Un anno senza Philip Roth. Il canzoniere della senilità

>Un anno senza Philip Roth. Il canzoniere della senilità

Nell’ultima parte della sua vita di scrittore Philip Roth ha trovato una nuova, aurea vena in alcuni libri di piccole dimensioni e rigoroso controllo linguistico. Ingiustamente la sua celebrazione postuma riguarda quasi sempre i capolavori più noti, Lamento di Portnoy e Pastorale americana, o al limite il Roth più politico de Il complotto contro l’America o La macchia umana. Quel pugno di pagine, che messe insieme non assommano la mole di uno dei suoi storici romanzi, meritano un posto particolare nella storia della letteratura per la poetica crudezza con la quale hanno dipinto lo stato interiore del maschio che invecchia. Poche opere possono competere sul tema con la forza di questo canzoniere della senilità.

I libri in questione sono quattro, scritti tra il 2001 e il 2009. Ve ne sarebbe un quinto, Zuckerman esce di scena, ma è troppo legato agli altri volumi con lo stesso protagonista per essere comparato con quelli che vado a indicare e riassumere in stile “scrivi la trama su una scatola di fiammiferi”. Ne L’animale morente un docente di letteratura scopre tra le braccia di una studentessa di origini cubane la perfezione del corpo altrui e prende contatto con l’angoscia dell’imminente imperfezione del proprio, prima che il libro evolva verso un sorprendente rovesciamento;
in Everyman scorre, partendo dai funerari titoli di coda, la storia di un pubblicitario di successo, fedifrago seriale e amato al mondo solo dalla figlia del secondo matrimonio, precocemente attaccato dai più vari malanni, e all’inizio della pensione invischiato in un giro di moribondi che lo rende ancora più ipocondriaco; Patrimonio è un romanzo autobiografico sulla morte del padre di Roth, sulla voglia che costui conserva di esercitare fino alla fine il suo ruolo paterno, sull’inversione di ruolo che ciononostante e fisiologicamente avviene (il momento in cui figlio diviene padre del padre) e una felicissima metafora viscerale del senso di ciò che si tramanda ereditariamente; ne L’umiliazione un grande attore reso profondamente insicuro dall’età abbandona il palcoscenico, coltiva istinti suicidi ma poi si trova risucchiato in una sconvolgente storia sentimentale con una ragazza che ha venticinque anni meno di lui, che tiene al consenso dei genitori i quali sono profondamente avversi alla relazione e che per di più è omosessuale e a lungo perseguitata dalla donna che ha abbandonato.

 

Ad eccezione forse (molto blandamente) de L’umiliazione, non si tratta, come si vede, di plot immaginifici. Sarebbe eccessivo dire che Roth razzola il suo materiale in mezzo al quotidiano ordinario, dato che la maggior parte dei suoi personaggi corteggia psicologicamente qualche forma di estremo. Piuttosto, il prezioso ricamo del quotidiano serve a mimetizzare queste forme di estremismo: tutte, tranne una, che accomuna i quattro protagonisti dei romanzi, ed è la coincidenza tra il decadimento del corpo e l’inestinguibile desiderio sessuale.

 

Quel che è interessante domandarsi è: il corpo decade ma il desiderio rimane? Oppure il desiderio si accresce, persino, come reazione dello spavento alla sfioritura? Il desiderio, in altre parole, sostituisce il paradosso della fede, che può talvolta sorgere nella prossimità della morte, per compensare la paura del vuoto? O, se è una prosecuzione di quello già posseduto: possibile che a nessuno dei personaggi, tutti piuttosto istruiti, l’età porti in dono la comprensione della vacuità del desiderio condannato a deambulare da un oggetto all’altro?

Il dato certo è che secondo Roth la vecchiaia non conduce alla saggezza e tanto meno all’atarassia. Il personaggio più tranquillo dei quattro è il meno strutturato culturalmente, il padre di Roth: non a caso lui è un personaggio vero (cioè senza il carico di quel sottile estremismo dei sensi di cui riveste gli altri) e non a caso – per quanto la dinamica della storia lo apparenti agli altri – non era su quel punto che Roth voleva focalizzare l’attenzione, riservata invece al rapporto tra un padre anziano e un figlio adulto ma per un certo momento, a causa di un infarto, fisicamente fragile quanto il padre malato di cancro.

 

Per quanto “vecchio” possa suonare brutale, senile cade certamente peggio. Ha un accento burocratico e patologico che esclude per definizione qualche forma di evoluzione, fosse anche nella preparazione alla morte. È meno neutrale, in un contesto letterario è uno schiaffo, e per questo mi sembra più corretto parlare di romanzi sulla senilità che sulla vecchiaia. Vecchio viene volentieri adottato come metafora. Un vecchio amore non è affatto una brutta cosa, e un calciatore vecchio ha di fronte a sé potenzialmente due terzi di vita. Anzianità suona come un giudizio di merito (tanto che hanno dovuto inventare l’espressione “terza età”) eppure è profondamente rispettoso: agli anziani si deve deferenza. La senilità invece implica quasi sempre una forma di demenza. La demenza dei personaggi di Roth, prima ancora che cerebrale (alcuni sono in forma addirittura smagliante) è nella persistenza del loro desiderio, e nel fatto che il profilarsi della morte – anche solo nella paure intime – lo rende più eccitante, come ogni desiderio reclama di essere.

 

Non credo che Roth abbia preteso di pronunciare una verità assoluta sull’uomo senile, nonostante che Everyman rimanga tale, cioè il nome del protagonista non arriveremo mai a conoscerlo. Ma lui, David Kepesh, Simon Axler ed Herman Roth sono uomini sufficientemente diversi, e non la ripetizione di uno stereotipo. Certamente Roth, sin da giovane, ha manifestato una predilezione letteraria, a tratti morbosa, per l’erotismo. Mi pare, per quanto possa sembrare strano, che lasciando la scena ad uomini vecchi, pardon, ai suoi eroi senili, abbia purificato il linguaggio dalle scorie dell’oscenità esibizionistica e abbia proposto profili umani del tutto plausibili; tutti, certo, con l’attitudine di cui dicevo, di sferruzzare fili di estremismo dal gomitolo di una quotidianità spesso mediocre e con la necessità letteraria di passare per il purgatorio patetico della commedia prima di guadagnarsi il rango della tragedia. Roth ha rappresentato quel che è latente nell’animo maschile e ha scelto alcuni personaggi che non sono riusciti, né in verità hanno inteso, porre argine alcuno a quella latenza.

Cosa altro li accomuna? Il senso fortissimo del marchio familiare, una spinta a risalire la corrente generazionale, a dispetto di qualsiasi sforzo di emancipazione prodotto in vita.

 

Si potrebbe pensare che alle donne romanzi di questo genere abbiano poco da dire, e pure sospettare che la centralità del desiderio di genere li renda insopportabilmente maschilisti. Sennonché, il desiderio maschile serve a Roth anche per descrivere un multiforme e combattivo (combattivo con una tenacia pericolosamente irriducibile) universo femminile, nel complesso assai più dignitoso di quello maschile. Ciò che lo differenzia è una maggiore stabilità dell’erotismo: nell’uomo senile descritto da Roth (ma anche nel giovane che lo precede nei flashback) c’è un punto preciso e miracoloso in cui l’ossessione erotica combacia col sentimento profondo. Il problema è che sono più le volte in cui non viene raggiunto, e forse ancora di più quelle in cui viene superato. Se un genere sessuale può lamentarsi verso Roth è quello maschile, il cui amore viene prospettato come un racconto a posteriori che l’uomo fa della sua esperienza.

 

La moralità di questi maschi è in un senso di colpa inestirpabile che le menzogne propinate in quantità industriale servono solo ad accrescere, un senso di colpa che rispetta regole severe di diretta proporzionalità con il godimento. È il Roth ebreo che risale, anche lui, al punto di partenza.

Viene un’età in cui il corpo va stretto, e su questo non pare esserci rimedio. Quando Roth descrive le affezioni degli organi corporei con esattezza clinica chiaramente ci sta dicendo: non stiamo parlando di queste cazzate. Ma, in Everyman, l’uomo che per i lettori non ha nome raggiunge la sua tranquillità interiore quando decide di farsi spiegare per filo e per segno dal becchino in che modo svolge il suo lavoro, e osserva come stacca i grumi dalla vanga. Se non c’è un luogo per salvare le anime, rimane pur sempre rassicurante – e intensamente spirituale – quella materia disposta disinteressatamente a calare sui corpi.

Di | 24 Maggio 2019|6, Sulla scrittura|

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