Il grande Torino

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Il 4 maggio del 1949 si avvia a essere archiviato come giornata di routine della vita nazionale quando a Torino, nella sera uggiosa e martellata dalla grandine, accade una cosa imprevedibile. Un aereo, confuso dalla scarsa visibilità, sbaglia malamente la manovra di atterraggio e si abbassa sino a toccare con l’ala la punta della basilica di Superga. Lo schianto e la fiammata sono immediati. Il primo uomo ad accorrere sul luogo, un contadino, riconosce in mezzo ai cadaveri una maglia da calciatore dai colori ben noti. Nel volgere di pochi minuti la notizia fa il giro della città, che si stropiccia gli occhi attonita mentre sul colle arrivano i primi, inutili soccorsi. Sul volo c’era, al completo, la squadra di calcio del Torino campione d’Italia, di ritorno da Lisbona dove aveva disputato una partita di beneficenza. Diciotto giocatori e 31 vittime complessive, molte delle quali salivano sull’aereo di malavoglia, considerandolo una trappola della modernità. E la più grande tragedia dello sport italiano.

 

Il Torino stava vincendo per la quinta volta consecutiva il campionato. La prima era stata immediatamente precedente la guerra; il vero ciclo era cominciato dal 1946. Nemmeno la morte Io avrebbe del tutto interrotto, dato che, cavallerescamente, si decise di considerare il torneo concluso a quattro giornate dalla fine, assegnando lo scudetto alla squadra granata; la quale avrebbe probabilmente vinto ancora e forse influenzato le tattiche di gioco nazionali che, negli anni immediatamente successivi, si sarebbero orientate definitivamente verso il difensivismo.  Al contrario, il Torino si affidava a un’offensiva spumeggiante. Era moderno perché ripudiava decisamente il metodo a vantaggio del sistema e, sostenuto da una puntuale condizione atletica, praticava una interscambiabilità delle posizioni in campo che, per decenni, non sarebbe stata prerogativa delle compagini forti, tanto meno se italiane.

 

La grandezza del club nasceva a tavolino: il presidente Ferruccio Novo gli aveva conferito, sin dagli anni prima della guerra, un’organizzazione di tipo britannico che comprendeva la spedizione di osservatori sui campi di provincia alla ricerca dei talenti. E talenti ne arrivarono diversi: su tutti si stagliarono il terzino sinistro Virgilio Maroso, che diede con le sue proiezioni all’attacco un’interpretazione del ruolo da precursore, e soprattutto il capitano Valentino Mazzola, un giocatore completo e dinamico che lasciava fuori dal campo certi vizi da prima donna cui talora si abbandonava. Il mito riferisce che la condotta sul campo del Torino cambiava da un momento all’altro se Mazzola si tirava su le maniche della maglietta; al di l delle esagerazioni, il capitano possedeva ascendente sui compagni e la sua duttilità tattica facilitava il raccordo tra il centrocampo e l’attacco. Venne acquistato dal Venezia assieme al compagno che, prezioso nella copertura, era un po’ il gemello in campo, Loik: il Torino li aveva pagati un milione e mezzo. La stessa cifra da sola, e fu il maggiore esborso dei granata, venne pagata per assicurarsi il difensore Ballarin. L’esterno Martelli, invece, costò soltanto 50.000 lire. Quello stesso Martelli che, pochi giorni prima della sciagura, aveva per gioco partecipato a un programma radiofonico cantando una canzone che a un certo punto intonava la strofa: «partire insieme, morire insieme».

 

L’annata migliore del Torino coincise con lo scudetto vinto nel 1948. Pochi numeri sono sufficienti a rendere l’idea: nelle quaranta partite del torneo i campioni segnarono 125 reti contro le 71 del Milan, che si classificò secondo (e che fu secondo anche per numero di reti segnate) a 16 punti di distacco. I punteggi degli incontri in casa partono dal 10-0 rifilato all’Alessandria e comprendono due 6-0, un 7-1, due 5-0, due 5-1, due 5-2, due 4-0 e così via. Anche se nominalmente furono altri a avvicendarsi come allenatori della squadra, la vera mente tattica era l’ungherese Egri Erbstein. Solo dal 1938 al 1945 costui si era allontanato dall’Italia, quando dalla padella delle leggi antiebraiche, che lo avevano indotto ad abbandonare per prudenza il nostro paese, si era ritrovato nella brace di un campo nazista in patria.

 

Stranamente l’incantesimo di quegli uomini, irresistibili se vestivano la maglia granata, svaniva quando giocavano nella nazionale; e ciò nonostante venissero spesso convocati in blocco. In un Italia-Ungheria del 1947 erano addirittura 10 su 11: l’unico «straniero» era lo juventino Sentimenti tv al posto del portiere Bacigalupo che, peraltro, indossò in altre occasioni i colori azzurri. E possibile che sotto la direzione di Pozzo, il cui gioco stentava a staccarsi dal troncone metodista, i torinisti andassero in confusione; ma i risultati non furono esaltanti neanche quando tecnico della nazionale divenne nientemeno che il presidente Novo (un’assurda anomalia che non si trattasse di un allenatore), tant’è vero che il 16 maggio 1948 una nazionale torinista per sette undicesimi subì, proprio al Comunale di Torino, una pesante umiliazione da parte degli inglesi che si imposero per 4-0.

 

Forse avrebbero riscattato quest’onta ai mondiali del 1950. Certamente avevano ancora i mezzi fisici, oltre che tecnici, per farlo. Per una volta vogliamo mancare alla regola che ci siamo autoimposti di non trasformare il libro in un elenco. Ecco, alla rinfusa e senza distinzione di ruolo (la morte è certo una livella anche per la posizione sul campo), i nomi delle vittime di Superga: Menti, Loik, Gabetto, Bongiorni, Grezar, Ballarin II, Ballarin I, Schubert, Martelli, Bacigalupo, Rigamonti, Mazzola, Ossola, Maroso, Fadini, Castigliano, Grava, Operto. L’Italia li pianse sinceramente. Per quanto la morte possa mai avere una logica, quella disintegrazione di giovani vite, come se si fosse tornati al tempo della guerra, parve particolarmente assurda.

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Nuvolari, Mussolini, Coppi, il miracolo economico, Maradona, la borghesia di inizio secolo, i caratteri degli italiani, il Coni, l’alpinismo, il doping, la violenza negli stadi… In questo libro, dai primi passi nell’Ottocento fino alla fine degli anni Novanta, lo sport viene trattato come osservatorio privilegiato per la comprensione di fenomeni sociali e culturali e fotografia della vita nazionale. Ma Storia e storie dello sport è anche una specie di romanzo collettivo in cui gli atleti e i personaggi sono narrati nei loro dati umani e tecnici, essenziali o piacevolmente inessenziali.

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Di | 4 Maggio 2017|Storia e storie dello sport in Italia|

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