Come stanno cambiando i dialoghi nella letteratura

>Come stanno cambiando i dialoghi nella letteratura

“Bada a come parlano” è il monito che assilla sempre il narratore, a proposito dei suoi personaggi. Si può essere abilissimi nel cogliere le sfumature del linguaggio, ma quelle virgolette (oppure le caporali, o i trattini lunghi: non ha importanza) introducono costantemente un rischio di rottura dell’unità stilistica. Il realismo di un dialogo potrebbe risultare fastidiosamente stridente con il registro di una voce narrante “alta”; una maggiore concordanza di stile potrebbe sottrarre verosimiglianza ai personaggi. E poi c’è quel “dice”, “risponde”, “replica”, “aggiunge” (ancora più greve quando è reso al passato) che sfasa, inceppa, è un attimo di balbettio. Se ci passiamo sopra indolori è perché gli scrittori lo fanno sparire in una descrizione più articolata che visualizza una scena (“gridava convulsamente quasi soffocando”) o all’opposto scelgono di rimarcarlo percussivamente (il Defoe di Moll Flanders pieno di “dico io”, “dice lui”). O ancora, spezzando la conversazione, farne un ramo dentro una foresta occupata dalla voce narrante.

Simenon era magistrale nel far comparire lo spunto di un dialogo dalla densità descrittiva.

 

Non ha la febbre lui (…) Possono ficcargli in bocca o nel sedere tutti i termometri che vogliono. Cade una neve fitta e silenziosa (…) anche nella cucina la qualità dell’aria è cambiata.

“Perché non vuoi farti curare?”

Lui non risponde nemmeno.

“Vieni con me Frank”

Simenon, La neve era sporca

 

E’ interessante notare come in questo brano l’unico verbo riferito a una condotta verbale sia reso al negativo. Lui non risponde nemmeno.

 

Ma il balzo di alcuni grandi scrittori moderni e contemporanei è stata l’eliminazione delle virgolette.

Preso da solo, questo accorgimento potrebbe in realtà ridursi a vezzo grafico, come in Ali Smith che rimane fedele alla morfologia del discorso, salvo l’elisione del segno prima delle frasi dirette.

 

Sul serio, disse la bambina.

Sì, rispose Anna.

Così lei sarò sicuramente qui quando torno, chiese la bambina

Smith, C’è Ma Non Si

 

Egualmente Saramago ha compattato dialoghi e narrazione ammassandoli in mezzo alla virgole, segnalando il cambio di voce con la maiuscola e spesso con l’azione verbale di accompagnamento. In questo modo si discosta dalla ripartizione classica tra dialogo e voce narrante solo formalmente, benché l’addensamento, anche visivo, della prosa abbia il pregio di evitare qualsiasi scarto di registro. Il narratore stesso diventa una voce dialogante in mezzo alle altre.

 

E’ venuto qualcuno qui, domandò il vecchio della benda nera, No, rispose la moglie del medico, nessuno. Forse era una chiacchiera, E la città, e i trasporti, domandò il primo cieco, ricordandosi della propria macchina e del’autista di tassì che lo aveva portato all’ambulatorio, e che lui aveva aiutato a sotterrare, I trasporti sono nel caos, rispose il vecchio della benda nera, e passò ai particolari, agli episodi agli incidenti.

Saramago, Cecità

 

Anche in Eskhol Nevo l’eliminazione delle virgolette serve per impastare insieme la narrazione, il discorso indiretto e i dialoghi.

 

Non hai un quarto d’ora per un tuo amico? ho chiesto

Si è tolto le mani dagli occhi per posarle sui fianchi (…)

Ti dirò la verità Fried: i medici negli ospedali forse non saranno dei santi ma fanno un’opera santa. Chi siamo noi per mettergli i bastoni tra le ruote? A mio parere c’è qualcosa che non quadra. Le cose di cui parlate sono cose a cui in uno stato che funziona come si deve provvedono le istituzioni pubbliche (…)

Che lo stato funzioni o no chissenefrega, avrei voluto gridare. Il tuo amico ha bisogno di te!! Sei stato tu la sera prima di arruolarci a farci firmare dei moduli ridicoli (…)

Nevo, La simmetria dei desideri

 

Kent Haruf rinuncia anche alla convenzione di cominciare la frase “svirgolettata”, collocando la parte di dialogo spesso in coda alla voce del narratore.

 

Raymond guardò dall’altra parte della stanza. E lui come sta, secondo lei?

Il signor Kephart? Bene, penso. Credo che guarirà. Alla gente anziana viene spesso la polmonite e a volte non ce la fanno, ma lui sembra piuttosto forte. E’ vero che non l’ho ancora visto sveglio. Ma al cambio di turno mi hanno detto che stava meglio.

Lisciò la coperta, assicurandosi che non restasse impigliata nella gamba ingessata di Raymond. E ora cerchi di dormire un po’, disse.

Haruf, Benedizione

 

Per capire come spezzare il rigore dell’alternanza con il virgolettato riconduca l’intera prosa sotto un unico registro sono certo un paradigma i libri di Paul Auster.

 

Abbiamo fatto una bella chiacchierata, dissi. Mi è sembrato contento di vedermi.

Forse contento non è la parola più appropriata, ma lui è, come dire … molto acceso, partecipe. Lei ha creato scompiglio in questa casa, professore. Sono sicura che ne è consapevole.

Prima che potessi risponderle, Alma intervenne cambiando argomento. Hai sentito Huyler? le chiese. Non mi piace come respira, sai? E’ molto peggiorato rispetto a ieri.

Frieda sospirò, poi si passò le mani sulla faccia – sfinita per il sonno arretrato, per l’eccesso di ansia e di tensione. Huyler io non lo chiamo, ribatté, perché la sola cosa che ci direbbe Huyler è portatelo all’ospedale, e Hector non vuole andare all’ospedale. Non ne può più di ospedali. Me l’ha fatto promettere, gli ho dato la mia parola. Basta ospedali, Alma. E allora a cosa serve chiamare Huyler?

Auster, Il libro delle illusioni

 

Carrère, forse meglio di tutti, porta a compimento questo raccordo tra le due “sfere” (dialoghi e narrazione) del romanzo (prima di arrivare praticamente ad abolire i dialoghi, in funzione della sua particolarissima evoluzione autoriale). Questo brano, mi pare, rende abbastanza chiaro come, togliendo il virgolettato, uno scrittore colga un’opportunità ma sia anche costretto a confrontarsi con una riorganizzazione dei periodi e una diversa distribuzione dei dialoghi (cose che Carrère fa benissimo)

 

Racconto con calma la mia visita al dottor Weitzmann. Devo ripetere tutto, le date, i tempi di attesa, e tu mi ascolti come se non capissi. Io ho quel sorriso terribile che in seguito mi rimprovererai tanto. Come un giocatore sicuro dello scacco matto, che se la prende comoda.

In conclusione: quello che intendi dire è che credi che il bambino non sia tu?

Lo dirà l’ecografia. Vuoi che andiamo domani? In ogni caso bisognerà pur andarci un giorno o l’altro.

Mi odi, vero?

Se le cose stanno così, sì.

Ti alzi, prendi la borsa, esci senza dirmi dove vai. Non sbatti la porta, e neppure l’accosti delicatamente. Se c’è un modo neutro di chiudere una porta dietro di sé, è proprio quello.

Carrère, La vita come un romanzo russo

 

Sarebbe del tutto fuorviante sostenere che il modo di rendere i dialoghi sia oggi mutato. Il canone dominante resta largamente quello classico.

E però questa irrequietezza estesa sino al rapporto con i segni grafici non è solo un’occasione per chi scrive di meditare più profondamente sui modi per smorzare la disomogeneità ritmica e stilistica del dialogo dentro un romanzo. E’ anche un appello rivolto al lettore, chiamato a uno sforzo di attenzione supplementare (tant’è che nella narrativa di consumo non ve n’è traccia). Forse di più: in certi casi è per il lettore una proposta di completamento interpretativo che fa tornare il voga il lector in fabula di Umberto Eco. E preconizza sviluppi futuri che avvicinino di più questo lettore allo spettatore dell’opera d’arte visiva.

Di | 14 aprile 2017|8, Sulla scrittura|

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