e poi nella prosa, circoscrivendo il suo universo letterario a quell’anti-Macondo che fu la località lacustre di Luino, per di più spesso limitato a un certo periodo storico, quello fascista. L’alta Lombardia, confinante con il cantone svizzero, era luogo di contrabbando e secondo me Chiara fu talmente rapito da questa caratteristica da farne la condizione esistenziale dei suoi personaggi, la piccola borghesia della zona. Del contrabbandiere ciascuno dei personaggi aveva tratti interiori: una dose di mistero e ambiguità, mai del tutto dissolta nel finale dei racconti; un frequente rovescio della sorte, come chi alla lunga fallisce nel tentativo di farla franca; una certa buona disposizione ambientale, come il procacciatore d’affari loschi che deve ingraziarsi l’autorità e procurarsi l’indulgenza e l’omertà dei testimoni; un’insincerità talmente franca da sconfinare nella schietta autenticità. Contrabbandieri in fondo sono anche preti e imprenditori, tra i soggetti narrativi più felici di Chiara, intenti  rispettivamente a spacciare a buon mercato una fede troppo compromessa con la mondanità e uno zelo lavorativo ben lontano dall’idealtipo calvinista di Max Weber. Quando si fu disfatto dell’iniziale manierismo lirico, Chiara trovò la sua chiave nell’ironia dissacrante, malinconica e a bassa voce, che mai trascendeva in giudizio morale. Chiara riusciva a rendere simpatico qualunque personaggio della sua infinita galleria. Rimane stupefacente come tante variegate psicologie (dedotte direttamente dai comportamenti, poiché lo scrittore era restio a introdurre introspezione) prendessero vita da un ambiente tanto ristretto e provinciale: probabilmente la mobilità che lo attraversava contribuiva a rinnovarlo. Nella felicità dei suoi bozzetti fu certo alleggerito dal fatto che condivideva quel mondo verso il quale traghettava. Ma Chiara fu un buon esempio di come il narratore che sfrutta al meglio l’autobiografia se ne serva per distogliere lo sguardo da sé e renderlo meno su coloro che lo circondano. L’insigne critico Geno Pampaloni definì il genere di Chiara “il romanzesco del pettegolezzo”, ma volle poi chiarire che intendeva “per metà godereccia meticolosità inventiva e per metà aneddotica dell’assurdo”.

L’Italia del secondo Novecento letterario fu un po’ come quella industriale, un’Italia che diede il meglio nei “distretti”, insomma quella che sollevò il velo sulla provincia. Ma di provincia si dovrebbe in realtà parlare al plurale, poiché nelle varianti geografiche si aprono distanza antropologiche. Quel lembo di paese di Piero Chiara somigliava a poco altro, con una forma grottesca tutta sua del rispettabile e dell’ipocrisia che esso trascina con sè. Come capita in certi casi, si trattò di un pregio per convogliarlo nell’universale dell’umanità.

La cristallina scrittura di Chiara fu inizialmente bollata di semplicismo ammiccante, infine rivalutata mediante dotto imparentamento con l’oralità. Fu questa un’etichetta discutibile, e che in ogni caso nulla a che vedere con quel che normalmente s’intende: l’accodamento ai ritmi, le zoppie e le ansie del parlato, con una certa preponderanza di dialoghi. In Chiara, all’inverso, i dialoghi sono quasi assenti e isolati solo nelle frasi epiche: di solito gli enunciati verbali dei protagonisti sono incorniciati in un periodo di efficacia stilistica che li contestualizza, quasi che il narratore volesse farsi perdonare di avere perso il governo diretto per un rigo o due. Alla fine, l’oralità di Chiara starebbe nel rapsodismo minuzioso delle piccole cose. Ma personalmente di orale trovo ben poco: è una scrittura esatta e distillata (certo smussata di ogni barocchismo) che dosa le pause nell’alternare perfettamente la misura breve/lunga delle frasi e con una rara capacità di rendere gli umori e il tono senza possibilità di equivoco (insomma, senza bisogno di emoticon).

Chi ama leggere e vuol cominciare il 2017 facendosi un bel regalo può comprare il Meridiano dedicato ai racconti di Piero Chiara (scrisse anche romanzi, ma non aveva tenuta sul fondo) e sistemarselo sul comodino, per pescarne saltuariamente un paio e aspirarli lentamente. Di quel comodino, sul quale avrete posto il volume, Chiara avrebbe del resto saputo pennellare qualche dettaglio fotografico in modo da risalire (fu maestro nell’usare gli oggetti in questo senso) alla vostra personalità, certamente di contrabbandiere.

 

 

 

APPENDICE- COME ANCHE IL VENTO OPERI DA CONTRABBANDIERE (osservazione mia)

 

Cannobio era sull’altra sponda a otto chilometri. Capii di colpo che il Brovelli sentiva l’odore di pane, nel vento. Del pane che usciva in quel momento da un forno a Canobbio: e subito mi parve di sentire anch’io quell’odore.

“Lo sento “dissi” lo sento. Micchette, micchette di semola”.

“Bravo” gridò il Brovelli” Proprio micchette”. E tralasciando un momento di sentire, mi spiegò che il vento fa come l’acqua della Tresa intorno ai piloni del ponte di Germignaga: si divide contro il barbacane poi si riunisce subito dopo. Mettendosi con le spella al vento, l’aria si divide dietro la nuca e si riunisce sotto il naso. Sapendola aspirare delicatamente si possono sentire gli odori che porta con sé da lontano. Il lago, mi spiegava, non ha odore sotto il vento e non turba quelli che gli passano sopra. Stando sul molo dove arrivano le raffiche si possono distinguere tutti i sentori che il vento, scendendo dalla Svizzera raccoglie lungo le valli dell’altra sponda.

“Ecco” diceva” lo senti ora l’odore della vacche? Viene dalla Valle Cannobina, dale stalle di Cavaglio o di Spoccia”.

Aveva ragione: si sentiva benissimo l’aroma delle stalle.

Ormai avevo imparato; e quel giorno, come lui sosteneva, era una giornata buona, perché passò ancora un paio di volte l’odore del pane fresco e anche, con sua grande gioia, l’odore delle capre.

 

Da “Ti sento Giuditta”

Di | 29 Dicembre 2016|Sulla scrittura|

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