Maradonapoli

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Nella seconda parte degli anni ottanta cambia nel campionato la coppia protagonista: non più Roma e Juventus ma Milan e Napoli. Tuttavia permangono, attraverso le due squadre, le formule della precedente contrapposizione: nord contro sud, ricchi contro poveri, collettivo contro individualità. Il collettivo è quello del Milan che sfoggia un gioco organizzato e spettacolare. Solisti sono i napoletani, ma in realtà l’allenatore Bianchi predispone un’esemplare cerniera difensiva a compensazione degli estri indomabili di alcuni suoi trequartisti e attaccanti. Allo stesso modo, il gioco milanista si appoggia alla classe cristallina di alcuni campioni di assoluto valore. Caratteristica degli scontri diretti fra le due formazioni sono i sonori scapaccioni che l’una, alternativamente, infligge all’altra. Non sono quasi mai partite combattute poiché Napoli e Milan attraversano ciclici periodi di rendimento che il caso vuole mai coincidenti. Così nel 1988 il Milan recupera trionfalmente gli avversari che concludono il campionato in fatale debito d’ossigeno (e dalla sconfitta nascerà un clamoroso e vigliacco ammutinamento dei giocatori nei confronti dell’allenatore); nel 1990 la pariglia viene restituita e tocca al Milan subire la rimonta dei rivali. Tra le due la novità è il Napoli che, salvo sporadiche fiammate, non era mai riuscito a trattenersi ai vertici del calcio nazionale. Due scudetti lo indennizzano di pregresse sofferenze a cominciare da quelle delle origini, quando disputava i primi campionati, dal 1927 in poi, racimolando un paio di pareggi e nessuna vittoria ma veniva ripescato dalla federazione che vedeva nella piazza partenopea un possibile focolaio di diffusione del football. Per via delle direttive centrali anche i giornali erano comprensivi verso le défaillances dei napoletani e titolavano, ad esempio, Eroica difesa del Napoli ad Alessandria, in occasione di un 1-7.

A dotarlo della struttura vincente è Pingegner Ferlaino che inizia la sua carriera dirigenziale come testa di legno di Lauro dal quale però rapidamente si emancipa. Nella sua lunga gestione subisce non poche contestazioni che in un modo o nell’altro riesce a superare, difendendo accanitamente la sua posizione, un po’ perché è un appassionato, un po’ perché la conseguente popolarità gli vale un sensibile incremento nella sua attività di costruttore, rafforzata a mezzo di appalti e concessioni costituenti vistosi strappi ai piani regolatori che, del resto, a Napoli hanno contato sempre quanto i semafori.

I successi, tuttavia, non sarebbero stati possibili senza l’ingaggio del più forte calciatore del ondo, indubbiamente il migliore che abbia mai militato nel nostro torneo, l’argentino Diego Armando Maradona. L’acquisto avviene quasi per caso. Ad avviare la trattativa è il direttore generale del club, l’ex calciatore Juliano, che si muove solo per creare imbarazzo a Ferlaino, del quale è divenuto nemico. Egli prevede che il presidente porrà il veto per ragioni economiche, ciò che lo metterebbe in cattiva luce agli occhi dell’esigente tifoseria. Invece Ferlaino riesce a ottenere il coinvolgimento del Banco di Napoli e definisce l’operazione. Il tripudio cittadino non coinvolge tutti gli intellettuali e cento di loro firmano un manifesto di protesta, ritenendo immorale l’esborso di miliardi in un posto che è carente delle strutture essenziali e delle fogne. Analogo cipiglio viene manifestato al nord dove si tuona contro la dissennatezza napoletana: i derelitti, è noto, sono simpatici solo finché accettano il ruolo istituzionale di pezzenti. Giuste le riflessioni sui vorticosi flussi finanziari che circolano nel calcio, improprio che tali riflessioni emergano solo quando i protagonisti non appartengono alla sfera dei potentati economici. Ferlaino è un comune imprenditore che attua un investimento. A Napoli, del resto, l’acquisto di Maradona crea un indotto tale da far impallidire qualsivoglia moltiplicatore keynesiano. Le sole feste-scudetto realizzano un fatturato di sessanta miliardi e l’economia dei vicoli, su cui la città in parte si regge, viene parzialmente distolta da attività delinquenziali a favore di altre, patetiche talvolta ma penalmente corrette. Naturalmente molti sottolineano che la gente viene in tal modo deviata dai problemi reali. Sono immemori, costoro, della lezione impartita a un astuto intervistatore da un pastore sardo, colto dalla telecamera mentre festeggiava gioiosamente in un angolo di montagna lo scudetto del Cagliari. «Scusi, ma a lei che gliene viene che il Cagliari ha vinto lo scudetto?». E quello: «Ma perché, se il Cagliari perdeva che me ne veniva, cosa cambiava di questa mia vita di merda?».

I tifosi partenopei hanno sempre avuto un debole per i campioni stranieri. Il primo beniamino fu Attila Sallustro che, negli anni trenta, rifiutava lo stipendio essendo benestante di famiglia. La società si sdebitava regalandogli automobili e altri generi voluttuari. Sallustro divideva la sua passione per il calcio con quella per la soubrette Luey d’Albert, che andava a trovare, se necessario, calandosi nottetempo con le lenzuola dalle finestre degli alberghi in cui soggiornava, essendo gli ingressi principali vigilati da chi avversava questa distrazione dall’agonismo. Poi ci sono stati i vari Jeppson, Vinicio, Sivori ma con nessuno si è creato un rapporto simbiotico come con Maradona. La spiegazione non può essere solo tecnica. Certo Maradona col pallone aveva più intimità che confidenza. Incontenibile nel dribbling, di euclidea precisione nei calci da fermo, rapido nell’esecuzione grazie al suo bassissimo baricentro, capace di improvvise accelerazioni, molto presente in ogni momento sul campo, alieno cioè da quei lunghi torpori che hanno storicamente afflitto i grandi numeri dieci della storia. Ai mondiali dell’86 trascina al successo l’Argentina e vince partite quasi da solo, fornendo dimostrazioni pratiche di tutti i modi con i quali la palla può entrare in porta: con l’Inghilterra prima segna con la mano, poi dribbla mezza squadra avversaria in una fuga solitaria di sessanta metri e spiazza il portiere. Però il suo carattere È impossibile. Allergico a ogni regola, accresce col tempo la sua lunatica alterigia. il colmo lo raggiunge quando, alla partenza per una partita di Coppa Uefa a Mosca, resta a casa a dormire e poi raggiunge la capitale russa nella notte con un aereo privato e, prima di unirsi ai compagni, si fa un giretto sulla piazza Rossa, con il beneplacito dei militari sovietici che pure avevano recintato lo spazio in vista delle celebrazioni per l’anniversario della rivoluzione d’ottobre. E il suo pubblico gli perdona questo e altro.

Il fatto è che Maradona somiglia a Napoli, pur se della napoletanità richiama spesso il peggio (la parte che lo scrittore La Capria chiama napoletaneria). Tracotanza, insofferenza alle regole, ostentazione, egocentrismo, superficialità, incoerente gestione del quotidiano, grandezza stracciona e pacchiana, come nel suo satrapesco matrimonio che, alla presenza di migliaia di invitati, si conclude con il taglio di una torta, offensiva nella sua ridondante verticalità, al pari dei casermoni di Secondigliano. Ma è anche generoso, geniale ed estroverso, come napoletanità esige. Non a caso le sue bizze non incrinano mai il rapporto con i compagni di squadra che lui rende grandi in campo e per i quali – non certo per diplomazia, qualità che gli è ignota – ha sempre pronto a Natale un regalo, così come per le loro mogli e bambini. E soprattutto nelle sue giocate incomparabili pare di scorgere la testimonianza di un’armonia lontana eppure presente così come la promenade di via Caracciolo, devastata dal disordine e dall’immondizia e affacciata su acque dove galleggiano le più putride scorie della modernità, sembra, in qualche ineguagliabile giornata di sole, togliersi quel velo e restituire il golfo splendente nella sua orgogliosa unicità, con il mare inchiodato al cielo, quale lo contemplavano nel Settecento i pittori vedutisti e i viaggiatori stranieri dalle carrozze. E il sogno (o il segno?) della napoletanità: il risolversi delle contraddizioni in un’armonia primigenia.

Maradona, inoltre, è il primo al mondo: come tale è il re. E Napoli è sempre stata affascinata dalla monarchia. Specie quando esercitata da un sovrano che ama confondersi con la plebe, che

intarsia la passionale visceralità di quella con una sua umorale amoralità, che fa del potere una forza solare, fracassona e canagliesca dove il peso del caso e del capriccio supera ampiamente il rigore e la disciplina. Così era il Re Lazzarone, Ferdinando I, che amava intrattenersi sino a notte inoltrata in schiamazzi assieme agli scugnizzi di strada. Così è perfino per i camorristi, plateali e visibili a confronto dei silenziosi e discreti mafiosi siciliani. Ma a Napoli il potere o si vede o non c’è.

La partenza dell’argentino, che segue e precede disavventure legate alla cocaina, non dissolve alcune nubi. In primo luogo una paternità da lui non riconosciuta ma impostagli giudizialmente. Quel bimbo esibito nel tribunale e sui rotocalchi con una pettinatura da indio che renderebbe somigliante a Maradona anche un terrier è un’immagine amara che non fa onore ai protagonisti.

In secondo luogo l’accusa, proveniente da camorristi pentiti, di essersi piegato alle richieste dell’organizzazione criminale giocando a perdere nella fase finale di un campionato che la camorra, per non pagare troppi soldi agli scommettitori clandestini, non gradiva vinto dal Napoli. Tutto può essere, ma sia consentito a chi scrive un certo scetticismo. La camorra fonda la sua forza sulla penetrazione e sul consenso nei vicoli e nei paesi di periferia, nei quali le sorti della squadra di calcio sono una religione che nessun interesse economico potrebbe calpestare in maniera indolore. Non ci crediamo, insomma, non perché non ne sarebbe stato capace Maradona ma perché non ne sarebbe stata capace la camorra.

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Nuvolari, Mussolini, Coppi, il miracolo economico, Maradona, la borghesia di inizio secolo, i caratteri degli italiani, il Coni, l’alpinismo, il doping, la violenza negli stadi… In questo libro, dai primi passi nell’Ottocento fino alla fine degli anni Novanta, lo sport viene trattato come osservatorio privilegiato per la comprensione di fenomeni sociali e culturali e fotografia della vita nazionale. Ma Storia e storie dello sport è anche una specie di romanzo collettivo in cui gli atleti e i personaggi sono narrati nei loro dati umani e tecnici, essenziali o piacevolmente inessenziali.

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Di | 23 Marzo 2018|Storia e storie dello sport in Italia|

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