Sarebbe giusto autorizzare il doping? Quale lezione lo sport offre alla vita

>Sarebbe giusto autorizzare il doping? Quale lezione lo sport offre alla vita

“C’era Ruffoni. C’era Pirazzi”. Sembra di tornare indietro di 40 anni, alla trasmissione radiofonica “Alto Gradimento”, quando un personaggio ipocondriaco interpretato da Giorgio Bracardi diceva: “C’erano Ruttoni, Tarantolazzi, Gospedale… “. Ruffoni e Pirazzi invece esistono davvero, e sono due atleti che dimostrano quanto il ciclismo sia sempre uno sport di grandi imprese: la loro è consistita nel farsi buttare fuori dal Giro d’Italia per doping ancora prima della partenza.

Insomma la Russia e il ciclismo rimangono i malati incorreggibili della terribile pratica. Ma, per quanto  siano aumentati e scientificamente progrediti i controlli, tutti sappiamo che il fenomeno è tuttora assai più esteso di quanto emerga. E così, in casi come questo, diventa d’obbligo domandarsi: ma visto che insistono, avranno mica ragione loro? Non sarà il caso di riconsiderare la questione del divieto? Qualche mese fa persino sulle colonne di Le Monde si poteva leggere la proposta di istituire competizioni fra atleti liberi di iniettarsi l’inverosimile, purchè con trasparenza e in tornei separati.

A esaminarla, in effetti, la questione è meno scontata di quel che appare.

 

Cominciamo coll’interrogarci sulla parola. Viene definita doping l’assunzione di sostanze volte ad aumenta-re in modo non fisiologico il rendimento di uno sportivo; sostanze non alimentari, altrimenti ricadrebbero nella fattispecie anche le vitamine o la bistecca alla fiorentina. E sufficiente una simile definizione? Forse non del tutto. Attorno al 1980, l’allenatore della squadra australiana di nuoto, Carlisle, aveva perfezionato un metodo di ipnosi grazie al quale persuadeva i suoi atleti in vasca di essere inseguiti da uno squalo. Che la psiche passi indenne attraverso un’operazione del genere non si può giurare, e perciò non pare azzardato considerarla una forma di doping. Non basta. Il principale laboratorio scientifico nel settore sportivo si è sviluppato, fino alla caduta del muro, nella Germania est, un luogo nel quale gli atleti erano cavie umane e venivano assoggettati a sperimentazioni che avrebbero spinto al suicidio, piuttosto che sottoporvisi, perfino i più disgraziati tra i topi. I tedeschi non esitavano a interagire con i cicli biologici dell’individuo per farne un animale da gara, ad esempio ritardando nelle ginnaste la crescita del seno, che poteva risultare d’impaccio negli esercizi, o programmando le mestruazioni in ragione delle gare. E avveniva anche che alcune atlete si facessero ingravidare nell’imminenza della gara, al fine di beneficiare dello sviluppo ormonale connesso alla prima fase della maternità, per poi tranquillamente abortire a impegno agonistico esaurito. Sembra pertanto più corretto definire doping l’assunzione di sostanze non alimentari o l’impiego di mezzi abnormi o l’alterazione di cicli fisiologici, il tutto al fine di ottimizzare il rendimento di un atleta.

Le droghe sportive, all’inizio, riguardavano essenzialmente i cavalli; e gli inglesi, che con la loro passione per le scommesse ippiche potevano passare su tutto ma non sui trucchi a pro e a danno degli equini, avevano già impiccato a Cambridge, nel 1870, tre tizi che avevano provato quello scherzetto. D’altronde gli antichi romani non è che avessero la mano più leggera, visto che per chi veniva scovato con delle carote nei pressi di una scuderia di cavalli da corsa era contemplata la crocifissione. A fine Ottocento, cominciarono anche gli uomini a ingerire bevande improprie. Specie quelli che si affaticavano di più, cioè i maratoneti, i quali tentavano di rafforzare la portata cardiaca con l’ausilio di stricnina, di etanolo e persino di nitroglicerina.

Esistono due tipi di doping. Il primo ricalca quello degli antichi maratoneti e consiste nel prolungamento della tonicità fisica per una singola prestazione, grazie a medicamenti che elevano la soglia di resistenza alla fatica; come detto, ha radici lontane e ha attecchito in grandi campioni. Dorando Pietri entrò in crisi anche per l’abuso di stricnina, Fausto Coppi abbassò il record dell’ora a Milano con la coadiuvazione di sette pillole di simpamina.

Il secondo tipo di doping agisce a livello «strutturale», irrobustendo la muscolatura dell’atleta  e cominciò a diffondersi negli anni cinquanta. La tossicità dell’uno e dell’altro è indiscussa, e causa proliferazioni cancerose, morbi rari e letali, malattie croniche. Non riguardano solo i campioni: in passato sono emersi dati incredibili (tipo, oltre il 20%) sui dilettanti delle palestre o i partecipanti a corse amatoriali.

Il problema, dicevo, è che la nostra sensazione immediata, che l’assunzione di stimolanti e anabolizzanti sia censurabile sotto il profilo etico, non è così ovvia da dimostrare. Quale tipo di codice morale trasgredisce il doping?

 

La storia della civiltà occidentale è la storia di un gigantesco doping. A partire dalla mitologia greca. Giasone e gli Argonauti non sarebbero riusciti a impadronirsi del vello d’oro senza il supporto delle erbe miracolose e delle pomate magiche di Medea. L’umanità non si è confrontata con la natura ad armi pari e per piegarla alle proprie esigenze non ha esitato a servirsi di strumenti esterni e di protesi meccaniche e ad «anabolizzare» la sua capacità di resistenza fisica.

Nella società contemporanea, che ha eretto a modello i parametri della produttività e dell’efficienza, attingere a qualsiasi sostanza che renda efficienti e produttivi è considerato indice di laboriosità e quindi di merito. Se i ritmi del lavoro fiaccano la tempra mentale, il cittadino modello ingurgita qualche antidepressivo, per poter riprendere con brillantezza le proprie funzioni al mattino successivo. Durante la giornata si sostiene con la caffeina: ciò che allo sportivo sarebbe vietato. Se è uno stressatissimo uomo di spettacolo o un rampante in carriera si farà una bella tirata di coca, di tanto in tanto. Anche lo sportivo che vuol tenersi ben sveglio viene tentato dalla sirena della cocaina. Ma il biasimo rivoltogli contro è assai superiore a quello che colpisce il manager o l’attore, verso i quali, al massimo, si manifesta la disapprovazione riguardo quella che rimane, tuttavia, una privata scelta di vita.

Un liberale convinto potrebbe sostenere che la vera essenza della persona è la libertà, intesa come signoria assoluta su di sé sino al punto di distruggersi. Il doping, poi, non è distruzione sic et simpliciter bensì un patto faustiano, una giovinezza prosperosa in cambio di una dannazione futura. Si può impedire all’individuo di massimizzare la sua gloria immediata per fargli coltivare con maggior zelo una vecchiaia sana ma forse mediocre?

Bisogna allora provare a rintracciare nello sport la ragione etica del rifiuto del doping.

Una comune considerazione è che il doping violi l’obbligo di lealtà nelle competizioni, l’essenza dello sport per la quale il confronto si deve svolgere in condizioni di eguaglianza, ciò che non avviene se uno dei due è dopato. L’argomentazione però ci avvisa solo che se il regolamento vieta il doping, l’atleta deve rispettare il divieto per non avvantaggiarsi rispetto all’avversario, ma non ci dice che l’ordinamento deve vietare il doping. In effetti, la situazione di eguaglianza sarebbe rispettata non solo se tutti i concorrenti fossero “puri” ma anche se fossero tutti dopati. Alla luce del criterio di eguaglianza, insomma, l’ordinamento potrebbe consentire a chiunque di assumere sostanze stimolanti o anabolizzanti. Che poi i soggetti preferiscano doparsi o meno resterebbe una scelta puramente personale, come allenarsi superficialmente piuttosto che con sistematicità.

Si potrebbe a questo punto obiettare che ad astratta parità di scelte (vietare il doping o consentirlo) l’ordinamento dovrebbe optare per quella che tutela meglio i beni fondamentali degli individui, in questo caso la salute. Infatti, pur volendo riconoscere che ognuno può amministrare la propria salute come meglio gli aggrada, e quindi anche scegliere di praticare il doping, sta di fatto che, in questo modo, viene incentivato al doping anche colui che se ne sarebbe astenuto, ma di fronte all’alternativa di partecipare a una gara in condizioni d’inferiorità, assume a sua volta le sostanze dopanti-intossicanti e pregiudica la salute del suo organismo. Anche quest’argomento, però, non è decisivo. Se due persone decidono entrambe di fare pugilato, e una pesa cinquanta chili e l’altra cento, l’ordinamento sportivo non impone al secondo di dimagrire per timore che l’altro si sottoponga a una cura ingrassante, aumentando il tasso di colesterolo, ma semplicemente impedisce che i due si incontrino fra loro, facendoli gareggiare in categorie diverse, suddivise per peso.

Allo stesso modo, per non ledere la libertà e la salute di nessuno e rispettare le scelte individuali, l’ordinamento potrebbe dividere le gare tra competizioni per normali e competizioni per dopati. Ma a questo punto potrebbe essere posta una nuova obiezione. Il senso del doping è quello di partecipare come dopati alle gare dei non dopati per avvantaggiarsi nei confronti di questi ultimi. I dopati diserterebbero le loro gare per cimentarsi, dopandosi occultamente, in quelle normali.

Ora, è vero che l’assunzione di sostanze dopanti è puramente strumentale al successo, ma è poi vero che essa risponde necessariamente alla volontà di «barare»? In teoria il doping, anziché alimentare l’ineguaglianza tra gli atleti impegnati, potrebbe servire a superarla. Si pensi a un ragazzo di buona famiglia, ipernutrito, con un naturale talento per la corsa, mantenuto agli studi dai genitori e con il tempo a disposizione per allenarsi quattro ore ogni giorno e se ne immagini un altro, povero, dalla muscolatura esile per via degli stenti, costretto a lavorare duramente per sfamarsi, ciò che gli lascia due ore di tempo libero per allenarsi, per giunta già stanco del lavoro. Potremmo dire che, ricorrendo al doping, costui infrangerebbe una condizione di eguaglianza con il primo ragazzo e che egli pratica il doping per volontà di barare?

Ciò che appare evidente, nel doping, è che il costo del successo è particolarmente elevato. Chi si droga per vincere accetta che la conseguenza del successo sia la perdita dell’integrità fisica che assieme a poche altre cose (l’affetto dei cari, la stima di sé) è uno dei costi più elevati che potrebbe pagare, certamente assai diverso dal costo normale che gli sportivi pagano (sforzo fisico, tempo dedicato all’allenamento ecc.). Chi pratica il doping pensa che lo sport possa consistere nel vincere a ogni costo. Lo sport invece è esattamente il contrario.

Lo sport agonistico presuppone che chi gareggia lo faccia per vincere, ma esclude che ciò debba avvenire a ogni costo. Il calcio non è il gioco che consiste nel mandare la palla nella porta dell’avversario, ma è il gioco che consiste nel mandare la palla nella porta dell’avversario secondo regole molto precise (con i piedi, senza commettere falli sugli avversari, sfruttando lo spazio di campo delimitato dalle righe, ubbidendo all’arbitro, giocando contemporaneamente in non più di undici) che non potrebbero mai essere violate e che non ammetterebbero mai un caso di forza maggiore. Ciò che contrassegna lo sport rispetto ad altre attività umane è l’impossibilità della forza maggiore. Ogni regola, del diritto, della politica, dell’etica, per quanto salda possa essere, non esclude la forza maggiore. Non far soffrire i genitori, non mentire, non picchiare i bambini, pagare regolarmente le tasse, attraversare la strada con il verde sono tutti comportamenti che conoscono la possibilità di deroga in casi eccezionali, in casi di forza maggiore. Anche l’uccisione di una persona, se è dipesa da un caso di forza maggiore, per esempio difendere la propria vita che da quella persona era minacciata, non viene penalmente punita né incontra riprovazione morale. Ebbene, le regole sportive sono inderogabili. Nessun caso di forza maggiore giustificherebbe una rete segnata con le mani o dall’allenatore sceso in campo per sopperire a qualche carenza dei suoi giocatori. Lo sportivo gioca per vincere ma perfino in un caso eccezionale, di forza maggiore, deve accettare l’uniformazione alle regole e la sconfitta. E’ un grande insegnamento dello sport. In questo consiste la sportività: è l’accettazione dell’ipotesi della sconfitta all’interno di una situazione antagonistica, è il rifiuto di avvalersi in ogni caso della giustificazione della forza maggiore.

Il doping, dunque, è negazione della sportività in quanto teorizza la vittoria a ogni costo, e in tal senso è anche negazione dello sport. E c’è un altro aspetto. Lo sport è potenziamento delle risorse individuali, è l’instaurazione di un legame positivo con il proprio io che il doping finisce per spezzare. Chi pratica il doping si attenderà, da quel momento, una soluzione ai suoi problemi che parta dall’esterno e non da se stesso. Se lo sport, in definitiva, significa lottare per vincere, ma non a ogni costo, e comunque facendo conto esclusivamente sulle proprie risorse, il doping è una totale negazione dello sport.

Lo sport, insomma, non deve inseguire le dinamiche sociale ma al contrario compensarne gli effetti più radicali. E’ questo che lo rende una grande invenzione.

Il testo è una rielaborazione del testo uscito su  “Storia e storie dello sport in Italia” 

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Nuvolari, Mussolini, Coppi, il miracolo economico, Maradona, la borghesia di inizio secolo, i caratteri degli italiani, il Coni, l’alpinismo, il doping, la violenza negli stadi… In questo libro, dai primi passi nell’Ottocento fino alla fine degli anni Novanta, lo sport viene trattato come osservatorio privilegiato per la comprensione di fenomeni sociali e culturali e fotografia della vita nazionale. Ma Storia e storie dello sport è anche una specie di romanzo collettivo in cui gli atleti e i personaggi sono narrati nei loro dati umani e tecnici, essenziali o piacevolmente inessenziali.

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Di | 5 Maggio 2017|Limite di velocità, Storia e storie dello sport in Italia|

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