Intervista all’ex feto dell’ultimo romanzo di McEwan

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Recensione nel guscio

E’ appena planato alla fine di pagina 172, penultima pagina del romanzo. In quella successiva fa finalmente conoscenza con il volto materno, che tante volte ha immaginato dall’utero e che  un certo punto aveva pensato di non incontrare mai: quando il prurito dell’azione aveva colto perfino lui, personaggio di pensiero, spingendolo a farsi percorrere circolarmente dal cordone ombelicale sino a stritolarsi.Tirare forte con “una devozione degna di un campanaro”, fino a “una pressione viscida su canale carotideo” sino a raggiungere “una crescente neritudine”. Sennonché “annientare il cervello coincide con l’annientamento della volontà di annientarlo”. E alla fine, eccolo partorito. Dalla fantasia di McEwan, ma nell’intimo della narrazione da Trudy. Un esordio al mondo non facile, tant’è che egli preconizza “prima il dolore, poi la giustizia e infine il senso. Tutto il resto è caos”. Dolore, giustizia…come potrebbe sfuggire al precoce assalto dei microfoni puntati sotto il naso? Non più da feto, che a farlo eruditamente parlare in tale status c’ha già pensato McEwan: ma da ex feto, testè tramutatosi in pargolo.

Cosa ha provato a nascere? Oh beh…lasci stare. Nel libro è sufficientemente dettagliato. Partiamo da quel che si domanda a un bambino, in verità un po’ più in là nel tempo. Ma lei è stato un feto prodigio, non si sarà certo scimunito con l’accesso diretto all’ossigeno. Come si chiama piccolo?

Veramente…Dio, non lo so. Ora che mi ci fa pensare nessuno ne ha mai parlato nel romanzo. Anzi, altro che darmi un nome. I miei genitori mi hanno bellamente ignorato…come se non esistessi. Salvo, s’intende…si rompono le acque e non puoi far più finta di niente. Almeno la mamma.

Si consoli, se un giorno dovessero separarsi si sgozzeranno per l’affidamento. Oh, ma separarsi per loro non sarà possibile, mi scusi, ho toccato un tasto delicato. Comunque torneremo sul fatto che nel libro la ignorano. Per intanto vuole raccontarci lei in due battute la trama del romanzo?

Uhm…semplice, di quelle che si potrebbero scrivere sul retro di un biglietto da visita (mia madre dovrà pur preoccuparsi di darmi un nome, altrimenti come farò col biglietto da visita?). Allora, mia madre, mentre è in cinta di me, tradisce mio padre. Se mi consente di citarmi: “Non sono in tanti a sapere cosa significhi ritrovarsi il pene del rivale del proprio padre a pochi centimetri dal naso”. Il rivale in questione è mio zio. I due fedifraghi progettano di stenderlo e quando mio padre, che di mestiere fa il poeta e l’editore di poesia, si presenta a casa con quella che annuncia essere la sua nuova fiamma, una giovane poetessa sua protetta, e annuncia ai rei che devono pure sloggiare, il proposito si eleva a certezza. L’indomani stesso il portatore del pene che mi tallona, Claude, viene esortato al compimento del piano. Tutto molto scespiriano, of course. La particolarità è che io, un quasi io, sono l’io narrante.

Ma lei come fa a sapere tante cose? Reincarnazione? Platonico mondo delle idee? O che altro? Come mai nel libro parla tanto forbito?

Ci si ingegna ai giorni nostri, lei che non da meno di un giorno vive lo saprà meglio di me. Trasmissioni BBC, le lezioni in podcast di mia mamma quando non riesce a dormire e spazia a casaccio tra le escursioni nel Burren e l’offensiva di Hitler nelle Ardenne, quella ferrea attenzione alla conversazione degli adulti che dopo la nascita sarà ottenebrata dal multitasking…

Sì, capisco. Ma a me sembra che lei sia un narratore esageratamente onnisciente. Il suo illustre autore non si è curato oltre misura delle regole che ha stabilito, e ogni tanto la sua mente fotografa frammenti del reale inapprezzabili senza un’esperienza diretta. Senta, so già che non mi crederà, ma posso rivelarle un segreto? Una cosa buffa, quasi soprannaturale…Una sera di un annetto fa ero a cena con mia moglie e le ho detto, colto da un lampo improvviso: ho avuto un’idea bellissima. Un romanzo dove l’io narrante sia un feto. Nessuno mi risulta l’abbia mai scritto…

Già, così diceva anche il mio autore. Adesso dei critici sostengono che ha scopiazzato…

Sì, ho letto, quella parte del Mahabarhata, ridicolo, il prossimo tirerà fuori i graffiti di Lascaux…mi scusi, le dicevo di questa idea di cui ero orgoglioso e che ho rigorosamente appuntato sul taccuino in attesa di svilupparla. Tempo sei giorni, giuro, e ho letto: il nuovo romanzo di McEwan avrà come protagonista un feto. Mia moglie peraltro aveva detto: vai a cercarti grane. Inevitabile prendere posizioni scomode su quella vita nell’utero. In effetti, mi ero subito pacificato (e anche insuperbito per la coincidenza). Se la veda McEwan. Ora, detto con franchezza, il suo autore se l’è sfangata!

Nel senso che non ha affrontato la questione morale legata alla nascita? Certo che no. Non era un libro sul feto ma in un certo senso un libro del feto. Scanzonato, se non addirittura comico.

Lei ora sta parlando come se fosse non solo l’ex feto del bambino ancora-senza-nome nato a pagina 172 ma anche l’ex feto della creatura letteraria da poco pubblicata, del romanzo. E devo ammettere che è davvero così. Però, scusi se insisto, non è solo un divertissement, è un trucco. McEwan poteva attribuire l’io narrante a qualunque cosa, a un cane, a una tazzina di caffè, ma mi sarei aspettato che quell’io narrante fosse parte del gioco, cioè venisse preso in considerazione dagli altri personaggi. Invece loro si comportano come se lei non esistesse. Sì, lei scalcia ogni tanto ma, tranne che alla fine, è un testimone. Se l’io narrante fosse stato una tazzina di caffè per 171 pagine non sarebbe cambiata una virgola della storia. Mi permetta, ma è un po’ una furbata. Come a dire, m’invento questa originalità del feto che parla, e non mi carico la fatica di trovargli un linguaggio ad hoc perché lo faccio parlare come se fosse un professore di Oxford, ci metto un pizzico di Shakespeare, e voilà, creato il caso e creato il libro.

Ma il mio autore che non si volesse affaticare l’aveva dichiarato, non c’è nemmeno bisogno che glielo dica io nella mia qualità di ex feto della sua fantasia letteraria. Nella Ballata di Adam Henry si era dovuto sciroppare ore di colloqui con dei magistrati, e una quantità di scartoffie, voleva godersi un po’ di riposo. Insomma, il libro non le è piaciuto?

Al contrario, per certi versi l’ho trovato straordinario. Divertentissimo. Scritto divinamente, ogni frase da assaporare, come quei Sauternes che le sono pervenuti per via materna e che ha tanto apprezzato. E nel suo narrare di sè è resa meravigliosamente quella schopenaueriana volontà di vivere, quella priorità biologica del divenire, che in fondo è il vero apologo (a)morale del libro, nonostante si chiuda con la sconfitta del più pateticamente imperfetto dei delitti. Quando si chiude il libro la chiosa delle osservazioni critiche che ho fatto prima è: McEwan se lo può permettere, e lo ha dimostrato. Mi scusi se l’ho tediata e si goda pure la sua nascita, anche se coincidendo con la fine del volume di tratta di una morte letteraria.

Prima il dolore, poi la giustizia e infine il senso. Tutto il resto è caos. Stavo quasi meglio dentro.

Di | 31 marzo 2017|13, Sulla scrittura|

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